Monday, 6 September 2010

Capitolo Quarto:L’ESPERIENZA DELLA VITA NUOVA DELL’UOMO NELLA CHIESA

“…Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).
“L’origine eterna della Chiesa è il piano predisposto dalla Trinità di rendere l’umanità partecipe della vita divina che è vita di Amore. L’origine temporale della Chiesa è il risultato di una lunga serie di eventi, che attestano la sollecitudine paterna di Dio verso l’umanità. Essa inizia con la scelta del Popolo eletto, Israele, con l’istituzione di una speciale Alleanza con Dio e culminano con l’incarnazione del Verbo di Dio in Gesù Cristo e con la discesa dello Spirito Santo.” La Chiesa istituita da Gesù è il Regno di Dio già presente. Essa è il sacramento del Mistero di Cristo che si rende visibile sotto la specie del segno, così che gli uomini possano vedere, udire e toccare efficacemente l’annuncio della salvezza e inserirsi nella vita nuova in Cristo.
1. Missione e azione dello Spirito nell’agire dell’uomo in Cristo
La volontà di Dio rivelata in Gesù di Nazareth, creando degli esseri liberi, creati ad immagine di Dio, lo fa in vista dell’incorporazione a Lui nello Spirito Santo. San Paolo ci ricorda della dignità trascendente di ogni essere umano: “Non sapete voi che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3, 16). L’esistenza cristiana effettiva del singolo fedele non si risolve nell’applicazione di un modello esterno, ma si singolarizza nel rapporto unico e personale con lo Spirito Santo, poiché la redenzione oggettiva è opera salvifica di Cristo mediatore universale per ogni tempo e in ogni luogo. Lo Spirito Santo con la Sua grazia è il primo nel destare la nostra fede e nel suscitare la vita nuova che consiste nel conoscere il Padre e il Figlio. “Cristo incontra i cristiani e la Chiesa solo nella congiunzione resa possibile dall’intervento del Paraclito”. È lo Spirito vivificante nel sacramento del Cresima, che dinamizza la vita del cristiano affinché sia riflesso di quanto ha ricevuto nel dono battesimale. I doni dello Spirito Santo sono l’espansione del rapporto di carità tra lo Spirito e la persona. “La vita morale dei cristiani è sorretta dai doni dello Spirito Santo. Essi sono disposizioni permanenti che rendono l’uomo docile a seguire le mozioni dello Spirito Santo”, (CCC 1830). Lo Spirito Santo è il libero legame e il vincolo d’Amore tra il Padre che manda e “lascia essere” il Figlio nella carne e, il Figlio che ‘riceve l’essere’ e lo attua nella Sua umanità filiale sino alla fine.
Lo Spirito che irradia la missione e la Pasqua di Gesù nell’orizzonte del mondo sino al suo ritorno, non solo riconduce l’umanità e il mondo al volto “Cristico” di Dio in Gesù, ma fa partecipare il mondo alla forma escatologica del risorto come un evento “spirituale”, che è vissuto celebrato e anticipato nella Chiesa. Nello Spirito ciascuno trova uno spazio infinito per la propria libertà, la libertà che si identifica con l’Amore. La risurrezione distrugge quel muro di angoscia contro il quale impazzisce la nostra libertà come immagine di Dio. Lo Spirito fa partecipare tutta la creazione alla vicenda filiale di Gesù, nel duplice senso di una con-figurazione filiale e di una tras-formazione spirituale e rende presente “Dio tutto in tutti” (1Cor 15, 28).
La profondità del rapporto personale di Cristo con ogni uomo appare nella decisività del dono dello Spirito. Con esso non pongono al centro degli atteggiamenti o dei progetti umani, ma la presenza potente e misericordiosa di Dio. Nello Spirito, il credente ha parte ai beni messianici, entra in comunione con Gesù ed è reso capace di una storia e di una vita nuova. È lo Spirito che permette di mantenere la propria libertà e la propria franchezza pure in mezzo alle prove. È lo Spirito che spinge a vivere la propria identità cristiana come coraggiosa obiezione all’abuso di potere. È lo Spirito che abilita alla franchezza di parola e alla coraggiosa testimonianza (At 6, 10; 7, 55). È lo Spirito che guida alla missione verso tutti i popoli superando le barriere che la storia e la cultura hanno eretto fra loro (At 8, 16-17; 10, 44-48). I doni dello Spirito Santo (Gal 5, 22-25), sono una dimensione essenziale della vita cristiana. Essi non sono una realtà statica, ma un movimento e una vita che costantemente sgorgano dalla vivente presenza dello Spirito di Gesù che opera e agisce in noi. I doni concretizzano l’indirizzo nuovo donato alla nostra vita, aprendo ogni situazione umana alla forza dell’Amore di Cristo. Così l’uomo di oggi può riconoscere nella Parola di Dio un messaggio attuale e salvifico, una risposta ai suoi problemi esistenziali. Ogni cristiano possiede il proprio dono, il carisma (Ef 4, 7) e, deve ardentemente desiderarlo per vivere il mistero d’Amore (1Cor 14, 1). In esso, il cristiano cerca la propria vocazione e il proprio posto spirituale (Rm 12, 2). Questi doni non qualificano la nostra vita da fuori ma, nelle situazioni concrete. Sono perciò fondamenti per tradurre la consacrazione battesimale in una vita ricca di frutti di amore e di servizio (Lc 10, 37; Gv 13, 17) che testimoni la presenza rinnovante del Signore nell’uomo.
2. L’uomo nuovo nella vita sacramentaria
La vita di Cristo si diffonde negli uomini, in quanto essi per mezzo dei sacramenti, in modo misterioso, ma reale, si uniscono conformi al Cristo glorificato. “I sacramenti sono in effetti mediazione dell’evento salvifico perché, in quanto celebrazioni, affermano la differenza teologica senza perderne la qualità di evento”. L’unione con Cristo esige che gli uomini, conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo (LG 40).
2.1. Chiesa, luogo celebrativo di comunione con la Persona di Cristo
Con la nascita della Chiesa durante la missione di Gesù, ma soprattutto con la Pentecoste, l’evento Cristologico continua a maturare nei cuori degli uomini che si aprono e che si impegnano come comunità di credenti, a conformarsi all’immagine e somiglianza rivelata da Gesù Cristo, il suo capo. “Come il Verbo si è incarnato e ha ricevuto la vita umana per opera dello Spirito, per compiere la volontà del Padre fino all’obbedienza della croce, così la Chiesa riceve la vita dallo Spirito del Cristo Risorto, che deve a sua volta comunicare a tutti gli uomini. Lo Spirito, unico e identico nel capo e nelle membra, vivifica, unisce e muove tutto il corpo così che la Chiesa possa essere compimento e completamento di Cristo. La Chiesa guidata dallo Spirito Santo è strumento e segno visibile in cui si attua la partecipazione alla vita divina”. La Chiesa universale, quindi, celebra l’esperienza dell’immagine viva del Cristo Risorto: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). “La Chiesa come luogo privilegiato è la mediatrice dell’incontro dell’uomo con Dio, dove Dio raggiunge l’uomo tramite i sacramenti” (SC 2). La Chiesa è il sacramento e il corpo vivente di Cristo. “Il sacramento è un gesto in quanto conferimento concreto e sperimentabile di una realtà, di una salvezza significata e realizzata”. L’essenza della Chiesa consiste nell’essere il prolungamento, nello spazio e nel tempo, dell’azione salvifica di Dio nella storia. “I precetti della Chiesa si collocano in questa linea di una vita morale che si aggancia alla vita liturgica e di essa si nutre”, (CCC 2041).
Mediante la Chiesa, la salvezza si apre a tutti gli uomini, anche a coloro che non appartengono direttamente alla realtà sociale e visibile della Chiesa. La predestinazione di tutti gli uomini in Cristo e l’universalità del suo sacrificio in croce, obbliga a non escludere che l’opera di Cristo e dello Spirito avvenga anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa. “La Chiesa in quanto ‘Cattolica’ è Sacramento, in grado di esplicitare efficacemente, tramite l’intercessione universale, quell’adesione al Salvatore che, al di fuori di essa, rimane implicita o sottesa”. È nella Chiesa e attraverso d’essa che il Signore risorto comunica la sua grazia all’uomo. L’immagine e l’umanità del Verbo Incarnato e glorificato viene continuata nel mondo dalla Chiesa, da quegli atti visibili della Chiesa che sono i gesti sacramentali. La Chiesa, ha il mandato di rendere presente e visibile l’opera salvifica di Gesù Cristo in modo che egli stesso, la sua Parola ed azione salvifica, possano essere afferrati da ogni generazione. La Chiesa assolve questo suo compito per mezzo della Parola annunziata che è Cristo e per mezzo dei sacramenti, in cui è presente con efficacia salvifica il Protosacramento, Gesù Cristo stesso. “I sacramenti sono ‘dalla Chiesa’ per il fatto che questa è il sacramento dell’azione di Cristo che opera in Lei grazie alla missione dello Spirito Santo. E sono ‘per la Chiesa’ in quanto manifestano e comunicano agli uomini, soprattutto nell’Eucaristia, il Mistero della comunione del Dio Amore, Uno in tre Persone”, (CCC 1118).
L’uomo che si incontra con Cristo nei sacramenti è un uomo che accetta di essere incorporato nella Chiesa e di vivere al passo con tutti i fratelli credenti in Gesù verso la divinizzazione e, la salvezza. “La Chiesa è il Cristo stesso che continua a vivere nello Spirito Santo, in quanto Cristo è presente in essa e per mezzo di essa agisce fino alla fine della storia”. Nei sacramenti, il cristiano attinge la grazia della sequela Christi, per la quale dimora nella Trinità e ne esprime la vita di comunione con gli altri credenti come popolo di Dio nella storia, segno e strumento dell’unità dell’intero genere umano. “Dio volle santificare e salvare gli uomini, non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire con loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse”. Nell’AT, Dio ha eletto il popolo Israelitico. Nel NT, si formò per mezzo di Cristo un nuovo popolo, a cui sono chiamate tutte le genti. La salvezza umana è un destino personale che ognuno deve raggiungere e attuare con le energie dategli da Dio e con la corrispondenza del suo spirito alla grazia. Perciò anche nei confronti dell’‘uomo terrestre’, la Chiesa guarda all’uomo singolo, all’uomo che realmente esiste, che lavora e che porta in sé una vocazione eterna. La Chiesa vuole servire e rinnovare quest’uomo, sapendo che solo dall’“uomo nuovo” può venire un “mondo nuovo”.
Nell’Enciclica Rerum novarum, si dice che la dottrina sociale della Chiesa annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e, rivela l’uomo a se stesso. Solo in questa luce, si occupa del resto: dei diritti umani di ciascuno e, della famiglia e dell’educazione, dei doveri dello Stato, dell’ordinamento della società nazionale e internazionale, della vita economica, della cultura, della guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla morte. La Chiesa riceve il “senso dell’uomo” dalla divina Rivelazione. Quando annuncia all’uomo la salvezza di Dio, quando gli offre e comunica la vita divina mediante i Sacramenti, quando orienta la vita con i comandamenti dell’Amore di Dio e del prossimo, la Chiesa contribuisce all’arricchimento della dignità dell’uomo fatto ad immagine di Dio. La Chiesa si impegna sempre con nuove forze e con nuovi metodi all’evangelizzazione che promuove tutto l’uomo. “La vita di quaggiù, benché buona e desiderabile, non è il fine per cui noi siamo stati creati; ma via e mezzo a perfezionare la vita dello spirito con la cognizione del vero e con la pratica del bene”.
Spinti da questo messaggio, alcuni dei primi cristiani, ed anche oggi, distribuiscono i loro beni ai poveri, testimoniando che, nonostante le diverse provenienze sociali, è possibile una convivenza pacifica e solidale. Con la forza del Vangelo, nel corso dei secoli, i monaci hanno coltivato le terre, i religiosi e le religiose hanno fondato ospedali e asili per i poveri, le confraternite, come pure uomini e donne di tutte le condizioni, si sono impegnati in favore dei bisognosi e degli emarginati, essendo convinti che le parole di Cristo: “Ogni volta che farete queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40), siano un concreto impegno di vita. L’amore per l’uomo e, in primo luogo, per il povero, nel quale la Chiesa vede Cristo, si fa concreto nella promozione della giustizia. L’esperienza di novità vissuta nella sequela di Cristo esige di esser comunicata agli altri uomini nella concretezza delle loro difficoltà, lotte, problemi e sfide, perché siano illuminate e rese più umane nell’immagine di Dio dalla luce della fede. Questa, infatti, non aiuta soltanto a trovare le soluzioni, ma rende umanamente vivibili anche le situazioni di sofferenza, perché in esse l’uomo non si perda e non dimentichi la sua dignità e vocazione.
Nella restaurazione dell’immagine di Dio, la disponibilità al dialogo e alla collaborazione vale per tutti gli uomini di buona volontà e, in particolare, per le persone ed i gruppi che hanno una specifica responsabilità politica, economica e sociale, a livello sia nazionale che internazionale. La Chiesa ha posto la dignità della persona al centro dei suoi messaggi sociali dopo la seconda guerra mondiale, insistendo sulla destinazione universale dei beni materiali, su un ordine sociale senza oppressione e fondato sullo spirito di collaborazione e di solidarietà. Ha poi ribadito costantemente che la persona e la società non hanno bisogno soltanto di questi beni, ma sopratutto dei valori spirituali e religiosi.
L’immagine della Chiesa, Corpo di Cristo, ha nel pensiero paolino un posto di preminenza. Poiché sono le membra del Corpo di cui Cristo è il Capo, i cristiani contribuiscono all’edificazione della Chiesa con la saldezza delle loro convinzioni, dei loro costumi e delle proprie coscienze. La Chiesa cresce, e si espande mediante la santità dei suoi fedeli. Con la loro vita in Cristo, i cristiani affrettano la venuta del Regno di Dio, del Regno di Amore, di verità, di giustizia, e di pace. Il cristiano sa bene che la novità, che attendiamo nella sua pienezza al ritorno del Signore, è presente fin dalla creazione del mondo e, più propriamente, da quando Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo e con Lui e per Lui ha fatto una “nuova creazione” (cf. 2Cor 5,17; Gal 6,15). “L’uomo, creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e cosí pure di riportare a Dio se stesso e l’universo intero, (...)” (GS 34).
2.2. Sacramenti dell’iniziazione cristiana come configurazione all’immagine perfetta
Dio ha creato l’uomo come Suo collaboratore per far sviluppare la creazione iniziale sul modello di Cristo. Siamo capaci di agire secondo Cristo solo perché siamo in Cristo e, perché Egli è unito a noi: “per me infatti il vivere è Cristo” (Fil 1, 21). Il Battesimo segna l’approdo alla fede cristiana. Esso segna l’evento grazie al quale l’eletto incomincia a vivere nella grazia di Dio. Il Battesimo è una nuova nascita: infatti siamo stati lavati, giustificati e santificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (cf. 1Cor 6, 11). “L’esistenza cristiana è un’esistenza battesimale, e, poiché nel battesimo si ripresenta la Pasqua, si narra e si dona la Trinità, è un’esistenza pasquale pasquale, trinitaria”. Si tratta di accogliere la morte pasquale del Signore come il pieno darsi del legame filiale e della piena rivelazione di Dio. Incorporato a Cristo nel Battesimo, il battezzato viene conformato a Cristo. Il Battesimo segna il cristiano con un sigillo spirituale, un ‘carattere’ della sua appartenenza a Cristo. “Accettando il Battesimo e, immergendosi nell’acqua, l’uomo muore con Cristo al peccato, per risuscitare con Lui alla vita eterna” (cf. 2Pt 2, 20). Continuando a peccare dopo il battesimo, l’uomo rifiuta la grazia e non si rende conforme all’immagine di Dio. Oltre a configurare la propria libertà a quella di Cristo, il conferimento del Battesimo inaugura l’appartenenza alla comunità ecclesiale e lo integra nella famiglia di Dio.
Con il sacramento della Cresima avviene un secondo passo nella formazione della coscienza credente dell’iniziato. “La Confermazione perfeziona la grazia battesimale; è il sacramento che dona lo Spirito Santo per radicarci più profondamente nella filiazione divina, incorporarci più saldamente a Cristo, rendere più solido il nostro legame con la Chiesa, associarci maggiormente alla sua missione e aiutarci a testimoniare la fede cristiana con la parola accompagnata dalle opere” (CCC 1316). Lo Spirito Santo suscita e sostiene gli orientamenti e le disposizioni, le scelte di vita e le motivazioni della condotta e presiede alla totalità della vita morale cristiana. Lo Spirito manifesta le molteplici ricchezze della filialità che il singolo credente non renderà visibile nella sua totalità, in quanto solo nella Chiesa. La vita cristiana si manifesta nella molteplicità dei carismi e delle spiritualità (cf. 1Cor 12, 11). Il dono di Dio trino, pur essendo unico per tutti, si differenzia e si specifica concretamente nei diversi stati di vita del cristiano. Alla persona cresimata è affidata la responsabilità di incominciare un cammino di discernmento per capire in quale stato di vita il Signore lo chiama a vivere la sua vocazione. Egli dovrà essere accompagnato dalla Chiesa, rappresentata dalla figura dei genitori e del padrino/ madrina e possibilmente dal direttore spirituale, a completare l’orientamento che con libertà ha già assunto fino a quel momento e troverà la sua espressione completa nell’Eucaristia.
Il vertice dell’iniziazione cristiana è la partecipazione al sacrificio del Signore nell’Eucaristia. In essa l’orientamento della libertà assume la sua configurazione completa. “L’Eucaristia è fonte e apice di tutta la vita cristiana. Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti all’Eucaristia e ad essa sono ordinati. Nell’Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua” (CCC 1324). La celebrazione dell’Eucaristia esiste affinché gli uomini, grazie al sacrificio d’Amore di Cristo, diano a Dio assolutamente tutto. In questa prospettiva il dare incondizionatamente ciò che si è ricevuto, risulta tutt’altro che essere una perdita, ma costituisce una straordinaria assimilazione all’atteggiamento del Figlio e dunque la riuscita dell’uomo. Celebrare bene l’Eucaristia significa portare sempre più la propria vita alla mensa eucaristica per farne un’offerta gradita a Dio, in unione all’offerta del suo Figlio; significa accettare, di metterla ‘a disposizione’ dei fratelli che stanno attorno, riconoscendoli e accettandoli come tali. Vuol dire anche mettersi in ascolto della Parola per lasciarsi raggiungere, guidare e giudicare da essa, per conoscere la volontà del Padre e poi rispondere con il Profeta “Eccomi, manda me” (Is 6, 8) o con il Sommo Sacerdote “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” (Eb 19, 9; Sal 40, 7-9).
L’incorporazione a Cristo è la dimora dello Spirito in noi che ci santifica, mediante i sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, innestandoci nel Suo Corpo, la Chiesa. L’Eucaristia rappresenta il sacramento storico-salvifico che introduce la libertà alla comunione con la Pasqua di Gesù incorporandola a tutti coloro che si lasciano plasmare dal dono Pasquale dello Spirito Santo. “La celebrazione eucaristica rende presente in modo reale e sostanziale il Signore crocifisso e risorto”. Lo Spirito è legame tra l’Eucaristia e la Chiesa. Ogni uomo in forza dei sacramenti partecipa nel processo di glorificazione e di conformazione del proprio corpo al Corpo glorioso di Cristo (Fil 3, 21) ricordandoci dell’immagine di Dio (1Cor 15, 49). È nella Chiesa, in comunione con tutti i battezzati, che il cristiano realizza la propria vocazione e, accoglie la Parola che contiene gli insegnamenti dell’Alleanza e della ‘legge di Cristo’ (Gal 6, 2). Dalla Chiesa, l’uomo, riceve la grazia dei sacramenti che lo sostengono lungo la ‘via’ e, apprende l’esempio della santità.
La comunione ecclesiale in cui i sacramenti sono celebrati garantisce la possibilità che essi siano vissuti come espressione della vita morale del cristiano. La ricerca comune della verità e l’annuncio del Kerygma pasquale, la vita in povertà di spirito e nella mitezza, la purezza del cuore e la difesa della vita divengono priorità del cristiano non come legge estrinseca, ma come spinte interiori a far scorrere nelle proprie vene la natura stessa della propria appartenenza ecclesiale come immagine di Dio. La vita morale è in definitiva la testimonianza più alta della crescita nella fede che accoglie il dono incommensurabile della vita divina offerta e in qualche modo resa disponibile all’uomo nel sacramento che è “fons et culmen” di tutta la vita in Cristo, non solo del “settore culturale” .
Poiché Cristo è l’immagine perfetta di Dio (2Cor 4, 4; Col 1, 15; Eb 1, 3), l’uomo dev’essere a lui conformato per diventare figlio nel Figlio del Padre attraverso la potenza dello Spirito Santo (Rm 8, 23). Questa trasformazione nell’immagine di Cristo si attua attraverso i sacramenti, innanzitutto come effetto dell’illuminazione del messaggio di Cristo (2Cor 3, 18-4, 6) e, del battesimo (1Cor 12, 13). La comunione con Cristo deriva dalla fede in Lui e dal battesimo, attraverso il quale si muore all’uomo vecchio tramite Cristo (Gal 3, 26-28) e ci si riveste dell’uomo nuovo, Cristo stesso (Gal 3, 27; Rm 13, 14). La Penitenza, l’Eucaristia e gli altri sacramenti ci confermano e ci rafforzano in questa trasformazione radicale, che avviene dalla passione, morte e risurrezione di Cristo. Creati a immagine di Dio e perfezionati ad immagine di Cristo grazie alla potenza dello Spirito Santo nei sacramenti, siamo stretti in un abbraccio d’Amore dal Padre.
3. Risposta dell’uomo alla chiamata d’Amore di Dio
Ogni uomo esiste perchè è voluto e salvato. Da chi? Da che cosa? O dal caso o da Dio. Se si ammette il caso, coerentemente bisogna affermare che la vita intera è tutto un gioco senza scopo. Se invece si pone Dio all’origine, da cui risulta l’uomo vivente, allora l’esistenza non può che essere una vocazione. La rivelazione dà certezza dell’esistenza significativa dell’uomo: “In Cristo, Dio ci ha scelti prima che creasse il mondo, allo scopo che noi fossimo santi e immacolati nell’amore di fronte a Lui” (Ef 1, 4). Esistenza è ex-sistentia, come uscita di ciascuno di noi dalla fredda cava del niente per venire alla luce dell’essere; non come oggetti inanimati bensì come soggetti viventi, senzienti, intelligenti, volenti, amanti: cioè come immagini di Dio, che è sapienza, libertà e amore. Nell’ambito pastorale, l’uomo è chiamato a uscire da se stesso e a testimoniare condividendo generosamente le sue ricchezze umani e spirituali con i bisognosi nella società.
Fino ad oggi, alcuni personaggi hanno tentato di abusare dell’immagine di Dio: Karl Marx, per esempio, elevava e affidava totalmente alle forze materiale dell’uomo come un fine in sè, eliminando l’aspetto trascendentale e spirituale dell’uomo. Nietzsche Friedrich agiva fortemente tenendo che il potere è nelle mani dei potenti e i deboli devono essere eliminati nella società. Freud, nonostante il suo contributo positivo alla psicoanalisi, confidava tanto, solo nelle forze interne umane come “tutto per l’uomo”! L’uomo secolarizzato, immerso in una cultura anti-metafisica, ha bisogno di scoprire le indicazioni positive che orientano verso il Dio e la sua proposta di salvezza in Gesù Cristo, nel quale Dio si è manifestato e continua a manifestarsi, come Dio che salva. L’uomo biblico è un uomo come noi, con gli stessi problemi, gli stessi dubbi ed esitazioni. Nella Sacra Scrittura si è in presenza di un uomo vivente, Gesù che riflette, s’interroga, soffre, lotta, spera e vive per sempre. La storia della salvezza, si potrebbe dire, è una costante valutazione alle attese umane e di comportamenti concreti umani di fronte alla salvezza offerta da Dio in Gesù Cristo.
Riflettendo sull’esistenza dignitosa dell’uomo come risposta alla chiamata di Dio, Ireneo afferma che la gloria di Dio è l’uomo che vive. “La rivelazione della gloria di Dio consiste nel conferimento della pienezza della vita all’uomo nell’Amore”. La storia di oggi ci prova, con i tragici segni della disumanizzazione, che essendo l’uomo immagine vivente di Dio si colpisce la sua immagine. La sua solitudine è perché l’uomo è incapace di comunicare nel profondo.
Il Vaticano II spiega come debba intendersi la restaurazione della somiglianza con Dio. Il cristiano, reso conforme all’immagine del Figlio, riceve le primizie dello Spirito, per cui diventa capace di adempiere alla legge nuova dell’Amore. Non si può, infatti, concepire una nuova relazione con Dio immutabile, senza che l’uomo stesso si muti. La somiglianza divina rinnovata nell’uomo richiede che la situazione dell’uomo in Cristo appaia non come un insieme di doni separati tra loro, ma come una nuova esistenza organicamente strutturata. Tale mutazione non si riduce solamente agli atti (alla moralità dell’uomo), ma è una trasformazione radicale e ontologica (nell’essere), che può essere chiamata una “nuova generazione” in Cristo.
Nella sua originalità, ogni uomo approda all’essere con il suo volto, unico e irripetibile. L’uomo deve riscoprire l’immagine vivente di Dio che si porta dentro. Ogni giorno ogni persona è chiamato a diventare più uomo. Il diventare più uomo è realizzare il compito che il Creatore ci ha inserito nelle maglie dell’essere. L’uomo è fatto per guardare il cielo, per sollevare il suo sguardo sopra le fluttuazioni delle cose che passano. Se egli riconosce che è immagine di Dio, dunque il cielo – nel senso della presenza di Dio – è come il suo specchio. L’uomo vi si rispecchia per ritrovarsi. L’uomo deve guardare il cielo non per evadere dal mondo, ma per riempirlo di significato; non per distrarsi dalle lotte della storia, ma per impegnarsi di più al servizio dell’altro uomo e della creazione intera. Sì, l’uomo diventa sempre più immagine di Dio nella misura in cui aiuta l’altro a riscoprire in sé l’immagine di Dio. Questo significa aiutare l’uomo a farsi più uomo, sia a livello della vita del corpo (impegno politico per sconfiggere fame, malattie, disagi, soprusi, guerre), sia a livello della vita dello spirito (promozione della cultura, della fede, costruzione della civiltà dell’amore). Questa visione della “dimensione in altezza” dell’uomo è la visione dell’uomo in piedi, che guarda in alto e in avanti. Essa si differenzia totalmente da quella materialistica e unidimensionale, che riduce l’uomo ad “apparato meccanico” o ad “apparecchio psichico”.
Quando l’uomo dimentica la chiamata di assomigliarsi dell’immagine di Dio inserita nel suo essere, egli diventa come oggi: l’uomo dell’evasione, della superficialità, dell’esistenza banale, della cattiva fede, dell’avere e dell’avidità. Nella struttura di essere immagine vivente la spiritualità della figliolanza si esprime nella religiosità matura, come esperienza di fede, fiducia, fedeltà nei confronti di un Padre che ama, chiama, manda, affida una missione. Ireneo testimonia che l’uomo che vive è l’uomo che si impegna a rispondere alla propria chiamata di creatura e di Figlio. Ogni giorno Dio ci richiama a farci uomini, a diventare ciò che siamo e a diventare migliori se vogliamo. Dio è la speranza dell’uomo e il senso di pienezza. L’uomo è chiamato a sentire la vita come vocazione ed è viverla gioiosamente e profondamente come dono di Dio, lì dove è la fonte della vita.
3.1. Ruolo della libertà nella realizzazione dell’immagine di Dio nell’uomo
La liberazione umana è essenzialmente legata all’immensa zona della cultura, che comprende la scienza, l’istruzione, l’educazione e le diverse forme di espressione artistica. Essa ha anche una dimensione etica e delle strutture capaci di promuovere i valori dell’essere umano. Si nota che la liberazione umana ha la sua radice non solo nel sistema economico, politico o sociale, ma nella condizione fondamentalmente religiosa. Essa risponde alla liberazione più profonda dell’uomo: la sua patologica impotenza di fronte al male e il suo bisogno di un senso definitivo per la vita.
L’uomo sperimenta la libertà come una presenza che non trasforma solo il suo essere, ma anche il suo agire. La vera libertà dell’uomo nella sua vocazione di sequela Christi è segno altissimo dell’immagine di Dio. Con l’incorporazione, la presenza dello Spirito opera nell’uomo, lo giustifica e lo santifica e gli rende possibile di vivere la vita come culto spirituale, sacrificio gradito a Dio, di diventare l’uomo nell’Alleanza (cf. Rm 12, 1). Vivere in una visione comunitaria e cristiana della vita significa fare l’esperienza di una profonda liberazione dagli idoli della storia, visti nelle strutture ingiuste: l’esaltazione delle cose materiali, l’assolutizzazione del potere, l’autocompiacersi e l’autoaffermarsi dell’uomo nelle diverse forme di successo, di godimento o di orgoglio prometeico. Dall’inizio dell’avventura cristiana fino ad oggi vi sono sempre stati cristiani che hanno affrontato la discriminazione, la prigione e anche la morte, perché hanno cercato di vivere a fondo la libertà e l’amore di fronte agli idoli del mondo.
L’uomo in Cristo è una nuova creatura (2Cor 5, 17), capace di una nuova vita di libertà, una vita “liberata da” e “liberata per”. La salvezza è una liberazione dal peccato che riconcilia l’uomo con Dio, persino nel pieno di una battaglia continua contro il peccato combattuta nella potenza dello Spirito Santo (Ef 6, 10-20). La salvezza consiste nella liberazione da qualsiasi forma di legalismo che si opponga allo Spirito Santo e alla realizzazione dell’Amore (Rm 13, 10). Secondo la fede cristiana, “liberato da” significa “liberato per”. Libertà dal peccato significa libertà per Dio in Cristo e nello Spirito Santo. Libertà dalla legge significa libertà per l’Amore autentico. Libertà dalla morte significa libertà per una vita nuova in Dio. Questa “libertà per” è resa possibile da Gesú Cristo, icona perfetta del Padre, che restaura l’immagine di Dio nell’uomo. Le vie della liberazione cristiana non coincidono, dunque, esattamente con le tendenze che la liberazione umana vuol seguire, ricorrendo al potere, al conflitto, alla violenza, all’impazienza delle soluzioni immediate. È soltanto in forza dell’Amore che lo scandalo della croce è superabile.
L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà (GS 11). L’uomo ha la certezza di ricevere da Cristo un dono dello Spirito d’Amore che ci libera. La salvezza è l’incontro della libera e amorosa volontà di Dio e della libera e amorosa risposta dell’uomo, della collaborazione tra Dio e l’uomo. Appena l’uomo si apre alla grazia preveniente e coopera con essa, con l’atto buono egli dice il suo “sì” d’amore a Dio in favore del Bene. L’uomo, in quanto immagine di Dio, è inseparabile da quella libertà che nessuna forza o costrizione esterna potrà mai sottrarre. L’uomo è libero perché possiede la facoltà di autodeterminarsi in funzione del vero e del bene. La libertà ci rende simili a Dio. Dio creando l’uomo, lo fa partecipe della sua natura e, della sua libertà divina per eccellenza. La libertà umana è proporzionale alla somiglianza dell’uomo con Dio e perciò, per trovare la vera libertà noi dobbiamo fare riferimento sempre al Creatore di essa. La libertà umana è capacità di prendere posizione di fronte ad un appello di Dio. Il rapporto con Dio è un rapporto che si basa non sulla costrizione, ma sulla libertà, sull’Amore, sulla mutua donazione. La libertà è ciò che costituisce la dignità dell’uomo. Quando si sceglie il male, si dimostra l’immaturità della propria libertà. Perciò solo l’uomo virtuoso, che sceglie il bene, è libero. La virtù consiste negl’esercizio delle libertà per donarsi a Dio.
L’incontro con la presenza liberatrice di Dio richiede, prima di tutto, una profonda trasformazione dell’esistenza e la conversione del cuore. In secondo luogo prendere un nuovo atteggiamento positivo di fronte alla vita, perché il cammino della vita cristiana è l’assimilazione paziente e perseverante del nuovo atteggiamento di fronte a Dio e agli uomini che ha insegnato Gesù Cristo, con la parola e con le opere. In terzo luogo impegnarsi nell’esercitazione della carità e di ogni opera buona, in conformità con le esigenze del tempo e della cultura. In questo cammino degli uomini alla ricerca della pienezza della propria vita e della felicità, il Signore cammina con l’uomo e lo aiuta nella sua piena realizzazione con la grazia.
I comandamenti che l’uomo è chiamato ad applicare alla sua vita sono, degli indici di vita piena e di comunione d’Amore con Dio che ama l’uomo e lo vuole libero e felice. Dio, vuole che tutti gli uomini siano salvi, siano felici e che vivano la loro vita in pienezza. Il Signore per il suo grande Amore rivela il suo volere e il suo desiderio agli uomini e li invita liberamente ad essere felici rimanendo nel suo Amore osservando i suoi comandamenti. Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio per Dio. Dio non cessa di attirare a sé l’uomo.
“San Tommaso precisa che l’uomo intero, non soltanto la sua anima spirituale, ma anche col suo corpo partecipa alla dignità di immagine di Dio”. Infatti, il corpo dell’uomo è corpo umano proprio perché è animato dall’anima spirituale ed è la persona umana tutta intera ad essere destinata a diventare, nel corpo di Cristo, il tempio dello Spirito (1Cor 6, 15). Ecco l’esigenza di rispetto verso il proprio corpo e anche verso quello degli altri (cf. CCC 1004). Proprio per questo suo essere persona l’uomo, fra tutte le creature, è rivestito di una dignità unica. Quando gli ha affidato all’uomo il compito di prendersi cura dell’intera creazione, Dio ha tenuto conto della sua intelligenza creativa e della sua libertà responsabile.
Gesù completa la sua rivelazione compiendo sulla croce l’opera della redenzione. Il suo regno non si difende con la spada, ma si mantiene saldo testimoniando e ascoltando la verità e cresce in virtù dell’Amore, con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli uomini (Gv 12, 32). La Chiesa, pertanto, riaffermando costantemente la trascendente dignità della persona, ha come suo metodo il rispetto della dignità umana nella libertà dei figli di Dio (CA 46). Soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa.
3.2. L’essere creaturale, relazionale e comunionale dell’uomo
L’uomo sente dalla profondità della sua coscienza il bisogno di conoscere e di riconoscere se stesso e il resto dell’umanità insieme con altre creature e soprattutto cerca di riconoscere sempre di più il Creatore sulla cui immagine è stato creato e verso cui si incammina. L’essere umano, da quando è stato creato, è un essere che non può vivere da solo, ma in relazione e tale relazione va verso un essere in comunione. La relazionalità umana è un dato originario e connaturale, che, però, non esiste se non nello stesso porsi dell’uomo come essere libero, capace di conoscere, di comunicare, di amare. Sono queste facoltà, che fondano la possibilità per la persona umana di essere in contatto con il mondo e con gli altri. Nel rapporto con gli altri che può definirsi nella “società”, l’uomo sviluppa le proprie possibilità conoscitive e affettive, acquisisce la propria cultura, il proprio modo di vivere, di pensare e di essere.
Nel rapporto uomo-società, emergono due dati fondamentali senza i quali la persona umana, non sarebbe più tale. Il primo è che l’uomo di fronte alla società rimane un essere libero che mantiene un primato nei confronti della società, soprattutto nell’ordine dei valori. Il secondo dato è che l’uomo per realizzare la propria relazionalità si autotrascende, in un certo senso si supera e si espande per comunicare con ciò che è altro da sé. Egli, si percepisce essere collocato in questo mondo ed è consapevole che non può realizzare la sua piena aspirazione alla comunione se non guardando al di là della sua individualità e delle contingenze presenti. La dimensione della relazionalità si configura come possibilità dell’uomo di porsi in contatto non solo con la realtà umana e tutto il cosmo, ma anche come possibilità di percepire e di comunicare con ciò che è sorgente del suo essere e della sua aspirazione ad una comunione totale e definitiva: Dio. La struttura umana si fonda sulla categoria della relazione e della comunione e l’intera vita dell’uomo è intimamente relazionale. Inoltre secondo la Rivelazione, “l’uomo non può essere compreso se non in rapporto a Dio, agli altri e al cosmo”.
3.2.1. Comunione dell’uomo con Dio.
L’uomo ha origine da una scelta di amore di Dio che lo crea per l’incontro e per il dialogo. Egli è chiamato ad un perfezionamento continuo ed è responsabile del perfezionamento anche degli altri uomini. Il bene dell’altro diventa il bene per lui. Cosa perfezionare? L’istinto di conservazione; l’unione coniugale (generare e educare i figli); la relazione con Dio (suo creatore); lavorare (svilupparsi); la socialità politica (associarsi); la comunicazione; la cultura (creatività) ecc.
La relazione tra Dio e l’uomo è un rapporto fondamentale, perché si tratta della relazione tra il Creatore e la creatura. Il rapporto relazionale con Dio rende possibili tutti gli altri rapporti e ne garantisce la vitalità. Se si rompe la comunione tra Dio e l’uomo, necessariamente si giunge anche ad una disintegrazione nell’uomo stesso, nel rapporto tra uomo e uomo e tra uomo e mondo. L’uomo senza aprirsi a Dio non può né conoscersi né realizzarsi. L’uomo è unito al suo Creatore da una relazione di dipendenza vitale d’amore che è scritta nel suo cuore (Rm 2, 14). La dignità dell’uomo nasce proprio dal suo cuore, nel quale egli “trova” già una legge interna che non si è dato da solo, ma che proviene da Dio. L’essere coerenti a questa legge è la dignità stessa della persona umana. Creato per amore ad immagine e somiglianza del suo Creatore, per un rapporto di amore con Dio, l’uomo è, chiamato a realizzarsi in una relazione di comunione analoga alla comunione trinitaria.
3.2.2. Comunione tra gli uomini stessi
Il rapporto dell’uomo con il Creatore rinvia al rapporto con i suoi simili. Tutti e due i rapporti creano la comunione complementare, per cui è impossibile pensare alla comunione della persona umana con il suo Creatore escludendo il rapporto con le altre persone umane e viceversa. La dignità dell’uomo si manifesta nel suo essere capace di apertura e di accoglienza dell’altro. Essere aperti ed accogliere l’altro significa dargli la possibilità di esprimersi come persona e, così facendo, ne rispettiamo anche la sua stessa dignità. Gesù, rispondendo alla domanda su quale sia il più grande comandamento, disse: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (…). Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mc 12, 29-31; Lc 10, 25-28; Mt 22, 34-40). Amore verso Dio si traduce necessariamente in amore verso il prossimo.
Avendo in sé l’origine divina ed essendo simile al suo Creatore, la persona umana è aperta alla trascendenza. La trascendenza dell’uomo: si riflette nella libertà e nella capacità di autodeterminazione, spiega la sua dignità, permette all’uomo di decidere di sé e di entrare nel rapporto interpersonale con Dio, con le altre persone umane e con il mondo. È soltanto in relazione, in rapporto, in comunione all’altro che l’uomo si costruisce come persona e ritrova in sé il suo essere ad immagine e somiglianza di Dio. La creazione stessa dell’uomo scaturisce dal dono gratuito e amoroso di Dio e l’uomo stesso porta in sé la caratteristica del dono ed una certa somiglianza con la comunione divina trinitaria. Per essere immagine di Dio che si dona, l’uomo rispecchiando in sé il modello della sua creazione, la Trinità, può ritrovarsi pienamente come persona soltanto attraverso il dono sincero di sé all’altro (GS 24).
Nel concetto di persona si condensano due esperienze fondamentali dell’uomo: da una parte l’uomo si sperimenta come un essere assolutamente singolare, responsabile di fronte a se stesso e riferito al proprio essere. Dall’altra, egli si scopre inserito in un ambiente circondato da altri esseri. Non è chiuso in se stesso, ma è determinato dalla realtà ed aperto ad ogni realtà. Dio è il Dio degli uomini. Il rapporto comunionale dell’uomo con Dio si traspone, quindi, nel rapporto dialogico dell’uomo con gli altri uomini. L’essenza della persona è l’Amore. La comunione esprime meglio chi è Dio, chi è l’uomo ad immagine di Dio, la trascendenza e l’immanenza.
3.2.3. Relazione tra l’uomo e il cosmo
L’uomo è primo responsabile della situazione concreta di fronte alla natura e al cosmo nella storia. Le situazioni di miseria e di oppressione dell’uomo non vanno più riferite direttamente a Dio, ma all’uomo stesso. L’uomo deve prendere cura dell’ambiente e l’ambiente si prenderà cura di lui. Il cosmo appare come mondo dell’uomo, come spazio cioè in cui deve umanizzarsi, umanizzando il mondo nella vita divina con la quale viene ad essere associata alla stessa vita del suo Creatore. L’uomo è posto dal suo Creatore sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio e tutto ciò che esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come al suo centro e al suo vertice. Dio ha lasciato all’uomo il compito di perfezionare il mondo materiale. Egli, obbedendo liberamente all’impulso creativo, potrà compiere l’opera iniziativa di Dio.
Il Vaticano II dice: “Chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo (cf. Gn 2,15), l’uomo ha una specifica responsabilità sull’ambiente di vita, ossia sul creato che Dio ha posto al servizio della sua dignità personale. È la questione ecologica. La preservazione degli habitat naturali si trova nella pagina biblica una luminosa e forte indicazione etica per una soluzione rispettosa del grande bene della vita, di ogni vita. Nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire” (EV 42).
L’uomo è costituito come amministratore della terra: “Gli hai dato il potere sulle opere delle tue mani” (Sal 8, 7), non per spadroneggiare, bensì per governarle nell’ordine e con la giustizia, ricordandosi del Creatore del mondo. L’uomo lavoratore può attuare correttamente il suo dominio sul creato solo se vive come l’uomo orante, chiedendo a Dio la luce e la sapienza per eseguire il compito a lui affidato. Il cosmo, servendo all’uomo, manifesta la bontà del Creatore e contemporaneamente gli rende gloria. La natura è epifania di Dio e sacramento del Suo messaggio di Amore. Nel scoprire la bellezza della natura l’uomo incontra Dio e se stesso. È interessante che ciò che ferisce l’uomo, ferisce anche il cosmo e al contrario, ciò che promuove l’uno, promuove anche l’altro. Il buon rapporto di comunione dell’uomo con Dio influisce anche sul cosmo. Anche il destino escatologico del mondo è strettamente unito a quello dell’uomo.
4. Vita morale dell’uomo nuovo
L’agire umano è morale perché esprime e decide della bontà e della malizia dell’uomo stesso che agisce. “ll rapporto tra la libertà dell’uomo e la legge di Dio, che trova la sua sede intima e viva nella coscienza morale, si manifesta e si realizza negli atti umani. È proprio mediante i suoi atti che l’uomo si perfeziona come uomo, come uomo chiamato a cercare spontaneamente il suo Creatore e a giungere liberamente, con l’adesione a Lui, alla piena e beata perfezione” (VS 71). Si ricorda che seguire Cristo è il fondamento essenziale ed originale della morale cristiana.
4.1. Agire morale dell’uomo e legge morale naturale
La persona umana fin dal suo concepimento è ordinata a Dio nella beatitudine eterna, raggiungendo la propria perfezione nel cercare ed amare il vero e il bene. “Ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale il valore sacro della vita umana” (EV 2). L’uomo è tenuto a seguire la legge morale naturale che lo spinge a fare il bene e a fuggire il male (GS 16). Questa legge sempre risuona nella sua coscienza, ricordandolo di rispettare, difendere, amare e servire la vita, ogni vita umana! Gli uomini, partendo da ciò che hanno ricevuto in dono, possiedono la capacità di seguire o di rifiutare il modello di Gesù nella sua singolarità di valore universale. L’esistenza umana non è solo un’applicazione di modelli esteriori, ma può diventare un dialogo fecondo di amore vissuto nelle circostanze della vita che sollecitano continuamente la persona a realizzarsi pienamente, a crescere in un ininterrotto moto di amore verso Dio e verso gli altri.
Pur essendo Lui stesso il modello del credente ed essendo sempre il faro che illumina ogni agire del cristiano, Gesù Cristo ha fornito anche altre regole: i comandamenti e i suoi precetti della carità. D’altronde anche nell’etica naturale oltre al precetto generale, ‘fa il bene ed evita il male’, esistono leggi determinate: la legge naturale e le leggi positive”. La dignità della persona umana, o la capacità dell’uomo di vivere moralmente mediante l’uso della ragione e della volontà, risiede nel suo essere ad immagine e somiglianza di Dio. L’azione dello Spirito educa alla libertà spirituale e questa si fonda sul dono della grazia salvifica, senza togliere nulla alla responsabilità del soggetto che collabora con il dono ricevuto da Dio in Cristo, mediante lo Spirito. In questo ambito si colloca la riflessione sulle intenzioni, sulla moralità degli atti umani, sulla coscienza, sulle virtù e sul peccato, come atteggiamento opposto alla docilità e all’obbedienza di Gesù. “L’uomo partecipa alla sapienza e alla bontà del Creatore, che gli conferisce la padronanza dei suoi atti e la capacità di dirigersi verso la verità e il bene. La legge naturale esprime il senso morale originale che permette all’uomo di discernere, per mezzo della ragione, quello che sono il bene e il male, la verità e la menzogna” (CCC 1954).
Sulla base del prestabilito disegno del Padre, attuato nella creazione, si stabilisce fra gli uomini una solidarietà il cui principio vero e definitivo non è Adamo, ma Cristo. La legge antica e la legge naturale sono così obiettivamente ricapitolate in Cristo. La legge naturale è la dimensione pratica di quel grande disegno trinitario che è la predestinazione di Cristo. Questa legge fornisce i solidi fondamenti sui quali l’uomo può costruire l’edificio delle regole morali che guideranno le sue scelte. Essa pone anche il fondamento morale indispensabile per edificare la comunità degli uomini. Siccome l’uomo è incluso in Cristo mediante la Redenzione, la legge naturale “proviene da Dio e trova sempre in Lui la sua sorgente: in forza della ragione naturale, che deriva dalla sapienza divina, essa è, al tempo stesso, la legge propria dell’uomo. La legge naturale, non è altro se non ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa legge, Dio l’ha donata nella creazione” (VS 40).
In Gesù, l’uomo può comprendere pienamente e può vivere perfettamente, mediante gli atti buoni, la sua vocazione alla libertà nell’obbedienza alla legge divina, che si compendia nel comandamento dell’Amore di Dio e del prossimo. Ed è quanto avviene con il dono dello Spirito Santo, Spirito di verità, di libertà e di amore, in Lui ci è dato di interiorizzare la legge, di percepirla e di viverla nel dinamismo della vera libertà personale: ‘la legge perfetta, la legge della libertà’ (VS 83)”. Ricordiamo che l’educazione morale promuove la libertà dell’uomo in Cristo. La libertà è un dono e un compito, espresso nella coscienza e nell’agire. Essa è come attributo ontologico e come valore morale di e per l’uomo.
Le possibilità che Cristo dona all’uomo non significano la soppressione della realtà dell’uomo in quanto creatura, ma la sua trasformazione e realizzazione secondo l’immagine perfetta del Figlio incarnato. L’uomo, in questo modo, possiede una partecipazione alla legge divina, la “legge naturale” che lo orienta verso il bene. Le singole azioni umane, le scelte libere e coscienti della persona, sono gli unici segni che rivelano esteriormente il mistero dell’intimità della persona e dei suoi atteggiamenti morali. L’agire moralmente buono muove l’uomo verso il suo fine ultimo, Dio stesso che è il Bene Sommo nel quale l’uomo trova la sua piena e perfetta felicità. La legge naturale diventa la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte. Tutti gli uomini di buona volontà sono chiamati per difendere il valore inalienabile della legge morale naturale.
La vita morale ha una dimensione ecclesiale, come vita vissuta all’interno di una comunità che si mette in ascolto della Parola di Dio, si riunisce attorno ai segni della vita e, sotto la guida dei pastori, si muove alla ricerca del bene. La vita morale si configura come realizzazione della possibile risposta che l’uomo è tenuto a dare, essendo partecipe in prima persona al dialogo d’amore. Egli non riceve una “cosa”, ma una proposta di relazione, una Persona, Gesù Cristo. L’uomo può accoglierlo o rifiutarlo. L’impotenza morale assoluta dell’uomo in stato di peccato in ordine all’osservanza di tutta la legge naturale, si spiega per la sua impotenza morale di amare Dio sopra tutte le cose. Si nota che l’uomo può veramente migliorarsi soltanto realizzando piú pienamente l’immagine di Dio in lui, imitandosi a Cristo e unendosi a Lui.
4.2. Opzione fondamentale
Il mistero della persona non è mai pienamente intelligible neppure alla persona stessa. Le sue azioni rimangono sempre quelle di un momento e dall’esterno possiamo osservare quali siano le scelte operative di un uomo, quali le parole con cui giustifica i propri atti. La persona, quando agisce, decide di sé di fronte a Dio, agli altri e a se stessa. Dopo aver agito, semplicemente non è più la stessa persona di prima, ha accumulato esperienza, ha conosciuto le conseguenze e probabilmente nella stessa situazione, in futuro, le sue considerazioni sarebbero diverse. La persona è il primo e fondamentale valore etico, a partire dal quale derivano e si strutturano gli altri valori. Il ruolo chiave nella vita morale sarebbe da attribuire ad una ‘opzione fondamentale’, attuata da quella libertà fondamentale mediante la quale la persona decide globalmente di se stessa, in forma ‘trascendentale’ e ‘atematica’ (VS 65).
La conversione è tema dominante nella predicazione di tutti i fondatori di nuove religioni (Buddha, Zoroastro, Maometto, Gesù Cristo) ed occupa un posto di rilievo anche negli scritti dei filosofi con forte impegno morale (Platone, Zenone, Plotino, Pascal, Kierkegaard ecc.). Nell’AT, il richiamo alla conversione è costante in tutti i profeti. Nel contesto biblico la conversione è presentata come salvezza. La conversione richiesta da Gesù Cristo è fiducia incondizionata in Lui e riguarda tutto l’uomo. La conversione è vivere in Cristo. La conversione a Cristo è la scelta fondamentale.
Non c’è dubbio che la dottrina morale cristiana, riconosca la specifica importanza di una scelta fondamentale che qualifichi la vita morale e che impegni la libertà a livello radicale di fronte a Dio. Si tratta della scelta della fede, dell’obbedienza della fede (cf. Rm 16, 26), con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando il pieno consenso dell’intelletto e della volontà. Questa fede, che opera mediante la carità (Gal 5, 6), proviene dal centro dell’uomo, dal suo cuore (cf. Rm 10, 10) e da qui è chiamata a fruttificare nelle opere (Mt 12, 33-35; Lc 6, 43-45; Rm 8, 5-8; Gal 5, 22). Mediante la scelta fondamentale l’uomo, fatto ad immagine di Dio, è capace di orientare la sua vita e di tendere, con l’aiuto della grazia, verso il suo fine, seguendo l’appello divino. Ma questa capacità si esercita di fatto nelle scelte particolari di atti determinati, mediante i quali l’uomo si conforma deliberatamente alla volontà, alla sapienza e alla legge di Dio. L’opzione fondamentale, si attua sempre mediante scelte consapevoli e libere (VS 67).
La tecnologia, per esempio, congiuntamente ai piú recenti sviluppi della biochimica e della biologia molecolare, non solo rendono possibili nuove e piú efficaci terapie, ma aprono anche la strada alla possibilità di modificare l’uomo stesso. Il fatto che queste tecnologie siano disponibili e praticabili rende tanto piú urgente chiedersi quali limiti debbano essere posti al tentativo dell’uomo di ri-creare se stesso. L’esercizio di una responsabile amministrazione nel campo della bioetica richiede un’attenta riflessione morale sulle tecnologie che possono incidere sull’integrità biologica degli esseri umani. Il diritto di disporre pienamente del proprio corpo significherebbe che la persona può usare il corpo come un mezzo per raggiungere un fine che egli stesso ha scelto! Ma gli atti di questo genere mostrano la pienezza, e la dignità dell’uomo?
Le facoltà umane possono essere utilizzate soltanto per rispettare e preservare la vita. Lo status ontologico di creature fatte a immagine di Dio impone determinati limiti alla nostra capacità di disporre di noi stessi. Noi esercitiamo una certa signoria partecipata sul mondo creato e, infine, dobbiamo rendere conto del nostro servizio a Dio se siamo stati sempre aperti alla vita. La vita è un bene fondamentale che interessa la totalità della persona umana. Dio stesso e il creato non possono essere oggetto di un’azione umana arbitraria. L’uomo è immagine di Dio, ma non è egli stesso Dio. Quando l’uomo rifiuta di riconoscere in Dio la sua origine, rompe l’armonia sia con se stesso che con la creazione. Trovandosi diviso in se stesso, l’uomo sperimenta quella lotta interiore tra ciò che è bene e ciò che è male. Anche la morale della Nuova Alleanza è dominata dall’appello di Gesù: “Se vuoi essere perfetto… vieni e seguimi” (cf. Mt 19, 21). La radicalità della scelta di seguire Gesù è espressa nelle sue parole: ‘chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà’ (Mc 8, 35)”. Cristo è la norma morale del cristiano.
5. Testimonianza dell’uomo nuovo nella fede, speranza e amore
L’uomo è in definitiva un essere in ricerca della propria identità. In quanto credente, egli approfondisce il dinamismo della propria vita in Cristo ‘giocandosi’ nell’impegno dello sviluppo interiore delle virtù teologali che gli vengono donate dallo Spirito che lo inabita. Esse coinvolgono l’intera esistenza umana, sia l’essere sia l’agire alimentando e sostenendo la libera risposta a Cristo. Si chiamano ‘teologali’ poiché sono principi di vita in Cristo, consegnati dall’alto nel giorno del battesimo, ma devono essere alimentati dal soggetto.
La triade delle virtù appare già nel NT (1Ts 1, 3; 5, 8; 1Cor 13, 13; Rm 5, 1-5; Ef 1, 15-18; Gal 5, 5). Il Concilio di Trento afferma che nella giustificazione vengono infuse nell’uomo le virtù della fede, della speranza e dell’amore. Queste tre virtù, nella loro mutua interazione, definiscono tutta la vita del cristiano nella sua relazione con Dio e conseguentemente con gli uomini. La fede è la confessione di Gesù come Salvatore e un riconoscimento che solo in Lui siamo giustificati. L’atteggiamento di fede porta con sé quello della speranza, di modo che l’una e l’altra non possano essere adeguatamente distinte. La fede in Gesù risuscitato ci rimanda alla Parusia, alla Sua manifestazione piena nella gloria; così la fede e la speranza appaiono unite in numerosi testi neotestamentari. La salvezza, già reale in questo momento, è anche sperata (cf. Rm 8, 24). La lettera agli Ebrei ci parla chiaramente della fede e della speranza in quella definizione di fede: la garanzia di ciò che speriamo, la sicurezza di ciò che non si vede (Eb 11, 1; 11, 6). In effetti, per fede sperarono i patriarchi e i giusti dell’AT nella venuta di Cristo, come per fede anche noi speriamo nella realizzazione della promessa definitiva.
Per Paolo la fede implica anche la risposta all’amore (Rm 5, 5; 8, 28; 1Cor 2, 9). La fede opera per la carità (Gal 5, 6). Se la fede è l’accettazione dell’opera di Dio con il riconoscimento del suo primato su tutte le cose, l’amore è la risposta attiva a Dio manifestata anche nell’amore al prossimo. Perciò, se da una parte la fede è il fondamento del nostro atteggiamento ricettivo e attivo di fronte all’Amore di Dio, dall’altra Paolo attribuisce all’Amore, nel quale c’è la pienezza della legge, un certo primato sulle altre due virtù teologali (1Cor 13, 1-13; Rm 13, 8; Gal 5, 14; Col 3, 14). “L’amore tutto crede e tutto spera” (1Cor 13, 7). La strada dell’Amore è sperimentare l’amore di Dio e dare l’Amore al prossimo. Non si può vivere come immagini di Dio, senza amare. La carità non avrà mai fine (ICor 13, 2.8). Questo è il Vangelo stesso che ce lo ricorda: servire l’uomo nella società, a dare speranza ai poveri, ai malati, perché i beni della terra sono, per tutti, al servizio della vita e costruiscono una città degna dell’uomo, una cultura dell’accoglienza che proclama valori universali come la libertà, la dignità uomo, la solidarietà e la pace.
6. Maria nello Spirito, modello di ascolto e della vocazione all’immagine perfetta
Ordinariamente si afferma: ad Jesum per Mariam (a Gesù per mezzo di Maria) ed è vero in quanto Maria ci porta a Gesù, Vita e datore di vita: “Tutto quello che vi dirà, fatelo” (Gv 2, 5). È infinitamente vero: ad Jesum per Spiritum Sanctum. Il Signore stesso ci insegna che lo Spirito Santo continua e completa l’opera di Gesù (Gv 14, 26; 15, 13-14) e San Paolo ci dice che nessuno può dire che “Gesù è il Signore, se non nello Spirito Santo” (1Cor 12, 3). La Vergine è il legame tra noi e Cristo, ed è vero, perché Maria è Madre di Cristo e ci ha dato Cristo, ma è soprattutto vero lo Spirito Santo, lo Spiritus Christi, che viene effuso e mandato a noi dal Padre e dal Figlio (1Gv 1,3).
Maria è “co-redentrice” perché ci ha dato il Redentore ed è stata associata a Cristo nell’opera della salvezza: “abbracciando con tutto l’animo e senza peso la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona ed all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente” (LG 56). Ma quanto infinitamente, è co-redentore con Gesù lo Spirito Santo, poiché il Redentore conceptus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine. Maria viene presentata come “mediatrice” (LG 65). Pur essendo, infatti, Gesù l’unico Mediatore, ha partecipato alla sua mediazione, in modo subordinato e dipendente, a Maria Santissima ed anche a noi, secondo i piani divini. Ma l’efficacia infinita dell’unico Mediatore di Dio e degli uomini, Gesù Cristo” (1Tm 2, 5) viene dal fatto che Dio lo unse di Spirito Santo e di virtù. “Egli è passato facendo del bene e sanando tutti gli oppressi dal diavolo, poiché Dio era con Lui” (At 10, 38).
Maria è il tempio vivo dello Spirito Santo. Gesù, l’uomo per eccellenza, è il Tempio dello Spirito Santo. Il cristiano è anche consacrato dalla presenza dello Spirito, ma in modo specialissimo lo è la prima cristiana, Maria Santissima. Nella sua vita possiamo rilevare tre epifanie dello Spirito Santo: l’Immacolata Concezione, che fin dal primo istante della sua vita terrena rende la persona della futura Madre di Dio tempio dello Spirito Santo, il quale dimora in Lei per prepararla alla sua futura missione; l’Annunciazione, in cui Maria Santissima è adombrata, come nuova arca dell’Alleanza, di Spirito Santo in ordine alla concezione umana del Figlio di Dio; la Pentecoste, in cui Maria implora e gode dell’effusione visibile dello Spirito Santo, anima del Corpo mistico (LG 53). Maria è “segno” ed espressione visibile dello Spirito e della Sua azione es. la concezione verginale per opera dello Spirito Santo, secondo le parole divine: “Il Signore stesso vi darà un segno: ecco la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio e lo chiamerà Dio con noi” (Is 7, 14; Mt 1, 23). Maria è segno dello Spirito, ossia manifestazione visibile dello Spirito Santo.
La grandezza di Maria è racchiusa nella sua profonda umiltà che rispecchia l’umiltà stessa di Dio, cioè, il progetto di Dio di volersi abbassare sino all’uomo per elevarlo alla sua dignità. Dio non si fa uomo per essere uguale a noi, ma perché noi possiamo conformarci a Lui (1Pt 2, 9). Ecco allora che Maria diventa il modello nella sequela Christi, il modello di quello che dobbiamo diventare. Maria e allo stesso tempo la garanzia che, è possibile vivere in pienezza l’insegnamento di Cristo, perché ella l’ha vissuta nella totale dedizione di se stessa al Figlio. Il segreto di Maria è stato quello di aver accolto con umiltà il Dio che voleva venire ad abitare in Lei per compiere queste meraviglie. “Così l’Immacolata si svuota di se stessa per poter accogliere Colui che neppure i cieli possono contenere, colui che è il tutto della storia e che porta a compimento l’esistenza di ogni essere”. Come nella prima creazione il serpente sedusse Eva nel giardino di Eden, così nella nuova creazione Maria è evangelizzata dall’angelo nell’annunciazione. In entrambi i casi ciò che conta è la libera risposta umana. Dio non impone la sua presenza e il suo amore. Amare è una libera scelta! Solo all’uomo spetta accogliere il dono di Dio o rifiutarlo, mettersi alla sua sequela o seguire strade sbagliate.
Maria ‘imita’ il Padre che vive per il Figlio, ‘imita’ il Figlio che vive tutto rivolto verso il Padre, imita lo Spirito Santo che vive totalmente dedicato al Padre e al Figlio. L’Immacolata è tutta dedicata alla Trinità: figlia del Padre come il Figlio, madre del Figlio come lo è il Padre, sposa e tempio dello Spirito perché vive e agisce solamente con amore e per amore. In Maria noi siamo chiamati a riscoprire la nostra relazione e la dignità con la Trinità. Lei ci rivela questo rapporto perché è stata la prima creatura a viverlo in pienezza. La Vergine appare nella pienezza della sua significanza proprio perché da Dio ha ricevuto la “vocazione più grande” che si possa mai realizzare nella storia: essere theotokos - “Madre di Dio”. Siamo simili a Maria in questa vocazione quando la imitiamo nello svuotarci di noi stessi per accogliere la Parola di Dio che si incarna nella nostra quotidianità. Così siamo “madri di Dio” quando riceviamo il Corpo di Cristo nell’Eucaristia, siamo “immacolati” come Maria quando riceviamo il Battesimo e quando lo rinnoviamo nel Riconciliazione. Possiamo essere “come Maria” ogni volta che amiamo Gesù come Lei lo ha amato, ma, allo stesso tempo possiamo essere “come Gesù” ogni volta che amiamo sua Madre come Lui l’ha amata.
Proprio nella piena conformità a Cristo e a Maria si trova compendiata tutta la vocazione dell’uomo e della donna, quella vocazione che si realizza quando “ci amiamo gli uni gli altri” (Gv 15, 17) come si sono amati “Cristo e Maria”. Il cantico del Magnificat, profonda meditazione della storia, assurge un’espressione perfetta della spiritualità della liberazione e della dignità dell’uomo: gioia e azione di grazie per l’azione di Dio che libera gli oppressi ed umilia i potenti; che mostra solidarietà con i poveri (Lc 1, 46-55). Il cristiano che guarda a Maria, avendo in sè lo Spirito Santo, non può essere complice delle ingiustizie del mondo, ma deve parteggiare per il Dio dei poveri e impegnarsi in un Amore verso di essi e a contribuire alla liberazione del mondo da ogni ingiustizia.
Nel nostro tempo il segno del devoto di Maria è quello “di avere il gusto dell’uomo, il suo senso dell’umanità, la speranza attiva nel cambiamento del mondo”. In Maria, Madre del Verbo incarnato, risplende il senso della vita l’altissima dignità della persona umana. Maria, è come uno “specchio”, in cui si riflettono nel modo più profondo e più limpido “le grandi opere di Dio” (At 2, 11). Maria non fu santa solo per l’immunità da ogni peccato, ma ancora per l’esercizio sublime di ogni virtù. La figura di Maria personifica il progetto salvifico di Dio, tendente alla costruzione di una comunità umana animata dallo Spirito Santo, principio di Amore, di comunione, di fraternità, di giustizia e libertà (cf. Rm 14, 17; Gal 5, 1-13). È la Madre di Gesù presente nella prima comunità ecclesiale (At 1, 14), dove germina nello Spirito l’abbozzo meraviglioso di una vita nell’unione cordiale, nella preghiera, nella condivisione dei beni. Come Maria il cristiano si rinnova nella disponibilità allo Spirito per operare creativamente in ordine ad un’animazione cristiana della realtà.
Ma il progetto di Dio si è realizzato grazie alla partecipazione cosciente, viva e dinamica di una donna: Maria, la “piena di grazia”. Accanto all’uomo Gesù vi è la donna Maria che rifulge non solo come “Madre”, ma anche come “discepola”, “sposa” e “sorella” del Figlio di Dio. Ai Padri della Chiesa antica era chiaro che come all’inizio della creazione fu essenziale il binomio “Adamo ed Eva”, così era necessario nella nuova creazione il binomio “Cristo e Maria”. E come il peccato di Adamo avvenne per la mediazione di Eva, così la redenzione dell’umanità doveva trovare una nuova mediazione che fu quella di Maria. La vita, dunque, è entrata nel mondo per mezzo di una donna perché è nel grembo della donna, Maria, che ogni uomo trova la sua vita.
7. Destino e senso della storia dell’uomo nell’Amore di Dio
La dottrina delle “realtà ultime” nel passato è stata identificata con la morte, la vita, l’inferno e il paradiso. Il termine “escatologia”, in senso letterale, indica il discorso critico (logos) sul futuro e sul compimento finale (éscaton) su quanto è definitivo per la storia e per il mondo. L’escatologia può influenzare in modo significativo l’uomo nella sua visione del mondo e disciplinare il suo comportamento quotidiano come immagine di Dio in funzione ultra terrena.
Il dato della Rivelazione nel Cristianesimo ci dà la speranza, con un fondamento eterno. Il Vangelo non si limita a presupporre l’esistenza dell’uomo, ma insieme con la sua essenza arreca all’uomo il suo pieno compimento. Ciò che tutti gli uomini cercano, desiderano e sperano, almeno implicitamente, è trascendente, infinito, a tal punto che si può trovare solo in Dio. La vera umanizzazione dell’uomo raggiunge il vertice nella sua divinizzazione gratuita, cioè nell’amicizia e nella comunione con Dio, che fanno dell’uomo il tempio di Dio. Perciò in Gesú Cristo, l’uomo raggiunge la propria pienezza escatologica (Ef 4, 13). La grazia dell’immagine perfetta, colma abbondantemente i desideri profondi dell’uomo, persino quelli che oltrepassano i limiti delle forze umane. Seguire la via della croce e vivere in comunione con Gesú crocifisso non distrugge l’uomo, ma elimina molte forme di alienazione, la quale risulta dal peccato e dalla schiavitú della legge e della morte. La Pasqua del Signore, cioè la partecipazione alla croce e alla risurrezione di Gesú Cristo, mostra il vero cammino che conduce l’uomo alla sua perfezione.
Il Paradiso è lo stato nell’aldilà dove gli uomini possono godere, dopo una vita esemplare, la beatitudine senza fine. I testi biblici cercano di rispondere alla domanda suscitata dalla presenza del peccato, che preclude all’uomo l’accesso al Paradiso (Mt 25, 34; Lc 23, 43). Gesù fa una promessa al buon ladrone crocifisso insieme a Lui: “Oggi sarai con me in Paradiso”. La speranza in Cristo è il compimento della fede cristiana. La liturgia, presenta il Paradiso come lo stato della beatitudine e della pace, dove gli eletti incontrano ossia, incontreranno Dio per vivere con Cristo, per l’eternità.
Per la fede in Gesù e per la sua venuta, la debolezza della carne è assorbita dalla fortezza dello Spirito. “L’incorruttibilità sta all’inizio come promessa nella creazione dell’uomo ad immagine di Dio e alla fine come compimento nella risurrezione”. Così possiamo capire che l’immagine ci viene data nella creazione e ridata nell’incarnazione del Figlio. Lo Spirito forma la somiglianza nel dinamismo della vita nella misura in cui accogliamo la grazia. Nell’Uomo-Dio Gesù Cristo, tutte le cose create trovano il loro senso, il loro scopo, il loro compimento. Gesù, che iniziò l’era del NT, venne alla fine dell’era dell’AT e sconcertò i credenti, che osservavano la Legge Mosaica. Gesù deve ritornare alla fine dell’era del NT, per fondare la nuova era, rappresentata, nella visione biblica, come cielo nuovo e terra nuova, cioè verso l’incontro con Dio in se stesso (Ap 21, 1-7).
Il rispetto della dignità umana implica, la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo ed esige il riconoscimento della sua dimensione religiosa e il senso della trascendenza. La libertà religiosa è il fondamento delle altre libertà. La comunità umana, nella realizzazione dell’immagine di Dio nell’uomo, deve andare aldilà della mera giustizia, manifestando solidarietà ai popoli più poveri e preoccupandosi di offrire una migliore distribuzione della ricchezza, soprattutto in tempi catastrofici e di grave crisi economica. È necessario salvaguardare la dignità della persona umana, promuovere ampie visioni delle relazioni sociali che includano il dialogo Stato-Chiesa, che rafforzino la collaborazione con le istituzioni civili per lo sviluppo integrale della persona e per il diritto alla libertà religiosa. “La conversione sincera all’Amore di Dio e del prossimo libera l’uomo fin nel profondo del suo essere”. Nasce, così, l’esperienza di una vita nuova, di pace e di gioia insospettate, di forza interiore per vivere sempre nello Spirito di Gesù.
Parlando del già e non ancora, la fede pasquale della comunità primitiva testimonia come l’evento Cristo sia orientato verso la Parusia. “L’essenza della fede pasquale risiede nel convincimento della realtà della risurrezione di Cristo come opera della potenza creatrice di Dio”. Essa è il punto di riferimento della vita della Chiesa. La Chiesa primitiva ha avuto due pilastri: una è che essere cristiani significava credere che Gesù sia risorto e l’altra è aspettare la Sua venuta. Il distintivo dei cristiani non è l’adesione alla verità, ma l’apertura ad un futuro. Non è solo atteggiamento intellettuale, ma una disposizione integrale dell’uomo fatto ad immagine di Dio. L’attesa dice un modo di vivere di sentire nella fede. Il Vangelo illumina, quindi, la dignità dell’uomo e redime tutto quel che può impoverire la visione dell’uomo e della sua verità. È in Cristo che l’uomo percepisce la grandezza della sua chiamata ad essere immagine e figlio nel Figlio di Dio. È in Cristo che si manifesta in tutto il suo splendore, il disegno originale del Padre per l’uomo ed è nel Figlio che tale disegno raggiungerà la sua piena realizzazione. “Non solamente l’umanità, ma anche il mondo e la storia ricevono da Cristo il loro significato definitivo”.
La teologia attuale, seguendo la pista aperta da Teilhard de Chardin, cerca di preservare la dimensione “terrena” di ciò che verrà con l’idea che il compimento della creazione e della storia dell’umanità è nel punto Omega. L’uomo è orientato verso il regno di Dio, a un futuro Assoluto. Poiché tutte le cose sono state create per mezzo di Gesù Cristo e in vista di Lui, trovano in Lui la loro direzione e il loro destino (Col 1, 16). Lo Spirito Santo porterà a compimento la configurazione ultima delle persone umane secondo Cristo alla risurrezione dei morti, ma già oggi gli esseri umani partecipano a questa somiglianza escatologica a Cristo su questa terra, nel mezzo del tempo e della storia. Cristo diventa in tal modo la chiave ermeneutica della storia come rivelazione di Dio. Attraverso le fasi della Predestinazione-Mediatore-Redentore-Glorificatore, l’eschaton di Cristo è già qui. Attraverso l’azione “silenziosa” dello Spirito Santo in tutti gli esseri umani di buona volontà, Cristo ci trasfigura e ci divinizza come immagini proprie nelle mani di Dio. Gesù non ha mirato alla conquista del potere, né è ricorso alla violenza, ma ha concepito la propria attività come servizio e come amore che va fino alla donazione totale di sé.
La Rivelazione fa cogliere sempre maggiore chiarezza il germe di vita immortale posto dal Creatore nel cuore degli uomini: “Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore” (Qo 3, 11). Questo germe di totalità e di pienezza attende di manifestarsi nell’amore e di compiersi, per dono gratuito di Dio, nella partecipazione alla sua vita eterna. Solo nella gloria di Dio attraverso la Persona sempre viva di Gesù Cristo, l’uomo e tutta la creazione troveranno pieno compimento dell’immagine di Dio e solo al di là troveranno la piena attuazione il comando divino di dominare la terra e di sottometterla, responsabilmente. Questa è la speranza a cui siamo chiamati nel cammino impegnativo della vita: il desiderio e l’attesa che l’immagine di Dio pensata e voluta eternalmente dall’Amore di Dio Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. La Signoria divina è quella dell’Amore. La gloria di Dio si manifesta nella sua libertà sovrana di amare e di perdonare. “L’Amore si manifesta come il senso dell’essere dell’uomo. Soltanto nell’Amore il mondo e l’uomo trovano il loro compimento”.

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