“Via, Verità e Vita” (Gv 14, 6)
1. Messaggio di Gesù Cristo e la Storia
Anche oggi, un doloroso lamento risuona sul mondo cristiano; è quello che Gesù rivolse a Filippo nell’Ultima Cena: “Da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conoscete?” (Gv 14, 9). Il libro della fede in cui è divinamente delineata la figura di Gesù e da cui la sua verità risuona eterna nei secoli è l’Evangelo, che esprime i tre grandi misteri della vita di Cristo: Incarnazione, Passione e, Rissurezione. L’eternità e il tempo, la profezia e la storia, la vita sociale e l’individuale, la fede e la scienza, la grazia e la libertà, il dolore e la gioia, tutto si assomma e si idealizza in Gesù. Bultmann, per esempio, parte dall’esistenza di Gesù, come luogo della risposta efficace di Dio alla domanda dell’uomo sul senso della propria esistenza. “Che Gesù sia nato, che sia vissuto, che sia stato crocifisso, che sia morto e risuscitato è più che sufficiente per la fede cristiana”.
1.1. La vita pubblica di Gesù
Le testimonianze di Gesù del NT ci da la possibilità di raccogliere un certo numero di dati riguardanti la figura storica di Gesù. Non ‘il Gesù della storia’, né ‘Gesù di fronte alla storia’. Ma “Gesù e la storia”. Una storia nella quale la congiunzione ‘e’ vuol mettere in relazione Gesù di Nazaret, non è solamente quella di Gesù stesso, non solo quella del suo ambiente nativo, della correnti con cui entrò in più stretto contatto o delle comunità apostoliche che hanno trasmesso la sua testimonianza, neppure quella degli individui e dei gruppi che hanno parlato, scritto e vissuto di Lui fino a ieri, integrando d’altronde in tutte queste ‘storie’, innanzitutto la nostra, quella d’oggi.
Considerando l’aspetto dello spazio e del tempo, la nascita di Gesù si colloca molto probabilmente poco prima della morte di Erode il grande (Mt 2, 1-19). La Sua esistenza terrena è per opera dello Spirito Santo (Mt 1, 20). Per muoverci su un terreno storico relativamente più sicuro, dovremo osservare l’inizio e la fine della vita pubblica di Gesù, iniziatasi con il il battesimo ricevuto dalle mani di Giovanni Battista sulle rive del Giordano e conclusasi con la morte in croce a Gerusalemme. Questi due punti fissi ci consentono d’inquadrare abbastanza bene la vita pubblica del Maestro. La tradizione pasquale riconosce in Giovanni Battista il punto di partenza della nuova era della salvezza. L’attività di Gesù si svolge prima a Nazaret in Galilea o nelle vicinanze (Mc 1, 14-8, 26), ma senza dimenticare alcuni viaggi ai confini pagani del paese di Israele. Viene poi il cammino verso Gerusalemme punteggiato dai tre annunci della passione (Mc 8, 27-10, 52) e infine il “soggiorno” sul Golgota nella città santa. Gesù morì sotto Ponzio Pilato, circa l’anno 30 d.C.
1.2. Messaggio di Gesù sul regno di Dio
Il centro e il contesto della predicazione e vita pubblica di Gesù fu l’imminente regno di Dio. La ‘causa’ di Gesù era, dunque, il regno di Dio. Nella tradizione dell’AT e del giudaismo la venuta del regno di Dio significa venuta di Dio stesso. Il centro della speranza escatologica è costituito dal “giorno di JHWH”, che è il giorno determinato da Dio e da lui adempiuto, il giorno in cui Dio sarà “tutto in tutti”, quando la sua divinità s’affermerà pienamente. “Se Gesù annuncia il regno di Dio è vicino”, è come se dicesse: “Dio è vicino”. Credere significa, dunque, confidare e costruire sulla potenza di Dio resasi efficace nella persona di Gesù, fondare la propria esistenza su Dio. Credere significa “lasciare che Dio agisca”, “lasciare che Dio entri in azione”, consentire che Dio sia Dio ed onararlo. In questo contesto di fede il regno di Dio diventa realtà concreta nella storia.
I racconti su Gesù e le sue parole circolavano isolatamente nella tradizione orale delle comunità, prima di venire agglutinate per costituire unità narrative omogenee, ovvero quelli che sono chiamati i discorsi di Gesù per esempio: il discorso della montagna (Mt 5-7 e Lc 6, 12-47); il discorso parabolico (Mc 4, 1-34); il discorso missionario (Mc 6, 7-13); il discorso comunitario (Mc 9, 33-50); il discorso escatologico (Mc 13, 1-37). Nella predica inaugurale che tenne a Nazareth, dopo aver letto un testo del profeta Isaia, Gesù ha detto: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi” (Lc 4, 21). Tutto questo ora avviene nella parola e nel fatto Gesù.
La storia di Gesù di Nazaret è anzitutto nella prospettiva dell’evento pasquale, del Figlio amato, e dell’Amore come unità. “Quest’evento di Pasqua rivela la storia del Figlio: è Lui che si è liberamente consegnato alla morte per Amore dei peccatori in obbedienza al Padre (Gal 2, 20; Ef 5, 2; 5, 25); è Lui che è risorto (Mc 16, 6; Mt 27, 64; Lc 24, 6.34) e si è mostrato vivente (cf. At 1, 3) e ha effuso su ogni carne lo Spirito ricevuto dal Padre” (cf. At 2, 32; Gv 14, 16). Gesù è il Figlio di Dio amato, l’unigenito: è la Parola, il Verbo del Padre. Il Padre resta il principio, il Figlio l’espressione, lo Spirito il loro legame personale nel movimento dell’Amore eterno che da senso e speranza alla storia, perchè nell’unità di quest’Amore, noi siamo resi partecipi per pura grazia.
1.3. Miracoli di Gesù
La coerenza tra le parole e le azioni di Gesù, per esempio nei suoi miracoli, evidenzia il suo pensiero e il suo comportamento. Secondo l’interpretazione tradizionale il miracolo è un evento percepibile, che trascende le possibilità naturale e viene prodotto dall’onnipotenza divina infrangendo o per lo meno eludendo le causalità naturali, per cui serve a confermare la rivelazione della Parola divina. Gesù ha compiuto delle opere straordinarie che lasciarono stupefatti i contemporanei. Ricordiamo la guarigione da diverse malattie e da sintomi che a quel tempo venivano considerati segni di possessione diabolica. I miracoli operati da Gesù sono segni della salvezza del regno di Dio già iniziata nel momento presente, stanno ad esprimere la dimensione corporeo-mondana della Signoria divina. I miracoli hanno la funzione di testimoniare l’exousia escatologica di Gesù (Mt 7, 29). Essi sono segni della missione e autorità di Gesù.
I miracoli di Gesù vengono attestati come adempimento dell’AT. È quanto appare chiaramente dal sommario di Mt 11, 5: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella”. Nei miracoli di Gesù si afferma il diritto divino che era stato promesso nell’antica alleanza. Nella Pasqua cristiana il “passaggio” dalla morte alla vita si opera nell’anamnesi stessa della passione e, spinge il credente a confessare il Risorto. “La storia e la storia della croce, è al cuore della vita cristiana”. Nei miracoli di Gesù la potenza di Dio si manifesta nell’oscurità, nel nascondimento, nell’equivocità e nello scandalo. Il fine verso cui i miracoli tendonoè quello di tendere disponibile l’uomo alla sequela, perchè essi sono segni per la fede. Se Gesù caccia i demoni, lo fa perchè gli uomini diventino liberi per seguirlo e per entrare a far parte del regno di Dio.
1.4. Pretesa di Gesù
In Gesù diventa chiaro il vero significato di divinità di Dio e di umanità dell’uomo. In Gesù di Nazareth non è possibile dissociare la persona dalla sua “causa”. Egli è la realizzazione concreta e la figura personale dell’avvento del regno di Dio. “Gesù non ha parlato soltanto a livello di parole ma anche di fatti, non ha soltanto parlato, ma anche operato”. Varie tradizioni offrono un’immagine di Gesù e della sua predicazione che è storicamente comprensibile e forma un tutto coerente e che, nello stesso tempo, rende intelligibile lo sviluppo della cristianità primitiva. Gesù è sotto molti aspetti un rabbi vicino ai farisei per prese di posizione sulla legge e sul tempio manifestando la loro originalità. Gesù reagisce fortemente ad ogni forma di ostentazione ipocrita (Mt 23, 1 e Lc 11, 39). Gesù insiste sull’Amore che vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici (Mc 12, 33). Gesù intrattene con i peccatori e con le persone culturalmente impure (Mc 2, 16), della sua rottura con il precetto giudaico del sabato (Mc 2, 23) e prescrizioni di purità rituale (Mc 7, 1 ss.).
L’atteggiamento che Gesù assume nei confronti dei peccatori implica, quindi, una pretesa cristologica inaudita. Qui Gesù agisce come una persona che sta al posto di Dio. In Lui e per mezzo di Lui l’Amore e la misericordia scendono sugli uomini. L’intera predicazione di Gesù sul regno di Dio, la sua vita pubblica e la sua attività contengono, quindi, una cristologia implicita, o indiretta, che soltanto dopo la Pasqua verrà tradotta in una confessione diretta. Gesù porta a compimento l’antica alleanza infrangendo tutte speranze del passato. L’avversario del suo messaggio dell’imminente regno di Dio non è per lui, come sarebbe stato invece più rispondente alla figura messianica della speranza del giudaismo, un potere politico, bensì il potere satanico del male. Egli non ha mirato alla conquista del potere, né è ricorso alla violenza, ma ha concepito la propria attività come servizio. “L’ontologia di Gesù Figlio di Dio è quindi inscindibilmente congiunta con la sua missione e servizio”.
1.5. Morte di Gesù
Il messaggio di Gesù sulla venuta del regno di Dio esige la rottura radicale con l’eone presente, il che implica l’accettazione della morte nell’obbediente come conseguenza estrema. “Che Gesù di Nazareth sia stato giustificato con la morte di croce, questo è uno dei fatti più certi della storia di Gesù”. La morte di Gesù sulla croce non è quindi soltanto la conseguenza ultima del coraggio col quale egli si è presentato agli uomini, ma anche il compendio del suo messaggio. La morte di Gesù sulla croce è la chiarificazione ultima di ciò che a Lui premeva: la venuta del regno escatologico di Dio nelle condizioni di questo eone, della Signoria divina nell’impotenza umana, della ricchezza nella povertà, dell’Amore nell’abbandono, della pienezza nel vuoto, della vita nella morte. “Nella morte di Gesù divenne anche il tratto misterioso del suo messaggio e della sua rivendicazione. L’impoteza, la povertà e insignificanza, che caratterizzarono la signoria divina realizzatasi nella sua persona ed opera, giunsero al loro adempimento ultimo e sconcertante”. Grazie a “questa morte” abbiamo il contenuto della confessione di fede nella risurrezione di Gesù.
1.6. Fondamento della fede nel Cristo Risorto e Glorificato
La fede cristiana inizia e continua con il Kerygma. Gesù e la storia ci rivela il Dio cristiano e degli uomini, chiamati alla comunione con Lui: storia dell’evento di Pasqua, che rivela l’eterno evento dell’Amore del Padre, del Figlio e dello Spirito; storia eterna di questo stesso Amore; e storia nostra, di noi accolti nel seno della vita trinitaria e chiamati ad accogliere nella nostra esistenza, il racconto eterno dell’Amore, per dare senso, forza e speranza alla fatica di vivere e alle sofferenze del mondo. Questa storia potrebbe venir descritta come quella di un pellegrinaggio del pensiero e della vita verso la “patria trinitaria”. Il cammino dell’uomo è nel racconto originario, la Pasqua, dove l’Amore trinitario ci è stato rivelato ed offerto; di lì è mosso verso le sorgenti eterne, dove è narrata la storia divina dell’Amore. E da questo eterno racconto, è stato rinviato alle opere e ai giorni del tempo, per narrare nella storia degli uomini la storia di Dio, ed inserire sempre più nella vita della Trinità eterna le tante, umili storie che costituiscano la vincenda umana, dando ad esse vita e speranza.
La risurrezione di Gesù, crocifisso e sepolto, ci conferma la sua esaltazione e l’atto salvifico della potenza di Dio. Essa implica il compimento escatologico della realtà umana nella sua totalità, inaugura l’inizio di un mondo nuovo e di un nuovo genere umano. “Ora Gesù è con noi da Dio e nel modo di Dio. Con un’immagine potremmo dire che Egli si trova presso Dio in qualità di nostro intercessore”. “La risurrezione costituisce, dunque, il lato divino e profondo della realtà della croce, dove Dio giunge definitivamente all’uomo e l’uomo giunge definitivamente a Dio”.
2. Il Verbo di Dio si è fatto uomo per salvarci
Dio ‘invisibile’ si manifesta e parla all’uomo per mezzo della sua immagine visibile, il Verbo incarnato. L’immagine può essere di due tipi: di “derivazione” dalla stessa natura e di “riproduzione” della stessa natura. Il Verbo “incarnato”, che, unito ipostaticamente alla “visibile” natura umana, rende visibile ciò che è invisibile, nell’Uomo-Cristo. L’imago Dei rigorosamente parlando si riferisce a Cristo, che è l’immagine perfetta e diretta di Dio. “Cristo è l’archetipo secondo il quale noi siamo creati e ri-creati”. L’immagine partecipa della natura di ciò di cui è immagine, come quando si afferma che l’uomo è immagine di Cristo o di Dio.
L’interpretazione cristocentrica dei testi paolini sono in perfetta armonia con i testi giovannei che presentano il Cristo non solo come causa di vita ma come la vita stessa. Ecco alcuni testi dove Cristo è presentato come causa di vita: “...anche il Figlio, incarnato dà la vita a chi vuole” (Gv 5, 21); “il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6, 33); “chi segue me (...) avrà la luce della vita” (Gv 8, 12); “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10); “Io do loro la vita eterna (...)” (Gv 10, 28); “senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5); Cristo è identificato con la vita stessa: “In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4); “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).
L’uomo perfetto si manifesta nel Dio incarnato. L’incarnazione è il compimento della creazione, la ragione d’essere. In essa, si è elevata la nostra dignità. Nella sua inesprimibile bontà, Dio ha fatto il mondo solo per comunicarsi pienamente a Lui e per unirlo a sé nell’unità di persona. Il destino dell’uomo si gioca su questo: o conosce Dio e allora ha la vita, o non lo conosce e cade nel nulla della morte. La dignità della persona proviene precisamente dall’essere creato ad immagine di Dio, ed è in questo contesto che si colloca la natura dell’uomo. L’uomo è un essere per eccellenza creato ad immagine di Dio e chiamato ad essere tempio vivo dello Spirito Santo. L’uomo non aveva bisogno solo di un modello, ma di un Salvatore che comunicasse la vita, la verità, e la via. Per restaurare nell’uomo i tratti dell’immagine divina offuscata dal peccato, ci voleva la presenza del modello perfetto, Cristo per mostrare la via giusta verso il Padre. “Il cristiano è il pellegrino di Cristo; tutto il suo cammino è segnato da Cristo: il punto di partenza, il percorso, il punto d’arrivo; parte da Cristo, cammina con Cristo e, Cristo è anche il suo traguardo”.
Il Signore fatto uomo ci rende immortali, noi che eravamo mortali ed effimeri e ci introduce nell’eterno regno dei cieli. Dio da sempre ci preparava nel suo Verbo, per mezzo del quale siamo stati creati, affinché, anche se ingannati dal serpente e caduti nel peccato, noi non restassimo completamente morti, ma avendo nel Verbo la redenzione e la salvezza che ci ha preparato, fossimo risuscitati e potessimo rimanere immortali. In realtà solamente nel Verbo incarnato, trova la vera luce, il mistero dell’uomo (...). “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22). E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia.
Col peccato l’uomo si è allontanato da Dio, ma non è mai stato lasciato solo. Dio, che non ha mai abbandonato la Sua creatura prediletta, va incontro all’umanità; la segue e l’aiuta sempre. Con Gesù, l’uomo immagine del Creatore, diventa una creatura rinnovata. Questa concezione dell’uomo, come immagine di Dio è confermata dalla Rivelazione neo-testamentaria. Afferma Paolo: “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5). L’uomo, in virtù della grazia, partecipa realmente di questa filiazione divina, divenendo figlio di Dio nel Figlio. “Il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo, e scacciando fuori ‘il principe di questo mondo’ (Gv 12, 31), che lo teneva schiavo del peccato” (GS 13).
2.1. Compimento dello scopo della creazione in Gesù Cristo
Le altre creature, diversamente dall’uomo, sono dotate di una caratteristica innata che li fa crescere fino alla maturità, in modo automatico. L’uomo, invece, può diventare un vero e autentico immagine di Dio, attraverso la sua libera risposta nella sua volontà e le sue libere azioni. L’uomo non può diventare la persona che ispira la gioia di Dio, se non comprende la volontà di Dio e dello Spirito di Gesù Cristo e, se non s’impegna a praticarla nella propria vita.
Ci si può chiedere: qual è lo scopo che Dio si è prefisso nel darci la vita umana, creandoci a sua immagine e nel dare la vita cristiana? Ogni essere intelligente, quando agisce, agisce per un fine che si è prefisso. Ecco dunque il fine dell’uomo: Dio ci ha creato per la sua gloria, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo e per maninfestare le sue perfezioni, spendendo per Dio le sue attività nell’esercizio del bene, della carità, della virtù, nella fuga dal male, in rapporto filiale di amicizia con la grazia divina. Dio vuole, quindi, che l’uomo esplichi tutte le sue attività e perfezioni secondo l’ordine e non per ordiarlo ed offenderlo: “Sono io, dice il Signore, (...), che ho formato la terra e tutto ciò che vi cresce (...) io non darò la mia gloria ad un altro” (Is 42, 1). Dio ci ha voluto cristiani, perché partecipassimo alla sua vita e così lo glorificassimo in modo più degno, come figli.
Dio vuole che l’uomo viva unito a Gesù con la grazia, perché così lo glorifichi per mezzo di Gesù, dal quale viene al Padre ogni onore e gloria! “Dio ha creato tutte le cose, non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e comunicarla”. Gli uomini di perfetto carattere, per realizzare lo scopo della creazione, devono sviluppare la scienza, controllare la natura e creare un ambiente di vita e una struttura sociale assolutamente gradevoli. Dopo aver conseguito la piena maturità e aver vissuto nel regno di Dio terreno, l’uomo abbandonerà il suo corpo fisico e passerà nel mondo spirituale, dove andrà a far parte del regno dei cieli in cielo. Marco riassume il Vangelo di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Il centro e il contesto della predicazione e vita pubblica di Gesù fu l’imminente regno di Dio. Il messaggio di Gesù sulla venuta del regno di Dio dev’essere, quindi, interpretato nell’orizzonte degli interrogativi che gli uomini si pongono sui temi della pace, libertà, giustizia e vita.
L’uomo caduto supera la sua ignoranza interiore, illuminando la propria spiritualità e intelligenza con “spirito e verità” (Gv 4, 23) attraverso la religione. La verità può essere divisa in due tipi: quella interiore, insegnata dalla religione, che aiuta l’uomo a superare l’ignoranza interiore, e quella esteriore, che si ottiene dalla scienza, ed aiuta l’uomo a superare l’ignoranza esteriore. Gesù chiarì che le sue parole non erano la verità stessa; piuttosto, Lui stesso era “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). La moderna sete di verità, scientificamente orientata, non può soddisfarsi di espressioni di verità di portata limitata. Per illuminare la verità, l’intellettualità moderna deve cercare di conciliare scienza e religione in un unico scibile integrato, con cui poter superare gli aspetti interiori ed esteriori dell’ignoranza dell’uomo. Gesù disse: “Lo Spirito della verità, vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di Suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire (Gv 16, 12). Nel NT, l’immagine creata presente nell’AT deve essere completata nell’imago Christi.
2.2. Chiamata-risposta dell’uomo a vivere in-come-per Cristo
L’elemento antropologico della cristologia può venire considerato secondo la tipologia biblica “Adamo-Cristo” (Rm 5, 12-21; 1Cor 15, 45-49). L’antropologia cristocentrica pone il singolo credente nella prospettiva di un rapporto dialogico. Nel venire all’esistenza, l’uomo trova in sé le tracce di un disegno divino che gratuitamente lo precede. Nel Vaticano II, tale autonomia si basa sulla relazione della creatura con il Creatore (GS 36). “Chiunque segue Cristo, l’Uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS 41). Nella sua vita l’uomo è chiamato a riconoscere il progetto della filiazione con il Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, consapevole del fatto che solo nella risposta a questa sua identità filiale la sua vita potrà trovare la piena realizzazione. La fede cristiana deve difendere e valorizzare la trascendenza, che è caratteristica propria dell’uomo. La realtà di fede è situata intimamente nel cuore della storia umana, è essa stessa, storia e cultura. La chiamata dell’uomo non è quella di uno schiavo, ma di un figlio. “L’immedesimazione con Gesù si risolve nella sequela del suo modo di vita, alimentata dalla presenza onnipervasiva dello Spirito” (VS 19).
Dalla croce di Gesù nasce la vita nuova cristiana di coloro che vivono in pienezza la loro vocazione ad essere figli adottivi del Padre. “Il Sangue di Cristo, mentre rivela la grandezza dell’amore del Padre, manifesta come l’uomo sia prezioso agli occhi di Dio e come sia inestimabile il valore della sua vita” (EV 25). “Quale valore deve avere l’uomo davanti agli occhi del Creatore se ‘ha meritato di avere tanto nobile e grande Redentore’, affinché, l’uomo ‘non muoia, ma abbia la vita eterna” (cf. Gv 3, 16)! I cristiani vengono da Gesù Cristo (At 11, 26), nati dalla sua morte e risurrezione. Questo l’ha svelato Gesù stesso, alla fine della sua esistenza, durante l’ultima cena offrendo il proprio corpo e sangue: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19); non è da intendersi solo come desiderio di Gesù di dare vita alla liturgia cristiana, ma più profondamente è il suo desiderio di dare vita alla vita cristiana conformandola a se stesso. “I cristiani fanno parte del popolo santo di Dio, chiamati in prima persona alla propria santificazione perché questa è la volontà di Dio” (1Ts 4, 3).
Cristo risorto è la pienezza dell’incontro di Dio con l’uomo. Guardando al Cristo glorioso si comprende Dio, perché Cristo è la rivelazione totale del mistero di Dio. Paolo riconosce la saggezza di YHWH dell’AT (Prov 8, 22; 24, 1; Sap 7, 22-27) attuata in Cristo. Cristo è la sapienza di Dio, l’immagine perfetta, che attua l’ immagine di Dio nei cristiani (Col 1, 13-20; Eb 1, 3-4; 1Cor 1, 24; 2Cor 3, 18-4, 6). “Cristo è l’esatta riproduzione della sostanza del Padre” (Eb 1, 3). Il vincolo tra il Padre e il Figlio è l’Amore (cf. Ef 1, 6; Col 1, 13).
L’imago Dei nella prospettiva cristocentrica è predestinazione assoluta di Cristo, unico Mediatore, unico Redentore e unico Glorificatore. Come le origini dell’uomo, così, anche la sua finalità vanno ricercate in Cristo. L’uomo è stato creato “per mezzo di Cristo e in vista di Cristo” (Col 1, 16), che è la vita e la luce che illumina ogni uomo (Gv 1, 3-4, 9). Se è vero che l’uomo è stato creato ex nihilo, è anche possibile affermare che è stato creato dalla pienezza (ex plenitudine) di Cristo stesso, che è al tempo stesso Creatore, Mediatore e Fine dell’uomo. In Cristo troviamo la totale ricettività del Padre che dovrebbe caratterizzare la nostra stessa esistenza (cf. Rm 8, 29): l’apertura all’altro in un atteggiamento di servizio che dovrebbe caratterizzare le relazioni con i nostri fratelli e sorelle in Cristo e la misericordia e l’amore per l’altro, in quanto immagine del Padre.
3. Definitività della grazia e della rivelazione in Gesù Cristo
Gesù conduce alla verità tutta intera in virtù della sua origine divina: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelare” (Mt 11, 27). L’economia divina di salvezza, pur tendendo alla totalizzazione alla fine dei tempi, può dirsi ormai completa, nel senso che non deve attendere nessun altra rivelazione. Nella vicenda storica di Gesù incarnato, la rivelazione è stata compiuta una volta per sempre. Gesù non solo porta la verità su Dio, ma è esso stesso la verità di Dio.
Ogni uomo, è chiamato a rispondere adeguatamente alla propria fede, dando il proprio assenso alla rivelazione. “La fede è anzitutto una adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato” (CCC 150). Solo mediante il proprio assenso è possibile per l’uomo percorrere la via del disegno adottivo di salvezza per il quale è stato creato e perciò poter giungere alla beatitudine eterna. La vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati nel modo che Dio solo conosce, al mistero pasquale. La pienezza della verità rimane nella rivelazione cristiana e ogni altra espressione di fede trova in essa il suo fondamento e il suo fine ultimo.
L’azione salvifica di Gesù “è rivolta ad ogni uomo. Nell’obbedienza alle norme morali universali l’uomo trova piena conferma della sua unicità di persona e possibilità di vera crescità. Proprio per questo, tale servizio è rivolto all’umanità: non solo ai singoli, ma anche alla società come tale” (VS 96). La divinizzazione è una progressiva penetrazione dell’Amore di Dio, nello Spirito Santo, fino alla maturità di Cristo in noi. L’uomo si divinizza umanizzandosi nella misura di Cristo.
3.1. Necessità della grazia del “Nuovo Adamo” per evitare il peccato
Il mondo del peccato è causa di tormento per l’umanità (Gn 6, 6). È possibile che Dio abbandoni questo mondo alla sua miseria? Dio intendeva creare un mondo di bontà in cui provare la gioia più profonda. Tuttavia, a causa della caduta dell’uomo, c’è il peccato e di sofferenza. Se il mondo di peccato dovesse rimanere per sempre in queste condizioni, Dio si dimostrerebbe impotente e incapace e avrebbe fallito nella sua creazione. Perciò, Dio salverà questo mondo di peccato a tutti i costi. Innanzitutto, Dio deve espellere il potere di satana e riportare il mondo dal peccato allo stato originale con il dono di Cristo.
L’opera di salvezza deve poi continuare fino a realizzare lo scopo della creazione e stabilire il dominio diretto di Dio. Salvare un uomo che sta annegando significa riportarlo dove si trovava prima che cadesse in acqua. Analogamente, salvare una persona che soffre sotto il giogo del peccato significa restaurarla allo stato originale, senza peccato. In altre parole, il lavoro di salvezza di Dio è la provvidenza di restaurazione (At 1, 6; Mt 17, 11). Dio ci ha creati per vivere eternamente, perché, come soggetto eterno, voleva provare gioia eterna insieme al Suo oggetto, l’uomo. Avendo dato all’uomo una natura eterna, Dio non poteva, eliminarlo semplicemente perché era caduto. Se l’avesse fatto, avrebbe violato il suo stesso principio di Creazione. Dio intende salvare l’uomo caduto e restaurarlo alla purezza originale, nella quale l’aveva creato all’inizio. Dio, con l’infusione della grazia nell’uomo, si rende presente nell’anima, assimilandola soprannaturalmente a se stesso. L’anima, così, nobilitata e per mezzo degli atti di conoscenza e di Amore provenienti dalla medesima grazia, entra in relazione di amicizia personale col suo divino ospite, che conseguentemente le si concede come oggetto di gioia e di carità, sempre crescenti con l’esercizio della vita soprannaturale.
La visione cristiana dell’uomo comporta di rileggere in Cristo la sequenza storica degli eventi salvifici. È l’incarnazione redentrice che consente di leggere nella fede e di argomentare teologicamente la storia della libertà nella luce e nella grazia di Cristo. In tal modo, la dottrina del peccato originale riceve una centralità cristologica. La sua funzione non è tanto quella di spiegare la venuta di Cristo, ma di dire il senso o, meglio, il non-senso dell’uomo al di fuori di Cristo. Tuttavia questa situazione si assume in una formalità particolare che è quella della remissione e conversione, attuata dalla Pasqua di Cristo, nuovo Adamo. Cristo appare come colui che ci libera dal peccato, non solamente ottenendoci dal Padre la remissione dei peccati, ma anche dandoci la forza di vincere l’attrattiva del peccato.
La grazia increata dell’inabitazione trinitaria suppone la grazia creata, che ci divinizza e rende figli di Dio. Ma, in che cosa consiste questa figliolanza divina, che ci è comunicata nel Battesimo, per mezzo della grazia? “Si tratta di una figliolanza divina adottiva, che non si identifica con la figliolanza divina naturale, che è propria della seconda Persona della Trinità”. Nella figliolanza divina adottiva, abbiamo in colui che è adottato, una vera rigenerazione, ossia di una nascita spirituale da Dio (Gv 1, 13) e, di una somiglianza di natura con Dio stesso e in modo speciale con la Persona divina del Figlio. Dio ci ha fatto dei doni preziosi ed inestimabili di ordine intrinseco alla nostra anima. Noi siamo, quindi, deificati e divinizzati, per mezzo della grazia di Dio nel Figlio. Ma la mente umana si domanda: è possibile la comunicazione della natura divina? Come può una creatura essere divinizzata? Dio stesso risponde mediante la sua Rivelazione. La natura divina infinita viene comunicata dal Padre al Figlio, che è Dio per figliolanza divina naturale. Il Padre e il Figlio comunicano la natura divina allo Spirito Santo per mezzo della spirazione di Amore. Il Verbo si comunica, si dona alla natura umana per mezzo della gratia unionis. Noi siamo divinizzati non perché cessiamo di essere creature e diventiamo Dio, ma perché, pur restando creature, per mezzo del dono creato della grazia, siamo elevati ed intimamente e immediatamente uniti a Dio.
Ottenendo la nostra salvezza attraverso la sua Passione, Morte e Risurrezione, Cristo ci conforma a se stesso tramite la nostra partecipazione al mistero pasquale e riconfigura cosí l’imago Dei nel suo giusto orientamento trinitaria. In questa prospettiva, la salvezza non è altro che una trasformazione e una realizzazione della vita personale dell’essere umano, creato a immagine di Dio e, nuovamente rivolto ad una partecipazione reale alla vita delle persone divine, attraverso la grazia dell’incarnazione e la dimora dello Spirito Santo. La tradizione cattolica giustamente parla qui di una realizzazione della persona. Soffrendo di una carenza di carità a causa del peccato, la persona non può conseguire la sua autorealizzazione separatamente dall’Amore assoluto di Dio in Cristo. Il mistero pasquale fa sí che l’uomo partecipa alla morte del peccato che conduce alla vita in Cristo. La croce significa non la distruzione dell’umano, ma il passaggio che conduce ad una vita nuova.
3.2. Rapporto tra la grazia e la libera conversione dell’uomo
La Scrittura ci parla della grazia in quanto mette in evidenza l’Amore di Dio per l’uomo la sua fedeltà e la sua misericordia. “Tutto è grazia, tutto ciò che significa salvezza per l’uomo è dono di Dio e dono gratuito”. La libertà dell’uomo ha il suo termine nell’Alleanza, in una storia conforme al destino di Gesù Cristo. La protologia esprime la prefigurazione e la destinazione cristologica della creazione e dell’uomo. La teologia della condizione originaria indica il riferimento obiettivo della libertà creata all’alleanza in Cristo fin dall’origine. La grazia di Cristo è una chiamata che consiste in una reale offerta di grazia donata all’uomo fin dall’origine (gratia originalis) e che come tale ne determina la destinazione in modo originario. La grazia cristiana determina la struttura della libertà, in modo tale che essa non solo è offerta originalmente, ma è libertà nell’intimo che la riceve. La grazia cristiana abbraccia tutta la storia. Non c’è storia della libertà che non sia sostenuta, ripresa e portata a compimento dallo Spirito di Cristo dall’inizio al termine. La dottrina dello stato originario, nella visione cristocentrica, afferma che la destinazione finale dell’uomo in Cristo non è un fatto accessorio ma, pur essendo gratuita, la sua gratuità tocca il cuore della libertà, originariamente come “destinazione”.
La libertà è il dono divino che consente alle persone umane di scegliere la comunione che il Dio uno e trino offre loro come bene ultimo. Ma con la libertà viene anche la possibilità del fallimento della libertà. Invece di abbracciare il bene ultimo della partecipazione alla vita divina, le persone umane si allontanano per godere di beni transitori o soltanto immaginari. Il peccato è proprio questo fallimento della libertà, questo voltare le spalle al divino invito alla comunione. La persona deve sapere equilibrare l’iniziativa di Dio che ci ha amati, con il dono della nostra libera e amorevole risposta umana. L’antropologia è una “dottrina della divinizzazione” perché esplicita la via dell’uomo verso la sua piena misura “divino-umana,” verso la trasfigurazione nell’amore. L’amore ha il primato nella gerarchia dell’essere. Cogito ergo sum è l’ultimo prodotto della ragione che pensa se stessa come essere pensante. Troveremo più evangelico il amo ergo sum? Forse nella sua meraviglia l’uomo può solo esclamare con gioia e riconoscenza: sono amato quindi sono, vivo nell’amore e perciò vivo. In Dio, infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17, 28).
L’uomo in Cristo è giustificato in quanto liberamente coopera con la grazia divina. La cooperazione dell’uomo con Dio non deve essere concepita in modo antropomorfico, come se una parte del processo della conversione dipendesse unicamente da Dio e l’altra parte unicamente dall’uomo, o come se Dio e l’uomo cooperassero parallelamente. Questo modo di concepire l’azione divina e la cooperazione umana trascura la trascendenza e il supremo dominio di Dio, che non sono diminuiti dalla relativa autonomia della libertà umana. Dio misericordiosamente aiuta il peccatore a muoversi progressivamente, verso la conversione. Il peccatore deve cooperare con l’attrattiva divina. Le grazie attuali sono gli aiuti che Dio dà al peccatore, perché egli si muova verso la giustificazione con la fede, con la speranza, il timore, ecc. L’influsso divino perciò, che eccita ed aiuta il peccatore a disporsi alla giustificazione, opera nell’intelletto e nella volontà dell’uomo.
3.2.1. Testimonianza della Sacra Scrittura
L’incarnazione di Dio è il mistero centrale della Rivelazione. Nella rivelazione biblica, il tema dell’imago Dei viene visto come la chiave per una comprensione biblica della natura umana e per tutte le affermazioni di antropologia biblica nell’AT (cf. Gn 1, 26-27; 5, 1-3; 9,6) come nel NT. “L’incarnazione secondo il NT è ordinata alla salvezza”. Il mistero dell’uomo non può essere compreso separatamente dal Mistero di Dio. La Scrittura presenta una visione dell’essere umano nella quale la dimensione spirituale è vista insieme alla dimensione fisica, sociale e storica dell’uomo.
La salvezza nell’AT era offerta anzitutto al popolo eletto, perché YHWH aveva promesso che i discendenti dei patriarchi sarebbero stati benedetti. Nei sinottici, questa concezione comunitaria della salvezza continua. La salvezza comunitaria è offerta non solo ai discendenti carnali dei patriarchi, ma a tutto il popolo di Dio, formata dai discepoli di Gesù, cioè della Chiesa da Lui edificata (Mt 16, 18). Cristo invita alcuni a seguirlo in modo speciale (Mc 1, 17). Questa relazione implica una comunanza di vita, un servizio personale e l’imitazione del maestro (Mc 10, 43-45). Gesù istruisce i discepoli, sulla necessità di portare la croce e seguirlo (Mt 16, 14). Infatti, Gesù dopo la risurrezione manda gli apostoli in tutto il mondo per farli discepoli per mezzo del battesimo. “Seguire Cristo, è una condizione necessaria per entrare nel Regno dei cieli” (Mt 10, 37-39).
Per Giovanni, l’unione con Cristo è necessaria alla salvezza. “Cristo è la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). La vita che Cristo dona, si ottiene in quanto i discepoli rimangono in Cristo. Questo rimanere è talmente realistico, che può essere paragonato con la presenza mutua del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre. Come il Padre è presente in Cristo, così Cristo è presente nei discepoli. Il cristiano, infatti, vive per (in virtù di) Cristo (Gv 6, 57-58). Il giusto produce frutti di buone opere, perché rimane in Cristo (Gv 15, 4-5) e nella grazia di Dio.
Paolo considera tutta la vita cristiana, dal battesimo fino alla gloria, come un’unione progressiva con Cristo. Essere giustificato per grazia, è unirsi con Cristo. L’unione con Cristo è un fatto vitale e perciò esige il buono e libero comportamento dell’uomo. L’attività del giusto forma in lui Cristo, in quanto egli contempla il Cristo, come norma della sua vita e così diventa suo imitatore (1Cor 4, 16). L’unione dinamica con Cristo riguarda tutto l’atteggiamento del giusto, non solo l’aspetto attivo, ma anche quello passivo. È Cristo che ci fa giusti e ci fa agire da giusti. Dio in Cristo ci dona la grazia, in quanto la nostra grazia deriva dal sovrabbondare della grazia di Cristo (Rm 5, 15). Lo Spirito che i giustificati ricevono è quello di Cristo (Rm 8, 9-11).
3.2.2. Testimonianza dei Padri
La visione biblica dell’immagine di Dio occupa un posto di rilievo nell’antropologia cristiana dei Padri. I Padri teologi dei primi quattro secoli rispondevano a questo tema partendo da un punto fermo e certo: il Signore Gesù Cristo è risorto, come aveva detto. Nella loro riflessione, il contesto della primitiva antropologia teologica è la salvezza, l’esperienza dell’Amore, di essere stati chiamati a partecipare ad una vita nuova, la vita divina rivelata dal Risorto nel dono dello Spirito Santo. I primi cristiani hanno cercato di dimostrare la possibilità di rappresentare “Dio fatto uomo” nella sua realtà umana e storica (cf. Es 20, 2-3; Dt 27, 15). Le argomentazioni che nelle dispute iconoclastiche del VII e VIII secolo sono state addotte a difesa della rappresentazione artistica del Verbo incarnato e della salvezza, si basavano su una profonda comprensione dell’unione ipostatica, che rifiutava di separare nell’immagine il divino dall’umano.
Uno sviluppo significativo del racconto biblico è dato dalla distinzione che fa sant’Ireneo, secondo il quale l’immagine denota una partecipazione ontologica e la somiglianza una trasformazione morale. Nell’essere immagine di Dio, Ireneo fa un richiamo alla creazione dicendo che il Padre dà all’elemento materiale di cui l’uomo è composto una dignità reale e, attraverso questo elemento, dà dignità agli atti che lo riguardano; atti di un corpo unito allo spirito; atti che nella vita quotidiana partecipano nella giustizia e nella carità, già della risurrezione, della vita divina. Il cristianesimo è una proposta di dignità e di speranza per l’uomo, che coinvolge tutto e tutti nella salvezza. La salvezza non è dell’anima sola, non è anzi un evento cosmico e personale insieme. La salvezza non è automatica, ma passa dalla libertà dell’uomo, dal modo in cui noi usiamo dei beni che Dio ci ha dato. Rendere gloria a Dio non significa altro che vivere come immagine di Dio facendo in modo responsabile che tutto possa glorificare Dio e partecipare alla stessa santità, allo stesso amore, alla stessa vita. La dignità dell’uomo è fonte di dignità per tutto ciò che esiste. È quanto ha voluto sottolineare Sant’Ireneo con la sua celebre definizione: “l’uomo che vive è la gloria di Dio”.
Secondo Tertulliano, Dio, creando l’uomo a sua immagine, gli ha trasfuso il suo soffio vitale in quanto sua somiglianza. Mentre l’immagine non potrà mai essere distrutta, la somiglianza può essere perduta tramite il peccato. Per San Agostino, “l’immagine di Dio nell’uomo ha una struttura trinitaria, che lo orienta verso Dio nell’invocazione (Spirito), nella conoscenza e nell’amore”. Nell’incarnazione, diventa visibile l’invisibile Dio, il che ci permette di guardare a Lui per riacquistare la visione dell’immagine. Nella risurrezione ci viene confermata la vocazione alla vita eterna trasmessa da Dio nella creazione. L’uomo è chiamato a riprodurre l’immagine di Gesù risorto. La vera speranza divina è la divino-umanità di Cristo. L’uomo non sarebbe mai stato divinizzato se il Verbo che si era fatto carne non fosse per natura, dal Padre e il Suo Verbo vero.
Nella tradizione teologica, l’uomo colpito dal peccato è sempre bisognoso di salvezza, ma al tempo stesso ha un desiderio naturale di vedere Dio. In quanto immagine di Dio, l’uomo costituisce un orientamento dinamico verso il divino. Dio salvatore si rivolge a un’immagine di sé. Secondo i Padri greci (es. Clemente Alessandrino) la grazia è universale. “La grazia è il dono che il Logos fa di se stesso, Egli che è fonte di ogni bene. Essa è una ricreazione dell’anima: la trasforma profondamente, la santifica, la divinizza”. L’uomo, creato ad immagine di Dio, è ordinata dalla natura al godimento dell’Amore divino, ma la grazia divina rende possibile ed efficace la libera adesione a questo Amore. La grazia non è semplicemente un rimedio al peccato, ma una trasformazione qualitativa della libertà umana resa possibile da Cristo, una libertà per il Bene.
3.2.3. Insegnamento del Magistero
La liberazione dalla schiavitù è il dono d’una identità, il riconoscimento di una dignità indelibile e l’inizio di una storia nuova (EV 31). In Tommaso d’Aquino, l’imago Dei possiede una natura storica, in quanto passa attraverso tre fasi: l’imago creationis (naturae), l’imago recreationis (gratiae) e l’imago similitudinis (gloriae). Per l’Aquinate, l’imago Dei è fondamento della partecipazione alla vita divina. L’immagine di Dio si realizza principalmente in un atto di contemplazione nell’intelletto. Questa concezione si distingue da quella di Bonaventura, per il quale l’immagine si realizza principalmente attraverso la volontà nell’atto religioso dell’uomo. Rimanendo nella stessa visione mistica Meister Eckhart tende a spiritualizzare l’imago Dei, collocandola al vertice dell’anima e distaccandola dal corpo.
Le controversie legate alla Riforma dimostrarono quanto peso continuasse ad avere la teologia dell’imago Dei per i teologi protestanti come per quelli cattolici. I riformatori accusavano i cattolici di ridurre l’immagine di Dio a una “imago naturae”, che presentava una concezione statica della natura umana e incoraggiava il peccatore a costituirsi davanti a Dio. I cattolici rispondevano ai riformatori che negavano la realtà ontologica dell’immagine di Dio, riducendola a pura relazione. Inoltre, i riformatori insistevano sul fatto che l’immagine di Dio era corrotta dal peccato, mentre i teologi cattolici vedevano il peccato come una ferita dell’immagine di Dio nell’uomo.
All’uomo è donata un’altissima dignità, che ha le sue radici nell’intimo legame che lo unisce al suo Creatore. “Nell’uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio” (cf. EV 34). La vita che il Creatore offre è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé all’uomo. La salvezza è offerta agli uomini, morti in Adamo, in considerazione della rinascita in Cristo Redentore. La giustificazione è il passaggio da quello stato in cui l’uomo nasce figlio del primo Adamo, allo stato di grazia e di adozione dei figli di Dio per il secondo Adamo, Gesù. “La giustificazione (...) non è una semplice remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento dell’uomo interiore”. Cristo è in noi e noi in Cristo, soprattutto, perché Egli ci comunica lo Spirito Santo, di cui possiede la pienezza e da cui derivano i doni di grazia nelle varie membra della Chiesa. “Mentre la giustificazione pone l’accento sull’azione di Dio che rende giusto il peccatore; la grazia sottolinea l’effetto dell’azione divina nell’anima del giusto: la sua nuova condizione di amicizia con Dio”. Cristo per l’incarnazione, la morte e la risurrezione ha redento l’uomo e l’ha trasformato in una nuova creatura. La grazia è quell’ineffabile comunione, che ci rende partecipi del mistero, dell’opera, del premio di Cristo, della sua vita e del suo amore, del suo sacrificio e della sua preghiera.
La salvezza messianica è donata in seno ad una comunità umana, unita con Cristo. I discepoli di Cristo formano un corpo, il cui capo è Cristo, vivificato dallo Spirito (1Cor 12, 12-27). Cristo viene incontro all’uomo in questa comunità, in quanto l’Amore di Cristo direttamente ed immediatamente ha per oggetto la comunità (Ef 5, 25-27) ed i singoli giusti ricevono i beni messianici, in quanto appartengono alla Chiesa (Ef 4, 11-16).
“La scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo Risorto (...). Con la luce e la forza di tale fede, quindi, di fronte alle sfide dell’attuale situazione, la Chiesa prende più viva coscienza della grazia e della responsabilità che le vengono dal suo Signore per annunciare, celebrare e servire il Vangelo della vita” (cf. EV 28).
3. 3. Dignità dell’uomo vecchio, in Gesù Cristo, Uomo Nuovo
La concezione antropologica di Gesù è totalmente radicata nella rivelazione e nella manifestazione del Padre e della sua misericordia. Nel Vangelo, il discorso su Dio rinnova e riorienta la storia liberante dell’uomo. La proclamazione del Vangelo di Dio Padre sta nello spazio in cui l’uomo costruisce e progetta la sua esistenza fino a mostrare che l’incontro con l’“Abbà” è la nascita di un uomo nuovo, radicato in Cristo.
La dignità dell’uomo si trova nel suo essere stato progettato da Dio nel “luogo dell’incarnazione” dove Dio stesso dimora in mezzo alle sue creature. L’antropologia cristiana concepisce l’uomo come il vero tempio di Dio, il luogo della comunione tra il Creato e l’increato. L’uomo può ritrovare la sua originaria, altissima, dignitosa vocazione, il suo vero volto grazie a Cristo, l’Uomo Nuovo. Gesù, è il prototipo dell’uomo e costituisce l’immagine, lo splendore della gloria e della sostanza di Dio (cf. Eb 1, 3; 2Cor 4, 4; Col 1, 15-16). L’uomo è stato plasmato ad immagine dell’Immagine che è il Figlio primogenito fattosi carne per mezzo dello Spirito Santo. “In Gesù, ogni uomo può ritrovare e riscoprire la propria natura. Siccome Cristo ha vinto il peccato e la morte, in Lui l’uomo può ritornare a Dio e ritrovare il suo vero essere”.
Con il peccato l’uomo ha sfigurato l’immagine divina a lui propria e da allora egli è impegnato nella sua ricostruzione, senza la quale non sarà mai felice. Non si tratta della “distruzione” dell’immagine divina nell’uomo, ma solo della “sfigurazione”, del suo offuscamento. La struttura originale ontologica dell’uomo, voluta e creata da Dio, non permette la sua “distruzione”. Infatti, neanche l’uomo d’oggi, durante la sua vita terrena, può “distruggere” l’immagine divina impressa in lui, in quanto, per volontà salvifica del Creatore, anche dopo il peccato gli rimangono le facoltà dovute alla struttura della natura umana, cioè la libertà, la capacità e il desiderio di conoscere e di amare il Creatore. Nel cuore della sua esistenza peccaminosa l’uomo è perdonato e, attraverso la grazia dello Spirito Santo, sa di essere salvato e giustificato per mezzo di Cristo.
Cristo è il Verbo, la vita e la luce che illumina ogni uomo e viene nel mondo (Gv 1, 3-4, 9). Nell’imago Christi troviamo la totale ricettività del Padre che dovrebbe caratterizzare la nostra stessa esistenza, l’apertura all’altro in un atteggiamento di servizio, la misericordia e l’amore che Cristo, in quanto immagine del Padre, mostra nei nostri riguardi. Proprio come le origini dell’uomo vanno ricercate in Cristo, cosí anche la sua finalità. Gli esseri umani sono orientati verso il regno di Dio come a un futuro Assoluto, il compimento dell’esistenza umana, poiché “tutte le cose sono state create per mezzo di Gesù e in vista di Lui” (Col 1, 16). Attraverso l’Incarnazione, la Risurrezione e la Pentecoste, l’eschaton è già qui, anticipandone la realizzazione finale.
Gli esseri umani crescono nella loro somiglianza a Cristo e collaborano con lo Spirito Santo, il quale, soprattutto attraverso i sacramenti, li plasma ad immagine di Cristo. In tal modo l’esistenza quotidiana dell’uomo è definita come uno sforzo di sempre piú piena conformazione all’immagine di Cristo, cercando di dedicare la propria vita al combattimento per arrivare alla vittoria finale di Cristo nel mondo. L’uomo fatto ad immagine di Dio, ha il compito di diventare sempre più simile a Dio conformando ogni sua azione al raggiungimento del Sommo Bene. Il termine “somiglianza” in questo senso, esprime una richiesta d’azione e di impegno da parte dell’uomo, ovviamente sempre con l’aiuto della grazia di Dio.
3.3.1. L’uomo chiamato ad amare e ad esistere nella gratuità e nella libertà
come figlio nel Figlio
Il fatto che l’uomo si trovi nella grazia di Dio, cioè nell’Amore e nell’amicizia che Dio gli offre in Gesù, sta ad indicare la dimensione definitiva della sua esistenza. “La vita che il Creatore dona all’uomo è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua presenza, ormai della sua gloria” (cf. EV 34). Se si pensa al dono già conferito all’uomo, oppure alla trascendenza divina, si sarà tentati di negare l’importanza di ogni opera umana. Se si concentra invece l’attenzione sul fatto che l’uomo già possiede un dono che tende al suo compimento, si sarà portati ad aspettare soltanto dall’attività dell’uomo giustificato il passaggio definitivo dallo stato di via, allo stato di gloria.
Quando i beni sparsi per l’universo sono usati dall’uomo per dominare altri popoli, il creato non è ancora liberato dalla schiavitù della corruzione (cf. Rm 8, 21) e, perciò la storia umana continua a tendere verso la vanità, verso ciò che non ha valore, verso il fallimento. Si è ancora sotto la condanna e non nella libertà che Cristo ci dà. Immenso, nella storia, il compito che attende i figli di Dio è di impegnarsi a liberare l’uomo dalle singole non-libertà (sottosvilluppo, fame, guerre ecc). Molla di questa azione liberatrice del cristiano è la convinzione che tutti siamo fratelli perché destinati ad essere figli dello stesso Padre. È, quindi, il compito del cristiano preparare con il suo lavoro i cieli nuovi e la terra nuova, cioè la vera libertà. Gesù Cristo va incontro all’uomo di ogni epoca, con le stesse parole: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).
Dio, dunque, con il dono dello Spirito Santo ha illuminato l’uomo alla conoscenza della verità (Eb 6, 4) e da quando il suo Figlio si è fatto uomo, nel cuore umano ha cominciato a battere il cuore di Dio e l’umanità è stata resa capace di “amare come Dio ama”. In quest’evento si realizza la vocazione dell’uomo chiamato ad essere come il Figlio di Dio, uomo nuovo, che vive nella sempre più piena conoscenza del suo Creatore per essere in una comunione di amore con Lui e con tutte le creature. Il cristiano sta in Cristo, però contemporaneamente Cristo è in lui (cf. Gv 14, 20; 17, 21). In sintesi, lo stare in Gesù e partecipare alla sua vita è il centro e il fondamento dell’esistenza del credente, ed è anche la massima pienezza alla quale l’uomo può aspirare. L’inserzione in Cristo ci apre il cammino verso Dio Padre.
3.3.2. Con Cristo, Uomo-Nuovo, cambia il rapporto uomo-natura
Gesù ha preso possesso dell’uomo nel Battesimo. Questo sigillo è il sigillo di Gesù, quasi per significare: questa creatura è mia! L’uomo è, dunque, di Gesù Cristo. È la massima gloria, di cui si gloriava Paolo, servire Gesù. Gesù è la luce, egli che è la luce illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). “Una volta eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore e come figli della luce dovete vivere, giacché il frutto della luce è in ogni bontà e giustizia e verità” (Ef 5, 8-9). Gesù è il principio di ogni nostra azione soprannaturale, meritoria presso Dio. Noi non possiamo piacere a Dio, se non per la nostra unione con Gesù, l’immagine perfetta (Ef 1, 3). Come la divinità operava nell’umanità di Gesù, così Gesù opera in noi (cf. Gv 17, 23). Cristo è il capo che fa vivere ed operare noi che siamo le sue membra. Gesù è la nostra vita (cf. Gv 6, 55).
La solidarietà e la carità non hanno come metro di misura il bisogno dell’altro, ma hanno la sovrabbondanza con la quale Cristo si è manifestato tra gli uomini. Per salvare l’umanità Dio non aveva bisogno di fare assolutamente niente, ma ha mandato il Figlio a morire sulla croce: lo “scandalo della croce”. La croce è uno scandalo perché non si capisce come Dio possa essere morto sulla croce. Si può capire che è avvenuto un fatto dell’altro mondo, ma si comincia a dubitarne perché è fuori dalle categorie umane, quindi, uno ci crede o non ci crede! Comunque la croce fa scandalo proprio per la sovrabbondanza.
Il Vangelo presenta l’intervento di Cristo come il racconto di una nuova creazione. Con Gesù, la creazione trova la sua strada e l’uomo il suo vero volto. Guardando la persona di Cristo che manifesta Dio nella storia, primogenito di tutte le creature, nel senso che è l’uomo per eccellenza, possiamo capire cosa siamo di per sé chiamati a fare. “L’uomo è grande, è a immagine e somiglianza di Dio”, vuol dire che vive con dentro una prospettiva, un risvolto, una forza dunque, una virtù che le restituisce tutte le potenzialità umane. Allora l’uomo può vivere come Cristo ha vissuto questi valori. La dignità dell’uomo è dentro questa possibilità di grandezza. I Santi sono persone che hanno vissuto una umanità incredibile, anche se socialmente non contavano niente.
Riflettendo sull’incontro con Dio aldilà della diversa fede, si nota che Cristo vive, nella sua esperienza personale e, lo vediamo in diversi ambiti per esempio nell’ambito ecumenico e interreligioso. I contemporanei di Gesù dividevano gli uomini in nome di Dio. I Giudei e i Samaritani, a loro volta, ritenevano di essere migliori dei pagani idolatri. Cristo invece insegna che l’incontro con Dio avviene nell’intimo della coscienza attraverso l’ubbidienza della fede, e che potrebbe accadere che sia lontanissimo da Dio chi vive quotidianamente a contatto con l’altare e sia invece molto vicino e benedetto da Dio chi è apparentemente lontano da Lui. Per esempio nella guarigione della figlia della donna siro-fenicia, Gesù conclude con una frase che nel vangelo non è mai rivolta a nessun pio israelita e a nessun perfetto fariseo: “Donna, davvero grande è la tua fede!” (Mt 15, 21-28).
Nessuna legge umana può mettere così bene al sicuro la dignità personale e la libertà dell’uomo quanto il Vangelo di Cristo affidato alla Chiesa. Questa Parola, infatti, annunzia e proclama la libertà dei figli di Dio, respinge ogni schiavitù che deriva in ultima analisi dal peccato (cf. Rm 8, 14-17), onora come sacra la dignità della coscienza e la sua libera decisione, non si stanca di ammonire a raddoppiare tutti i talenti umani al servizio di Dio e per il bene degli uomini, raccomandando di vivere la carità (cf. Mt 22, 39). La Chiesa, in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti umani e riconosce e apprezza molto il dinamismo con cui ai giorni nostri tali diritti vengono promossi ovunque. Ma questo movimento deve essere impregnato dallo spirito della Parola e dev’essere protetto contro ogni specie di falsa autonomia (GS 41). La giustizia sociale può essere conseguita solo rispettando la trascendente dignità dell’uomo. La persona rappresenta il fine ultimo della società e della creazione.
3.3.3. La grazia di Dio come perdono dei peccati, come nuova relazione con Dio e come nuova creazione
Nella storia della salvezza, la creazione dell’uomo è stata un atto d’Amore di Dio all’uomo che si manifesta nell’invio di Gesù Cristo per il quale siamo resi partecipi della vita divina. Gesù rivela che Egli è il vero Dio come il Padre Suo. E rivela la presenza di una terza persona divina, detta Spirito e così rivela che Dio è comunità trinitaria, pur rimanendo salvo il monoteismo di Israele. Ne segue che il Dio di Gesù Cristo è veramente il Santo, il separato, ossia è mistero, ma mistero santo che si comunica, con l’apporto trinitario, che si associa al monoteismo dell’AT e del NT.
L’amore di Dio in Gesù ci colloca in una condizione superiore a quella che ci corrisponderebbe come creature. L’uomo ha una dimensione “sopra creaturale”. In effetti l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio perché riproduca l’immagine di Cristo. Sappiamo che l’uomo è stato infedele all’Amore di Dio, ha peccato e per questo è entrato in contraddizione con se stesso. L’umanità intera ha la vocazione radicale di ritornare alla sorgente, che è Dio, nel quale solo troverà il suo compimento finale mediante la restaurazione di tutte le cose in Cristo. L’inizio nuovo è già cominciato con la risurrezione e l’esaltazione di Cristo, che attrae tutte le cose a sé, le rinnova, le rende partecipi dell’eterna gioia di Dio. Il futuro della nuova creazione brilla già nel nostro mondo ed accende, anche se tra contraddizioni e sofferenze, la speranza di vita nuova. “La gratuità del dono di Dio non si riferiva all’indegnità dell’uomo come peccatore, ma più radicalmente, alla sua condizione di creatura”.
L’azione salvifica di Dio in Cristo si presenta come superamento del peccato, come perdono e “giustificazione”. In ogni momento l’uomo ha la possibilità di fare il bene o di superare la sua situazione di peccato se si lascia penetrare dalla grazia di Dio, dallo Spirito Santo. La concezione dell’uomo come essere chiamato alla comunione con Dio è ad essa orientato in ogni momento, sia nell’accettazione che nel rifiuto e ci fa superare, da una parte l’autosufficienza dell’essere umano e la sua indipendenza di fronte a Dio e dall’altra la tendenza, a considerarlo come radicalmente corrotto dopo il peccato. L’uomo non può fare nulla di buono senza Dio. La presenza del dono dello Spirito in noi trasforma la libertà come relazione, attuandola come comunione.
Paolo utilizza in varie occasioni l’espressione “nuova creazione” per riferirsi al nuovo essere dell’uomo in Cristo. “Chi vive in Cristo è una nuova creatura; il vecchio è passato, è apparso il nuovo” (cf. 2Cor 5, 17). L’apertura ad una nuova fraternità umana è uno dei più significativi frutti della vita di grazia. Cristo introduce nella storia una solidarietà aperta a tutta l’umanità e capace di originare un’universale riconciliazione. In Cristo non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna (Gal 3, 28; Col 3, 11). Non certo nel senso che queste diversità sono cancellate, ma nel senso che, invece di essere sorgente di opposizioni e di inimicizia, diventano il luogo di accoglienza, di uguaglianza e di comunione. La legge fondamentale della vita cristiana è, infatti, quella incarnata da Cristo che ha amato la Chiesa dando se stesso per lei (Ef 5, 25; Gal 2, 20). Quando si è in Cristo e, per suo mezzo, riconciliati con il Padre, si è una creatura nuova.
4. Lo Spirito di Gesù Cristo nell’uomo
Dio si offre donandoci la sua grazia. La sua presenza in noi offre la possibilità di vivere la vita di Cristo e di rivolgerci al nostro Creatore come a nostro Padre. L’uomo giunge ad essere se stesso, superando ogni alienazione, quando partecipa della relazione con Dio e con gli uomini (filiazione e fraternità) propria di Gesù. Solo a partire da Gesù e dalla sua umanità abbiamo accesso al mistero di Dio. Il NT attribuisce allo Spirito presente in Gesù la forza e l’impulso per lo svolgimento concreto della sua missione come uomo. Lo Spirito Santo è il vincolo di unione tra Gesù e l’uomo.
Nella relazione tra Gesù e lo Spirito durante la vita mortale di Cristo, Egli riceve lo Spirito del Padre. Dopo la risurrezione Gesù dona lo Spirito a coloro che credono in Lui. Gesù è il Figlio di Dio, non è lo Spirito Santo. È però lo Spirito Santo che agisce su di Lui, gli comunica la forza per la sua missione (l’unzione di Gesù; ricordiamo che Cristo, Messia, vuol dire “unto”), lo fa obbedire in libertà alla volontà del Padre. Grazie allo Spirito Santo che si concede a noi come Spirito di Gesù possiamo partecipare tutti nella filiazione divina in Cristo. Lo Spirito Santo è stato definito a ragione come la “comunione e comunicazione con Gesù” ; è la vita di Cristo che si dà a noi. Per la fede in Gesù e il dono dello Spirito siamo figli di Dio e, il Padre ci ama come ama il Figlio.
Nella nostra partecipazione alla vita divina siamo pertanto “figli”, ma non “padri” né “spiriti santi”, perché lo Spirito si dà a noi solo in quanto Spirito di Gesù. Nella grazia Dio non ci dà qualcosa di diverso da Lui, ma ciò che ci dà è se stesso. Il carattere comunitario della nostra inserzione in Cristo, però, non significa il disconoscimento di ogni singola persona. La comunità dei credenti è il corpo di Cristo, nel quale ognuno dei membri ha una funzione irrinunciabile (cf. 1Cor 12, 7-30). “Ci sono diversità di doni dell’unico Spirito, per l’utilità comune e l’edificazione del corpo; è perciò precisamente da questo che risulta con chiarezza l’irrepetibilità di ognuno dei membri”.
L’insegnamento cattolico sulla “grazia creata”, o sull’effetto nel nostro essere creaturale dell’azione salvifica di Dio, è una espressione della dimensione irrinunciabile dell’opera divina in noi. La testimonianza interna dello Spirito, dopo un processo di conoscenza e di discernmento (cf. Fil 1, 9; Ef. 3, 19) produce in noi una trasformazione che è conseguenza – non causa – del nostro essere in pace con Dio. Rahner K., suggerisce che la presenza divina in noi può essere scoperta quando siamo capaci di essere disinteressati, quando non cerchiamo la ricompensa umana, quando amiamo il bene per il bene. In altri testi biblici appare il tema del rinnovamento e della rigenerazione dell’uomo come conseguenza del battesimo. In Tt 3, 5-6, il battesimo è “il bagno di rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito che Dio ha versato con abbondanza su di noi per mezzo di Gesù nostro Salvatore”. Questo tema della rigenerazione appare di nuovo in 1Pt 1, 3; 1, 23 legato alla risurrezione di Cristo e alla forza della Parola di Dio.
La presenza dello Spirito Santo ci ricrea, trasforma il nostro essere creaturale portandolo alla pienezza. La novità dell’uomo è il frutto dell’autodonazione di Dio stesso nel Suo Spirito. La presenza di Dio nell’uomo, l’inabitazione dello Spirito Santo, la condizione di Gesù producono qualcosa nell’uomo. È lo stesso uomo che arriva con ciò alla pienezza del suo essere. Lo Spirito fa partecipare tutta la creazione – uomo, Chiesa, mondo – alla vicenda filiale di Gesù, nel duplice senso di una con-figurazione filiale e di una trasformazione spirituale. L’azione dello Spirito plasma la libertà degli uomini perché si incorpori a Gesù Cristo, formando la Chiesa, mediante l’Eucaristia, come ‘Corpo di Cristo’, simbolo reale del destino escatologico di tutta la creazione.
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