Monday, 6 September 2010

Capitolo Secondo: L’UOMO, IMMAGINE DI DIO, CHIAMATO ALL’AMORE

“…in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 18b-19).
1. L’uomo come coronamento della creazione
L’uomo che ubbidisce liberamente alla legge di Dio facendo il proprio dovere, tributa a Dio l’omaggio della creazione come lui solo può farlo. “Siamo come i sacerdoti della creazione: la dominiamo, la usiamo per noi, ma sottomettendoci a Dio la portiamo insieme con noi, allo scopo finale della gloria di Dio. Con la nostra sottomissione a Dio, l’intera realtà con l’uomo, suo padrone, onora Dio”. La statua dell’uomo, si può immaginare così: in piedi sulla terra e con gli occhi fissi in cielo. La sublime missione dell’uomo è di dominare la terra e di guardare sempre a Dio. L’anello del mondo si salda nella libertà dell’uomo: a lui arriva tutto da Dio ed egli tutto riconsegna a Dio.
Tutta la Sacra Scrittura è un cantico di lode per le meraviglie che il Signore ha compiuto nella creazione. Dio, l’essere infinito, creando l’universo dona all’uomo la luce dell’intelligenza e la grazia della Rivelazione cosicché gli esseri, creati ad immagine e somiglianza di Dio, possano giungere alla comprensione dello stupendo progetto divino di “ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef 1, 10). Ciò significa che al centro della creazione vi è il Verbo di Dio, per questo l’apostolo Giovanni esclama: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui” (Gv 1, 3). L’umanità stessa è stata modellata sull’impronta del Figlio di Dio, Gesù (Eb 1, 3), secondo il disegno eterno del Padre (Ef 3, 11). Con l’incarnazione l’umanità ritrova il cammino della sua pienezza: essere figli di Dio (Rm 8, 16; Gal 4, 4). La Bibbia, contro ogni esagerato pessimismo, difende indubbiamente una visione positiva della creazione e dell’uomo. Essa è molto sensibile all’appello di giustizia e di pace che pervade le aspirazioni dell’uomo storico. Essa è convinta che la storia si muova nella pienezza di Gesù verso il Dio Padre, nonostante le esperienze che sembrano contraddire la crescita verso una maggiore umanizzazione.
L’uomo creato riconosce un ordine naturale nella sua vita e si trova orientato ad un fine. Si riconosce quello che è di diritto ad ogni uomo nel vedere l’ordine naturale delle cose nel mondo. In un mondo irrazionale l’ordine si dà per la forza, in un mondo razionale si dà attraverso il diritto. L’uomo nella sua dignità di persona è tutore e fondamento del diritto. Per conoscere bene gli altri e anche il loro Dio, l’uomo deve conoscere bene se stesso.
L’uomo, pur appartenendo al mondo visibile, alla natura, si differenzia in qualche modo da questa stessa natura. Infatti, il mondo visibile esiste “per lui” e lui ne “esercita il dominio”. Per quanto in vari modi sia “condizionato” dalla natura, egli la “domina”. La domina, forte di ciò che lui è, delle sue capacità e facoltà di ordine spirituale, che lo differenziano dal mondo naturale. Definendo l’uomo “immagine di Dio”, il libro della Genesi mette in evidenza ciò per cui l’uomo è uomo; ciò per cui è un essere distinto da tutte le altre creature del mondo visibile. Nella creazione, Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
2. L’uomo: soggetto e mistero
Il fatto che sia stata la filosofia ad assumere il discorso sull’uomo può essere capito anche come un tentativo di lasciare alla teologia, alla mistica, il mistero del trascendente nella creazione, mentre altre scienze umane si assumevano l’ampio campo della conoscenza oggettuale tenendo conto del fatto che l’uomo può essere soggetto-oggetto di una conoscenza positiva. Nel riconoscimento della limitatezza di ogni bene finito, l’uomo, nell’inquietudine del suo cuore, perviene a Dio, valore Assoluto. Secondo questa analisi l’uomo, nel profondo del suo essere, è una proiezione verso il Mistero. “La dimensione religiosa fa parte della intrinseca costituzione dell’essere umano”.
Cartesio definisce l’uomo come “uno che pensa”. Alcuni positivisti, invece, dicono che non è facile definire l’uomo perché egli è un mistero. L’uomo nella sua propria quotidianità incontra: il “problema”, nel dimensione di avere e il “mistero”, nella dimensione di essere. Spesso, il problema è esterno, quindi, può avere soluzioni, ma il mistero, invece, non ha una soluzione diretta perchè è più dell’apparenza empirica. Mentre il problema non fa parte dell’essenza della persona, il mistero è nell’uomo perché esso determina la sua propria esistenza e l’essenza.
L’uomo è un essere sussistente che ha due facoltà; la volontà e l’intelletto. La volontà è la capacità della decisione e l’emozione dell’uomo, mentre l’intelletto è la capacità di sapere. Si nota che nel mezzo della realtà l’uomo “sa”, e “non sa”. La conoscenza è l’abilità di capire e di assimilare la realtà. Con il suo intelletto l’uomo può sapere, ma non può sapere tutti i dettagli di ogni essere. Certo, la sua razionalità va più in là dell’animalità. La ragione dell’uomo aiuta a riconoscere che lui stesso è un paradosso. San Agostino dice che l’uomo è dotato dell’intelletto e di volontà che gli fanno riconoscere il suo Creatore e gli altri esseri nel mondo. Benché l’uomo ha questo potere del sapere, Freud con la sua psicoanalisi ci dice che c’è un aspetto dentro di noi che non è ancora stato scoperto. L’uomo nel suo sapere si sforza di dare il significato a tutto quello che incontra nella propria vita perché lui fa parte della creazione. Ma come sarebbe il mondo senza l’uomo? Questo mondo sarebbe chiamato “il mondo” prima di tutto? È solo l’uomo creato ad immagine di Dio che può chiamare, può cercare e dare il senso della propria vita e curare responsabilmente la creazione. Se non per l’uomo, le cose esisterebbero senza essere riconosciute e senza nessun valore!
Il Cristianesimo prende tutta la natura dell’uomo e lo tocca in profondità, al di là di tutte le differenziazioni etniche, razziali, nazionali, culturali; lo prende come uomo e come tale lo eleva alla partecipazione della vita divina. Nell’antropologia, il tema dell’immagine presenta la chiave di interpretazione dell’ininterrotta amicizia con Dio che crea, chiama e permette all’uomo di rispondere all’Amore con l’Amore, partecipando con Cristo, nello Spirito Santo, alla vita della Santissima Trinità che è vita di Amore. L’Amore è il vero fattore della divinizzazione dell’uomo e dell’intero cosmo. Nel rapporto io-tu l’amore si manifesta nell’altro come “in una rivelazione”. Ma l’uomo deve definirsi e deve capirsi bene per poter rispondere e realizzare il progetto della vera immagine nell’Amore di Dio.
3. Caratteristiche dell’uomo, immagine di Dio
La realtà dell’uomo “sembra” avere contraddizioni. L’uomo è un essere creato e abilitato a percepire la chiamata di Dio mediante la sua facoltà conoscitiva, nonché a rispondere a tale chiamata mediante la sua decisione di volontà. Parlando sull’uomo, sto riflettendo sulla mia propria realtà, facendo un riferimento ad un filosofo, Gabriel Marcel, il quale dice che l’uomo è un mistero perché nell’atto di definirsi egli sta definendo lui stesso. Questo è un compito difficile. L’uomo è un insieme da antinomie. Anzi, ogni parola di tale quesito pone, da sola, un interrogativo. Si nota che la realtà si rivelerà solo quando l’uomo si sforza di capirsi, senza permettere che i paradossi rimangano oscuri a se stesso e agli altri. “Tutto l’uomo è da salvare, per il fatto stesso che egli è una sostanziale unità: anima e corpo, intelligenza e cuore, volontà e sentimenti, materia e spirito”. La persona è un’unità nella pluralità ed abbraccia l’universo: essa è l’antinomia incarnata dell’individuale e del sociale, della forma e della materia, della libertà e del destino.

3.1. Storicità dell’uomo
In ogni momento della propria vita, “l’uomo assume il passato come esperienza vissuta, si protende al futuro come desiderio e vive fondamentalmente nel tempo presente in cui è del tutto se stesso”. L’uomo è un essere in cammino verso la propria identità finale che si completerà solamente quando giungeranno a piena maturazione i semi ricevuti nel venire all’esistenza. Il tempo e la storia divengono materia necessaria per l’esercizio della libertà di cui si alimenta la peregrinazione verso l’escatologico. L’uomo è visto come un “sussistente” e anche come un “incarico”. La persona è completa in se stessa con il corpo e l’anima, con l’intelletto e la volontà, ma allo stesso tempo egli è un compito da realizzare, una potenza da attualizzare. L’uomo “in atto” è “in potenza” di fronte alla vita eterna, suo vero fine. Si può dire che l’uomo è già (sussistente), ma non ancora (incompiuto). Tutti gli uomini hanno le stesse caratteristiche, come immagini di Dio, ma ogni persona ha il suo modo unico di agire e di essere, diverso dagli altri. La differenza viene dalla qualità di vita, anche se l’essenza rimane per il fatto che l’uomo è creato ad immagine proprio di Dio. “Il rapporto del tempo con la storia assomiglia al rapporto della materia di un’opera d’arte con la forma conferitale dal lavoro dell’artista. (...). Il tempo antecede, punta a diventare storia ed arriva ad essere tale quando l’uomo assume le valenze salvifiche immesse da Dio e le porta a completamento”.
La fede cristiana è una fede ancorata nella storia. Non è solo paradigma dogmatico, morale o rituale, ma essa è una storia di salvezza. La rivelazione di Cristo è consegnata nella Sacra Scrittura. Il perché della vita, della passione, morte e risurrezione di Gesù si trova nel suo Amore che ci rivela un Dio appassionato che si identifica e vive con gli altri. Gesù diventa così il modello dell’uomo, il quale è chiamato a configurarsi a Lui, l’Uomo perfetto in questa storia e nel mondo dell’aldilà.
3.2. Unità corporale e spirituale dell’uomo
Riferendosi alla realtà dell’uomo “spirito-incorporato”, lo spirito e il corpo sono due parti della stessa realtà. Lo spirito ha la qualità di trascendere nell’uomo. Questi fatti improntano la sua conoscenza della vocazione divina e la sua capacità di rispondervi, in senso positivo o negativo, sotto l’influsso delle passioni o sotto la pressione dell’ambiente che lo circonda. Per Platone, il corporeo sta al termine di una caduta e l’uomo è uno spirito che scopre la sua prigione e la sua degradazione nel vestito di carne. L’uomo è rappresentate di Dio nella creazione. Ciò che definisce l’uomo come immagine di Dio è che egli non stringe solo un rapporto di “parentela” con il mondo inferiore (biologico), ma soprattutto con Dio. “Il corpo partecipa dell’essere immagine di Dio e l’economia di salvezza si svolge attraverso un’economia della carne unita all’economia dello spirito”.
La fede ha come nucleo fondamentale l’incarnazione ed implica pertanto una riflessione sulla carne, sul corpo, sulla condizione umana. L’Eucarestia stessa, mistero centrale della vita cristiana, è partecipazione alla vita di Dio attraverso il corpo di Cristo nella sua morte e risurrezione. Anche la Chiesa è detta “corpo” di Cristo. Il cristianesimo non è riducibile né ad un idealismo in-corporeo né al materialismo puro. L’uomo è in unità di corpo ed anima che riceve lo Spirito del Padre: questa è la creatura fatta ad immagine di Dio. La verità di tutto ciò apparve quando il Verbo di Dio si fece uomo, rendendosi simile all’uomo e rendendo l’uomo simile a Lui. Prima di Cristo l’uomo era ad immagine di Dio, ma non era chiaro il suo pieno significato. Ma quando il Verbo si fece carne, confermò e dimostrò che l’immagine era vera perché Lui stesso la plasmò e ristabilì la somiglianza rendendo di nuovo l’uomo simile al Padre invisibile per opera del Verbo visibile. L’uomo nel corpo è immagine di Cristo risorto nel corpo. La risurrezione è la chiave di lettura dell’antropologia.
Secondo Ireneo, l’anima è il principio in-corporeo della realtà creata che si chiama uomo. Corpo e anima costituiscono la “natura umana”, la quale riceve vita tramite il soffio di Dio. Tramite il soffio vitale, la vita è reale, ma solo in quanto relazionale. Si potrebbe parlare di “animazione vitale” e di “vita spirituale”. Il soffio di vita non è ex nihilo, ma viene dalla vita, da Dio come un dono. Il soffio di vita è identificabile a volte con lo Spirito Santo (la fonte della luce), a volte con l’anima (ciò che è illuminato). Mentre nelle altre creature la vita data da Dio è animazione in modo esterno, nell’uomo è la realtà che agisce dal di dentro e dal di fuori come una “presenza”. “Se la carne non fosse stato oggetto di salvezza, il Verbo di Dio non si sarebbe fatto carne. Invece si è incarnato e quindi la carne santa rappacificò la carne dell’uomo che era tenuta nel peccato e fu ricondotta all’amicizia di Dio, amicizia che è salvezza”.
Come immagine di Dio l’uomo è stabilito in una relazione particolare che unisce la creazione e il Creatore. Come persona egli unisce in sé lo spirituale e il materiale. “Nell’essere composto, psicosomatico, che è l’uomo, la perfezione non può consistere in una reciproca opposizione dello spirito e del corpo, ma in una profonda armonia tra di loro, nella salvaguardia del primato dello spirito”. Il corpo rivela l’uomo, esprime la persona ed è perciò il primo messaggio di Dio all’uomo stesso, un “sacramento”, che trasmette efficacemente nel mondo visibile il mistero invisibile nascosto in Dio dall’eternità. Per l’effusione dello Spirito l’uomo diventa spirituale e perfetto rivelandosi così l’immagine di Dio.
3.3. Socialità e fragilità dell’uomo
L’uomo è “individuale”, ma anche “sociale”. La corporeità dell’uomo, aspetto essenziale del suo essere, comporta necessariamente la dimensione sociale. Benché individuale, l’uomo è nato in una famiglia per poter realizzarsi. È un fatto evidente l’interdipendenza tra gli uomini, che prende inizio dalla stessa discendenza fisica degli uni dagli altri; lo è anche la relativa impotenza in cui si trova l’uomo quando nasce, se lo confrontiamo con la maggior parte degli animali, che accentua la sua necessaria dipendenza dai genitori e dalla società in generale. Nella descrizione dell’uomo, Aristotele afferma che l’uomo vive nella società da dove impara a diventare un essere umano e dove trova l’ambiente del compimento e dello sviluppo. L’uomo è un’animale sociale e razionale. Si può dire che esisto perché tu sei; perché tu sei, esisto. Come dice Emmanuel Levinas, nel volto dell’altro vedo il mio volto perché siamo dalla stessa radice dell’immagine.
L’uomo è “libero”, ed anche “limitato”. L’identità dell’uomo si manifesta nel suo agire libero, frutto del rapporto tra libertà, coscienza e anticipazione del senso o del bene. “L’uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l’uso della libertà”. L’uomo è libero di fare scelte giuste anche nelle condizioni peggiori, come attesta Victor Frankl, dopo la sua esperienza in un campo di concentramento in Germania. Frankl ha coltivato una libertà fortemente interiore che l’ha guidato serenamente in quella brutta situazione. L’uomo per il fatto della sua creazione ad immagine di Dio, è libero moralmente, spiritualmente, politicamente ecc. Ma la nostra libertà è limitata da fattori esterni, per esempio la società, la cultura, l’economia, la politica ecc. Nel suo libro “Il contratto Sociale”, Rousseau J., dice che l’uomo nasce libero, ma è sempre in catene. Possiamo chiederci se l’uomo può fare tutto quello che vuole (anche il male) per il fatto di essere libero? La persona come soggetto di coscienza e di libertà è responsabile in ogni atto e in ogni suo pensiero sul mondo, non solo davanti agli uomini, ma anche davanti al suo Creatore. L’uomo nella sua libertà sceglie di costruire la sua storia, da senso alla sua vita e anche a quella dell’altro. La natura sociale dell’uomo che cerca il perfezionamento richiede la comunità politica che deve emanare leggi giuste e ragionevoli secondo la dignità e il benessere della persona. La base di giustizia di una legge è la realtà della persona umana. L’uomo nella sua relazionalità è origine della società civile. Il sociale è al servizio della perfezione dell’uomo. E l’uomo lo sostiene. La comunità politica è a servizio della società civile. E la società la sostiene.
L’imitazione e sequela di Gesù conducono l’uomo alla vera libertà e ad essere se stesso. Il compimento di una legge esteriore non costituisce nessun cammino di salvezza. “La norma fondamentale di condotta del cristiano è l’Amore a Dio e al prossimo, una legge interiore certamente più esigente di qualunque altra, che però nasce dal cuore stesso del credente e non è imposta da nessuna istanza esterna”. Il cristiano giustificato per la fede e liberato da Cristo dalla legge del peccato e della morte è libero precisamente per l’Amore.
Il racconto della creazione della Genesi mette in evidenza come l’uomo non sia stato creato come un individuo isolato: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). Dio ha posto i primi esseri umani in relazione l’uno con l’altro, ognuno con un “partner” dell’altro. La Sacra Scrittura afferma che l’uomo esiste in relazione con altre persone, con Dio, con il mondo e con se stesso. Secondo questo concetto, l’uomo non è un individuo isolato, ma una persona: un essere essenzialmente relazionale.
Il dinamismo incessante che pervade la storia dell’umanità non si riduce mai alla volontà di affermare e di realizzare se stesso; è un appello alla verità, alla bontà creatrice e alla partecipazione, all’amore e alla giustizia. L’umanità non è soltanto spinta dal desiderio di felicità, ma dalla volontà di far felici anche gli altri. “L’uomo non è mosso soltanto dal bisogno di essere riconosciuto da parte degli altri, ma anche dalla gioia di riconoscere e di rispettare gli altri e di far giustizia a tutto e a tutti”. Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli. Tutti, creati ad immagine di Dio, “che da un solo uomo ha prodotto l’intero genere umano affinché popolasse tutta la terra” (At 17, 26), sono chiamati all’unico e medesimo fine, Dio stesso. Perciò l’Amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. Dalla Sacra Scrittura, infatti, siamo resi edotti che l’Amore di Dio non può essere disgiunto dall’amore del prossimo. La pienezza perciò della legge è l’Amore (Rm 13, 9-10; Cf. 1Gv 4, 20). Anzi il Signore Gesù, quando prega il Padre, dice: “Tutti siano uno, come anche noi siamo uno” (Gv 17, 21-22). Gesù ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e quello dei figli, fatti ad immagine di Dio nella verità e nella carità.
“L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (GS 24). Dall’indole sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Il principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere l’uomo. La vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo. Secondo la dottrina sociale della Chiesa, “la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno sempre dentro il bene comune la loro propria autonomia” (CA 13).
3.4. Sessualità e perfezione della comunione
L’intrinseco vincolo dell’uomo con gli altri membri dell’umanità si visibilizza in maniera particolarmente forte ed eccellente nella misteriosa realtà della diversità, comunicazione e nella complementarità dei sessi: “Dio creò l’uomo a sua immagine; ad immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). La crescita dell’uomo, infatti, non può limitarsi solo al moltiplicarsi (Gn 1, 28) o all’aumentare degli anni, essa si esplica soprattutto nel crescere in quanto immagine di Dio. La Chiesa proclama che la vita familiare è fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, uniti da un vincolo indissolubile, liberamente contratto, aperto alla vita in tutte le sue fasi. La famiglia è la fonte feconda della vita, il presupposto primordiale e insostituibile della felicità individuale dei coniugi, della formazione dei figli e del benessere sociale, come pure della stessa prosperità materiale della nazione. La famiglia è una scuola di umanità e di valori perenni, ambito principale nell’educazione della persona all’Amore e nell’Amore.
La sessualità, è la vocazione dell’uomo ad essere una sola cosa con il diverso da sé. L’uomo e la donna sono la manifestazione del primato della comunione interpersonale. “Cardine della sessualità è l’amore che coniuga, armonicamente le tre valenze dell’intersoggettività: la parità, la diversità, e la complementarità”. Si legge nel Gn 2, 18: “Non è bene che l’uomo sia solo (…)”. Queste parole, oltre a indicare semplicemente il valore del matrimonio, rilevano l’esigenza umana della comunione universale a livello orizzontale con gli altri uomini e verticale con Dio. Si comprende la ragione per cui la Bibbia spesso e volentieri ha formulato il mistero dell’Alleanza nei termini di un rapporto sponsale. L’uomo, infatti, raggiunge la sua perfezione in comunione con gli altri.
Il cristianesimo è la perfezione della relazione. Il regno di Dio è la complessità delle relazioni trasformate dall’Amore. Per Ireneo, la persona è inserita nella vita di comunione che si genera e si alimenta come vita spirituale, cammino di crescita dall’immagine alla somiglianza, secondo un movimento trinitario di comunione. L’uomo ad immagine del Dio Trino è un essere della comunione e nel compimento della sua perfezione. Gesù cercherà di riportare l’immagine alla sua bellezza iniziale, prima di tutto nel matrimonio. La parola “comunione” dice l’unità dell’uomo totale, misticamente restaurata nella Chiesa che perciò si può chiamare koinonia.

4. Situazione originale dell’uomo immagine di Dio, prima della caduta
Il racconto jahvista rispetto a quello sacerdotale ci presenta un Dio più familiare, più vicino agli uomini. Dio viene caratterizzato con forti antropomorfismi, alcuni comuni all’ambiente culturale dell’antico Medio Oriente: un Dio “artigiano” che agisce come un vasaio, un “giardiniere” che coltiva un paradiso, un “medico” che fa dormire e che toglie una costola. Riguardo ai racconti antichi extrabiblici, troviamo un’immagine molto più positiva dell’agire di Dio e dell’essere dell’uomo. Jhwh-Elohim è un Dio pieno di attenzione per l’uomo. Lui stesso “pianta” un giardino nell’Eden: vi fa “germogliare” ogni sorta di alberi soprattutto “l’albero della vita” e “l’albero della conoscenza del bene e del male” . Affinchè l’uomo non rimanga solo, Dio crea la donna, pari in tutto all’uomo per la vita intellettiva ed affettiva.
“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1, 31). Tutto il creato è buono. Il tutto è valutato in modo superlativo. La benedizione divina viene impartita in seguito alla creazione dell’uomo, sebbene si trova anche in riferimento agli animali superiori. Dio benedisse l’uomo perché fosse fecondo e si moltiplicasse e perché soggiogasse e dominasse sulla terra (Gn 1, 28). Dall’inizio alla fine dei tempi, tutta l’opera di Dio è sostanzialmente una benedizione. Infatti, in principio, Dio benedice gli esseri viventi (Gn 1, 22). Tutte le singole parti sono “buone” e l’universo nel suo insieme è “ottimo”. Il brano della creazione dell’uomo ha tre temi principali: creazione dell’universo (Gn 1, 1-0); creazione degli esseri viventi (Gn 1, 11-25); creazione dell’uomo (Gn 1, 26-31). Il mondo creato è come un immenso tempio, il santuario di Dio. Tutte le creature della terra sono come i celebranti di un’immensa liturgia cosmica. Al centro della realtà creata c’è l’uomo, sommo sacerdote della creazione, a cui tutto il resto è orientato e a cui tutto è subordinato. L’uomo manifesta nel mondo la presenza di Dio, perchè è creato all’immagine di Dio e collabora nel fare del mondo un immenso santuario dove viene celebrato il culto in onore del Creatore.

5. L’uomo immagine di Dio, dopo il peccato
Il peccato appare come un’offuscamento dell’immagine di Dio nell’uomo. Nella concezione tradizionale c’è stato un solo peccato, quella di Adamo, primo padre, trasmesso a tutti gli uomini. Il peccato della disobbedienza di Adamo è nella sua pretesa di impadronirsi delle cose di Dio senza Dio, prima di Dio e non secondo Dio. La caduta dei progenitori non ha distrutto l’immagine di Dio nell’uomo ma, l’ha solo velata, offuscata.
L’immagine, secondo la tradizione sacerdotale descrive il mondo come è uscito dalle mani di Dio e, quindi, l’uomo nella sua felicità iniziale (Gn 1, 1-2, 4a). Al secondo racconto della creazione segue quello della caduta. Da una situazione di armonia e serenità, in cui l’uomo dialoga familiarmente con Dio, vive in un rapporto sociale fondato sull’Amore e lavora la terra dominandola, si passa ad una situazione di attrito, pervasa dalla discordia e della dissolutezza. Il racconto jahvista spiega che la causa del male si trova nel peccato dei progenitori (Gn 3, 1-7), a cui seguì la condanna da parte di Dio (Gn 3, 8-19) e la loro espulsione dal Paradiso (Gn 3, 20-24).
L’uomo può e deve rispondere con un “sì” alla chiamata di Dio; ma invece si trova rispondendo con un “no”: il peccato. Nel confronto dell’uomo con Dio (Gn 3, 8-13), il risultato e il primo effetto del peccato è che l’uomo invece di diventare come Dio scopre la sua più profonda miseria. È “nudo”, cioè degradato. L’uomo non ha raggiunto quanto pensava. Fuggì da Dio e vigliaccamente scaricò sugli altri la propria responsabilità. Ma Dio non fugge, resta e chiama i responsabili del peccato al rendiconto. L’uomo e la donna si accusano a vicenda, perché il male divide, non unisce. Appaiono anche gli aspetti del conflitto del “cuore” umano: la morte, la concupiscenza cioè dell’inclinazione spontanea ai comportamenti giudicati cattivi e l’inevitabilità del peccato, che infetta l’esistenza umana con un senso di colpevolezza.
Ma sul peccato dell’uomo prevalse la misericordia di Dio, che nonostante tutto offrì all’umanità una sua promessa di salvezza (Gn 3, 15). “A causa del peccato, il male si diffuse su tutta la terra” (Gn 4). L’immagine di Dio è intesa come apertura dell’uomo a Dio. Anche dopo la caduta, Dio è sempre colui che nel Suo grande Amore dona l’essere, la vita e la ragione. L’uomo, dunque, anche se ferito dal peccato di Adamo e assieme a lui tutta la creazione, non cammina verso il nulla, ma è indirizzato a raggiungere il Bene Sommo, Dio. Alla fine l’umanità radicata nell’immagine di Dio sarà vincente perché schiaccerà il capo del serpente, satana. È il primo annuncio di salvezza, il Protovangelo (Gn 3, 15). Cristo ha realizzato questa vittoria, perchè “l’Amore di Dio è più grande del peccato dell’uomo”. Il giardino è chiuso e difeso, ma Dio è sempre pronto a riaprirlo e a ricondurre l’uomo alla casa dove viveva felice.
5.1. ‘Stato originario’ e privazione della grazia
“Per comprendere la mancanza di grazia con la quale l’uomo viene al mondo, dobbiamo interrogarci sull’origine da cui parte la storia di peccato, cioè dal peccato originale”. Il peccato originale ha il suo influsso negativo su ogni uomo e su tutto il mondo. È quello “stato di peccato” in cui ogni uomo si trova per il semplice fatto di essere “uomo” è quella tensione inevitabile tra ciò che l’uomo desidera essere e fare, e ciò che egli realmente è e fa. Quella tensione drammatica di cui San Paolo parla di non compiere il bene che vuole, ma il male che non vuole (Rm 7, 11-25). Il “peccato originale” può significare la colpa commessa dal primo Adamo e che tutti noi ereditiamo e lo stato di peccato nel quale vive ogni uomo, al di fuori della Redenzione realizzata da Cristo.
La dottrina sullo stato originale nella teologia patristica risultava dalla combinazione di un elemento biblico che configurava lo stato originale in modo paradisiaco alla luce del giudaismo inter-testamentario e di un dato culturale che leggeva lo stato originario come il punto di partenza di una storia vista o come decadenza da uno stato di perfezione (Origene) o come luogo dell’esercizio della libertà umana proiettata verso una meta finale (Ireneo). Così lo stato di perfezione e di immortalità venivano attribuiti sin dall’inizio all’uomo, oppure erano prospettati dentro la dinamica della storia della salvezza che va da Adamo a Cristo. In tal modo, presso i Padri lo stato originario consiste nell’unità di grazia e di libertà, con i rispettivi doni di immortalità, di integrità, di scienza e di assenza di dolore (doni supernaturali), con i quali sostanzialmente si pone l’accento sulla condizione della singolare armonia con cui l’uomo è uscito dalle mani di Dio per essere il partner del dialogo salvifico in attesa di Cristo.
Secondo l’insegnamento di Trento “il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione e perciò è proprio di ciascuno” (Cf. CCC 419). San Paolo dice: “A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché in lui tutti hanno peccato” (Rm 5, 12). Ricordiamo che il peccato originale in nessun modo ha un carattere di colpa personale. Le libere scelte peccaminose dell’uomo come l’odio, l’egoismo, l’ingiustizia, lo sfruttamento, l’indifferenza e il disimpegno nei riguardi degli indifesi, ecc., producono situazioni di male non degne dell’essere umano. Emerge con chiarezza l’identità della natura umana prima e dopo il peccato sia nella sua dignità sia nelle sue capacità naturali. La “grazia”, infatti, non ha influenza diretta sull’esercizio naturale delle facoltà della natura umana, ma ha il compito di trasportarla dall’ordine naturale all’ordine soprannaturale. Il peccato toglie all’anima e all’uomo l’entità che gli permette di raggiungere Dio e di conformarsi a Lui. Questa forma speciale tecnicamente si chiama similitudo. Il peccato, quindi, toglie o diminuisce la similitudo dell’anima con Dio, che viene ristabilita con la grazia di Dio attraverso Cristo.
5.2. Peccato come rifiuto della vita divina
Il peccato è rifiuto della comunione con Dio. Nella sua infinita sapienza e bontà Dio, per mezzo del suo Figlio incarnato, ha voluto comunicare l’unità con l’uomo. Però, l’uomo, ha rifiutato liberamente questa offerta di comunione con Dio; ha voluto autogestirsi, essere “autonomo” da Dio. Per l’uomo, rifiutare Dio significa alienarsi da ciò che costituisce la fonte della sua vita, significa morire. Il peccato, quindi, significa morte e questo non in senso etico e metaforico, ma in senso vero e reale. Si può capire che cosa significhi la salvezza se si comprende che cosa significhi peccato. “È impossibile vivere senza vita, ma la vita è possibile solo grazie alla partecipazione di Dio”. Converge il profetismo che interiorizza e personalizza il peccato fino a parlare di un cuore indocile, di un cuore falso e diviso, di un cuore incirconciso, di un cuore malvagio. Il male è disobbedienza perché attraverso di essa non ci si conforma più né a Dio né all’altro. Si interrompe il flusso vitale derivante dal fatto che siamo stati creati ad immagine di Dio.
Infatti, poiché l’essere creato ad immagine di Dio è il dato costitutivo della persona umana, anche il peccato nel suo aspetto negativo tocca l’essere stesso dell’uomo. Con il peccato viene meno per l’uomo la stessa capacità di essere se stesso, perchè il peccato distrugge la sua armonia. Basandosi sul concetto aristotelico che tutte le cose tendono verso un unico fine, si può dire che il peccato ci fa allontanare dal fine ultimo, cioè da Dio, Sommo Bene, tendendo, invece, verso un fine improprio.
L’uomo è stato creato libero e non può rimanere neutrale in questo mondo: o egli aderisce alla volontà di Dio, oppure concorre alla distruzione del rapporto. L’uomo può scegliere il bene solo se è libero, altrimenti la sua obbedienza non sarebbe più una scelta ed il bene non sarebbe più tale se fosse una costrizione. Il Creatore, per questo, non ha imposto all’uomo di sceglierlo, ma lo ha lasciato libero di cercarlo spontaneamente. Per “libertà” non si deve intendere il poter fare qualsiasi cosa, ma il cercare spontaneamente ciò che è bene (GS 17). Da questo fatto si coglie tutta la serietà della libertà umana, che consiste nella libertà di scelta, cioè nella possibilità di costruire un mondo secondo Dio, o di distruggere questo mondo e contribuire nella costruzione di un mondo di falsità. Il peccato consiste nel non mettersi dalla parte di Dio, che è l’Essere, ma dalla parte del non-essere. “L’uomo tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio” (GS 13).
La grazia è nell’essere umano in quanto partecipante all’Essere stesso di Dio. Dio è l’Essere nella Sua pienezza. L’uomo esiste in quanto riceve continuamente l’essere da Dio per partecipazione, come immagine di Dio. Cessare di comunicare con Dio – in questo consiste il peccato – significa semplicemente cessare di essere, cioè morire. La libertà è nell’uomo come una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà. La libertà raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, l’uomo si inganna da sé e diviene schiavo del peccato. “Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, spezza la fraternità con i suoi simili e si ribella contro la volontà divina” (cf. CCC 1731-1740).
5.3. Conseguenze della caduta dell’uomo
Il peccato, in un senso reale, provoca una divisione al suo interno tra corpo e spirito, conoscenza e volontà, ragione ed emozioni (Rm 7, 14-15). “Ma, la struttura ontologica dell’immagine, seppure colpita dal peccato nella sua storicità, permane nonostante la realtà delle azioni peccaminose”.
5.3.1. Rottura dell’amicizia originale con Dio
Nella prospettiva dell’imago Dei, che nella Sua struttura ontologica è dialogica o relazionale il peccato è rottura del rapporto con Dio. Questa alienazione da Dio turba il rapporto dell’uomo con gli altri perché ogni peccato ha la sua portata a livello sociale. Esso non è solo un’azione privata di un singolo, ma riguarda tutto l’ambiente dove vive l’uomo, anzi tutta l’umanità (cf. 1Gv 3, 17).
Nella patristica i temi del peccato e della libertà sono trattati indivisibilmente l’uno dall’altro, poiché entrambi si richiamano reciprocamente. Quindi il peccato ha la sua radice nella consapevole e libera scelta del male da parte della persona umana. Il peccato è ritirarsi dalla possibilità di partecipare alla vera vita che è la relazione personale e alla comunione di Amore con Dio. L’uomo, staccandosi da Dio e dalla propria vocazione esistenziale di vivere nella comunione con Lui e in Lui con gli altri uomini, si auto-aliena e si perde nell’inquietudine, nella sofferenza e nell’infelicità. Sotto il peso del peccato, l’uomo spesso assume anche un atteggiamento di sfiducia verso Dio e verso gli altri. Adamo, dopo il peccato, si rende conto della propria nudità che simboleggia questa divisione. Un altro effetto del primo peccato è la maledizione del suolo. L’uomo dovrà mangiare il pane non più come un frutto spontaneo della terra, ma a forza del lavoro duro e la donna sentirà il dolore del parto (Gn 3, 17-19). Anche la morte è il risultato del peccato originale. Con la disobbedienza, l’uomo ha spezzato il suo legame con la fonte della vita: Dio.
Karl Barth mette in rilievo con nettezza di contorni il carattere anti-divino del peccato: “L’uomo ha voluto e vuole essere come Dio e per espiare questo orgoglio Cristo si è fatto uomo. L’uomo ha voluto e vuole essere assoluto signore e per espiazione Cristo si è fatto servo. L’uomo ha voluto e vuole essere lui stesso giudice, determinando autoritariamente il bene e il male, il divino Giudice invece si lascia giudicare e appendere alla croce. Nella sua arroganza l’uomo non vuol nemmeno accettare la redenzione da Dio, ma vorrebbe esser lui stesso il proprio redentore. È anzi arrivato al punto da mettere in croce il suo stesso Redentore”.
Come conseguenza del peccato originale, la natura umana si è indebolita nelle sue forze, è sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza, alla morte (cf. CCC 418). “Il peccato è un male “morale”, cioè il male dell’uomo in quanto uomo, la distruzione della sua umanità è una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza” (GS 13). L’uomo cerca di realizzare la propria felicità disinteressandosi di Dio e guardando soltanto verso le proprie risorse. Egli crede che, con l’impegno puramente umano sarà in grado di realizzare il sogno dell’umanità verso il suo senso e il suo fine. In ultima analisi la libertà e la liberazione dell’uomo devono essere portate dalla speranza in Dio, altrimenti l’uomo sarà radicalmente perduto.
5.3.2. Inclinazione al male
La riflessione teologica ha cercato di spiegare il disordine e la disarmonia esistente nell’uomo. La concupiscenza è come una forza estranea alla vera natura dell’uomo, introdotta dal di fuori. Tale riflessione è stata notevolmente influenzata dall’ellenismo che pensò di trovare la spiegazione della scissione interna della psiche umana nell’antagonismo tra lo spirito e la materia. Lo spirito, come razionalità sarebbe di per sé eticamente perfetto; ma lo spirito rinchiuso in un corpo, patisce tendenze irrazionali, le “passioni”. La concupiscienza sarebbe, dunque, un insieme di inclinazioni spontanee e irrazionali, che tendono a valori sensitivi, specialmente al diletto e non sono sottomesse alla ragione, tanto che sopravvivono anche quando sono disapprovate dalla ragione e possono trascinarla a ciò che essa giudica male.
“La concupiscenza è vista come la soppressione o indebolimento di una forza, che dovrebbe tenere in equilibrio le altre inclinazioni, ugualmente buone”. In questo senso il male non è l’esistenza di una tendenza, ma la deficienza di una forza che dovrebbe controbilanciare e così salvare l’ordine armonico della struttura dinamica dell’uomo. “La concupiscenza, in quanto oppone una resistenza passiva all’impegno arduo, si sottrae alla magnanimità e alla generosità, oppone un rifiuto istintivo allo sviluppo, si ribella contro i rischi e si blocca in forme infantili, puramente ricettive. Infatti, nella vita umana, realizzabile solamente nel costruirsi progressivo della storia, il rifiuto all’impegno personale di svilupparsi, equivale ad una forza distruttiva”.
Il Concilio di Trento – in opposizione ai protestanti, secondo cui la concupiscenza rimane anche nei giustificati, è peccato – riconosce che nei rigenerati rimane la concupiscenza, che la concupiscenza inclina gli uomini al peccato, in modo che i giusti debbono virilmente combattere contro di essa. “Il Concilio insiste, però, specialmente nell’insegnare che la concupiscenza in coloro che non consentono ad essa non è peccato”. La concupiscenza non è talmente congiunta con il peccato da non poter esistere nei giusti; per cui, il Creatore avrebbe potuto creare uomini innocenti già con la concupiscenza.
5.3.3. Visione deteriorata dell’immagine di Dio nell’uomo di oggi
L’uomo di oggi, sotto il pretesto del sapere tutto e nell’uso disordinato della razionalità scientifica, in un modo o nell’altro tende ad abusare questa immagine di Dio e cade in atteggiamenti di indifferenza verso Dio e di irresponsabilità particolarmente nell’ampio campo della bioetica: aborto, contraccezione, clonazione, eutanasia, suicidio, trapianto di organi, manipolazioni, droga, omicidio, pena di morte, omosessualità, adulterio, prostituzione, inquinamento dell’ambiente, guerra, individualismo e tendenza verso l’autosufficenza, corruzione ecc. Tutti questi atteggiamenti non promuovono la vita umana perché strumentalizzano l’uomo, abbassando la sua dignità di immagine di Dio e degno di rispetto.
La critica del falso ottimismo dell’uomo di fronte alla realizzazione della salvezza, si articola attorno ad alcuni poli dove questa tendenza patologica verso il male si cristallizza maggiormente, fino a diventare sorgente di dolori, di sofferenze e di mali nascosti. In particolare nell’“idolo dell’avere”, accanto all’uomo che lotta per un pezzo di pane, c’è chi mette il senso della vita nell’accumulare beni. Da questo scaturisce ogni forma di ingiustizia nei confronti dei poveri. Il senso fondamentale dei beni, che sono al servizio di tutti, viene travisato. Questo è sottolineato soprattutto nel NT. In quanto all“idolo del potere”, la Sacra Scrittura illustra quanto sia forte nell’uomo il sogno di dominare attraverso l’esercizio del potere. Ma il potere assolutizzato in misura più o meno pronunciata, diventa sorgente di infiniti mali nell’umanità. La storia del popolo d’Israele illustra drammaticamente le lotte per il potere, le guerre, l’oppressione, lo sterminio, ecc. Anche al tempo di Gesù era molto vivo l’ideale di un potere militare che facesse di Israele una grande nazione. Il libro della Sapienza può rispondere all’atteggiamento giusto verso il potere: “Amate la giustizia, voi giudici della terra, pensate al Signore con bontà d’animo e cercatelo con cuore semplice” (Sap 1, 1). L’insegnamento di Gesù va profondamente in un’altra direzione. Se l’esercizio del potere non è visto come un servizio, sarà sempre sorgente di male e di oppressione, ed alimenterà l’“idolo dell’autosufficienza” e dell’“orgoglio” della vita.
La mentalità giudaica, pagana ed antica era profondamente religiosa, facendo del rapporto dell’uomo con la natura un rapporto propriamente religioso, pieno di timore e di rispetto, talvolta perfino di terrore. Il Greco, per esempio, sentiva l’obbligo di stipulare tra la natura e se stesso una specie di contratto sacro. Violare le leggi della natura, varcarne i limiti, era rendersi colpevoli di un “abuso” sacrilego. La scienza moderna, per esempio, è nata dalla decisione cosciente di spiegare la natura con la natura nel ricorso all’esperienza, la coerenza matematica e l’esercizio sistematico del dubbio metodico, da Cartesio in poi , senza ricorrere ad interventi Soprannaturali!
5.3.3.1. Deteriorazione della mentalità e della moralità
Oggi, sotto la spinta della razionalità scientifica e tecnologica, l’uomo affronta una prospettiva che sembra implicare l’apparente eliminazione delle soglie “sacre”, sostenute dalla vita e dalla coscienza. Le nostre concezioni attuali sul mondo tendono ad una desacralizzazione, anzitutto, della soglia della materia, della vita e dello spirito. Esse ci vengono fornite dal discorso scientifico ed è questo discorso – divulgato dalla stampa, dalla televisione o dai libri della scuola – a costituire la nostra immagine del mondo, chiudendosi, così, alla scoperta della ricchezza enorme dell’immagine di Dio impiantanto nell’intimo di ogni essere umano. L’uomo moderno si trova a vivere in un mondo che pensa di dare soluzioni umani a tutti i problemi e tenta di eliminare Dio in questo universo dove si svolge la nostra finita attività umana! L’uomo d’oggi rischia di vivere senza una profonda preoccupazione di formare bene la propria coscienza!
“Oggi, la coscienza morale, sia individuale che sociale, è sottoposta, anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e il male in riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. “Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell’anima (cf. Mt 6, 22-23), chiama ‘bene il male e male il bene’ (cf. Is 5, 20), è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della più tenebrosa cecità morale” (EV 24).
5.3.3.2. Deteriorazione dei valori umani
È possibile mostrare come molti valori rivendicati dalla moderna società occidentale (libertà, uguaglianza, fratellanza, progresso, universalismo, rispetto della persona umana, ecc.) siano per una buona parte di origine cristiana. È chiaro che questi valori hanno oggi conquistato uno statuto puramente profano. Voglio semplicemente dire che i valori sono profani nel senso perchè sono abbandonati o, nel senso che chi vi si dedica può non essere conscio di dedicarsi, attraverso ad essi, a quel fine ultimo da cui ogni valore trae la propria consistenza. Essi sono, allora, l’ultimo impegno a cui si deve dedicare coscientemente e liberamente chi li promuove.
D’altra parte, qualunque cosa si dica del confronto tra Chiesa ed etica moderna, mi sembra almeno certo che l’etica rischia di non munirsi di fondamenti religiosi. Al centro assoluto attorno a cui gravitono i diversi elementi della vita morale, sociale e civica, si rischia di eliminare l’atteggiamento religioso e di affidarsi solo ai valori etici, se gli pratticano! Ci vuole un’intergrazione dell’etica e la religione, per poter trovare il senso proprio dell’uomo in Dio.
5.3.3.3. Irresponsabilità verso la natura
La scienza, per il solo fatto di spiegare la natura, ne elimina progressivamente l’aspetto mitico che riempiva i Greci di rispetto e di timore. Al rispetto e di sottomissione, oggi si mette l’accento sulla volontà assoluta di dominazione radicale. L’uomo moderno vuole sottomettere tutto a sé. Tuttavia ciò non significa che si possa toccare tutto indifferentemente e irresponsabilmente! Il progresso tecnologico ha accresciuto la nostra capacità di controllare e dirigere le forze della natura, ma ha anche finito con l’esercitare un impatto imprevisto e forse incontrollabile sul nostro ambiente e persino sullo stesso genere umano. Infatti, siamo lontani dall’avere decifrato integralmente le leggi della natura. Anzi, l’uomo moderno intende affidare alla propria libertà la cura di dare a se stessa le leggi della sua presa di possesso di un mondo che vuole a tutti i costi sottomettere.
A partire dal secolo XVI l’uomo ha deciso di spiegare e dominare la natura mediante la sola natura. Ora egli crede di capirla, di dorminarla senza ricorrere a nessuna altro ordine di realtà e conoscenza. Contemplando oggi il suo successo materiale, l’uomo giustifica il fatto di non ricorrere a Dio perché gli sembra inutile ed illusoria. Con ciò non intendo affermare che la scienza e la tecnica si oppongano, sia pure parzialmente, alla religione o alla fede. Dico semplicemente che ci abituano a pensare ad un universo senza Dio e a situarci in un universo senza Dio. Per ciò, si può dire che l’universo dell’uomo d’oggi è un universo senza Dio, un universo desacralizzato, un universo purtroppo profano. Ma il successo materiale non è tutto per l’uomo, perchè la ricchezza umana non salverà l’anima dell’uomo dopo la sua morte. L’uomo usando bene, i doni naturali, deve sempre sottomettersi alla provvidenza divina e alla volontà di Dio in tutto ciò che ha e in ciò che è.
5.3.3.4. Indifferenza verso la religione e verso Dio
La storia delle religioni mette in evidenza l’universalità del bisogno religioso e le affinità esistenti tra le varie forme culturali che esprimono tale bisogno. L’uomo moderno è fortemente tentato di rifiutare qualsiasi credenza oggettiva in una realtà trascendente, perché è considerata come alienante della libertà e contraria alla fede vera. Questo fenomeno di “assimilazione” può portare ad una sorprendente desacralizzazione cristiana, più specificamente religioso, in quanto le parole stesse di Dio, fede, soprannaturale, grazia vengono allora a trovarsi abbassate e intese sul piano orizzontale delle attività umane. Spetta alla vita di fede darsi i comportamenti religiosi che esige.
Nel ricercare le radice più profonde della lotta tra la “cultura della vita” e la “ cultura della morte”, tipica del contesto sociale e culturale dominato dal secolarismo, non ci si può fermare all’idea perversa di libertà di un potere assoluto dell’uomo sugli altri e contro gli altri. “Chi ci lascia contagiare da questa atmosfera, entra facilmente nel vortice di un terribile circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita” (EV 21). Il senso di Dio e dell’uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l’individualismo, l’ultilitarismo e l’edonismo.
La cosidetta “qualità della vita” è interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, l’uomo si riduce in qualche modo a “una cosa” e non coglie più il carattere “trascendente” del suo “esistere come uomo”. In questo senso, l’uomo “non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà ‘sacra’ affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua venerazione” (EV 22). Essa diventa semplicemente “una cosa” che egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e manipolabile. In realtà, vivendo “come se Dio non esistesse”, l’uomo smarrisce non solo il mistero di Dio, ma anche quello del suo stesso essere.
6. La via della Speranza per l’uomo
La storia dell’uomo viene descritta come una storia di Dio e degli uomini; la storia di un Amore misericordioso; la storia di un cammino segnato da continui interventi di Dio, una storia che senza Dio gli uomini non avrebbero potuto vivere. Dopo il peccato e nonostante l’accaduto, Dio appare nel giardino e intraprende un dialogo che da una parte rende manifesta la disubbidienza commessa, ma dall’altra, si mostra pieno di misericordia, annunziando una speranza di Salvezza. Nonostante tutte le tendenze disordinate e profane dell’uomo, la Parola di Dio non ci insegna la storia, la geografia, la scienza, ma la manifestazione dell’Amore di Dio che era già presente all’inizio del mondo, che è entrato nella storia dell’uomo, si è messo a camminare accanto a lui, lo ha condotto ad un’amicizia sempre più intima con sé, lo ha liberato dalla schiavitù di se stesso e lo sta guidando nel suo pellegrinaggio terreste, attraverso lo Spirito di colui che è l’immagine prediletta del Padre, Gesù Cristo, Redentore.
La condizione storica di distacco da Dio, di “offuscamento della immagine”, di non-identità, ha un assoluto rilievo antropologico. È l’uomo concreto, è l’uomo storico ad avere peccato nel senso che il suo cuore, il centro della sua vita, si identifica con il rifiuto di Dio e la pretesa di autosufficienza. Orbene è proprio questo uomo peccatore, sul quale la Sacra Scrittura non si fa illusioni, ad essere chiamato a diventare partner di Dio e a vivere in pienezza la dignità della immagine. L’immagine di Dio è allora da pensare come una conversione, come un passaggio dal peccato alla salvezza in forza di quel Dio che ha giurato fedeltà (Dt 7, 8-9), che esorta a ritornare (Ger 3, 7-12; Os 2, 8-9), che come buon pastore va in cerca delle pecore smarrite (Ez 34), che circonciderà il cuore del suo popolo perché finalmente viva (Dt 30, 6).
La relazione dell’uomo con Dio evidenzia così un Dio che prende sul serio la vita dell’uomo peccatore per rispondervi con quell’impegno amoroso e potente che vince ed annulla il male. La nuova Alleanza è il punto più alto delle intuizioni della fede. Dio darà all’uomo il suo stesso Spirito per ricrearlo a novità di vita, porrà in lui la sua legge come cuore nuovo, darà una nuova guida per le sue decisioni e per la sua vita (Ger 31, 31-34; Ez 36, 23-27). In questa nuova Alleanza Dio non è solo l’interlocutore dell’uomo, ma addirittura il Creatore della Sua vera identità: non dà solo una legge che giudichi da fuori la persona, ma pone il Suo Spirito come principio di un cuore e di una storia nuova. Qui l’agire di Dio costituisce il nucleo della consistenza umana: lasciato a se stesso l’uomo si sperimenta come negato, come fallito e perduto, mentre nel Dio di Gesù Cristo si ritrova come salvato.

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