UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA
FACOLTÀ DI TEOLOGIA
LA PIENEZZA
DELL'IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO NELL’UOMO E LA SUA VERA DIGNITÀ
IN CRISTO
Studente: WANJALA Moses, SDB (15987T)
Relatore: PLASCENCIA Josè Luis, SDB
Lavoro di sintesi per il Baccalaureato in Teologia
Roma, Anno Accademico 2009-2010
Monday, 6 September 2010
Dedica
Grazie a Dio e grazie alla mia Congregazione dei Salesiani di Don Bosco e al Sistema Preventivo di Don Bosco basato sulla ragione, religione e amorevolezza che aiuta a raggiungere la pienezza dell’immagine di Dio nella Persona vivente di Gesù Cristo e, alla promozione della vera dignità della gioventù, sottolineando la formazione olistica dei giovani verso un orientamento come buoni cristiani e onesti cittadini. Il carisma salesiano attraverso la sua funzione missionaria nella Chiesa rende visibile, protegge e promuove l’educazione verso il bene, il rispetto di sé e dell’altro, dei diritti umani e della dignità, il riconoscimento di Dio Creatore di tutto in cui tutto.
Grazie alla paterna cura dei Superiori, dei confratelli e dei giovani della mia Visitatoria dell’Africa Grandi Laghi (AGL) e, dell’Ispettoria di Africa Est (AFE) che mi hanno sempre accompagnato nella mia formazione iniziale.
Un rendimento di grazie al Direttore e alla Comunità Salesiana Teologi Gerini - Roma per il clima di crescita che mi hanno sempre offerto, accompagnandomi nelle scoperte quotidiane della bellezza di Dio nella creazione, nell’approfondimento della mia vita spirituale, vita umana, vita intellettuale e vita educativa e pastorale.
In modo speciale ringrazio il mio relatore Rev. Don PLASCENCIA Josè Luis, per l’accompagnamento nel mio lavoro; e il Rev. Don Eros Dal Cin, per la sua disponibilità nella correzione e per i sapienti suggerimenti. Grazie di cuore.
Grazie ai confratelli del terzo corso della mia comunità del Gerini con i quali ho condiviso questa esperienza formativa, grazie per il loro arricchimento culturale visto che proveniamo da vari paesi del mondo: FRANÇOIS Bony (Haiti), ISAKA MATHIAS Nchudi (Tanzania), JOSEPH Benny, PHANGCHO James, VADAKKEN Lijo (India), MUSHAGALUSA Wilfried (Congo), NAWRAT Lukasz (Polonia), TOMIC Filip (Croazia), PHAN TRAN THAI Bartolomeo e VU HOAI PHONG Giovanni Battista (Vietnam).
Apprezzo tanto la mia famiglia, “Egesa Family” a Kamuli, Uganda, dove ho imparato a camminare e a crescere umanamente, spiritualmente e nelle virtù soprattutto quella del rispetto e della dignità di ogni essere umano. Un riconoscimento particolare di gratitudine al mio Padre EGESA Charles, mio Madre LUNYOLO Jane Florence, miei Sorelle NANTABO Mary e TAAKA Christine, miei Fratelli BIRUNGI Anthony, EGESA Emmanuel, WANDERA Joseph e WABWIRE John.
Grazie a tutti per tutto.
Grazie alla paterna cura dei Superiori, dei confratelli e dei giovani della mia Visitatoria dell’Africa Grandi Laghi (AGL) e, dell’Ispettoria di Africa Est (AFE) che mi hanno sempre accompagnato nella mia formazione iniziale.
Un rendimento di grazie al Direttore e alla Comunità Salesiana Teologi Gerini - Roma per il clima di crescita che mi hanno sempre offerto, accompagnandomi nelle scoperte quotidiane della bellezza di Dio nella creazione, nell’approfondimento della mia vita spirituale, vita umana, vita intellettuale e vita educativa e pastorale.
In modo speciale ringrazio il mio relatore Rev. Don PLASCENCIA Josè Luis, per l’accompagnamento nel mio lavoro; e il Rev. Don Eros Dal Cin, per la sua disponibilità nella correzione e per i sapienti suggerimenti. Grazie di cuore.
Grazie ai confratelli del terzo corso della mia comunità del Gerini con i quali ho condiviso questa esperienza formativa, grazie per il loro arricchimento culturale visto che proveniamo da vari paesi del mondo: FRANÇOIS Bony (Haiti), ISAKA MATHIAS Nchudi (Tanzania), JOSEPH Benny, PHANGCHO James, VADAKKEN Lijo (India), MUSHAGALUSA Wilfried (Congo), NAWRAT Lukasz (Polonia), TOMIC Filip (Croazia), PHAN TRAN THAI Bartolomeo e VU HOAI PHONG Giovanni Battista (Vietnam).
Apprezzo tanto la mia famiglia, “Egesa Family” a Kamuli, Uganda, dove ho imparato a camminare e a crescere umanamente, spiritualmente e nelle virtù soprattutto quella del rispetto e della dignità di ogni essere umano. Un riconoscimento particolare di gratitudine al mio Padre EGESA Charles, mio Madre LUNYOLO Jane Florence, miei Sorelle NANTABO Mary e TAAKA Christine, miei Fratelli BIRUNGI Anthony, EGESA Emmanuel, WANDERA Joseph e WABWIRE John.
Grazie a tutti per tutto.
ABBREVIAZIONI E SIGLE
AAS Acta Apostolicae Sedis.
AG Ad Gentes.
CA Centesimus Annus.
CCC Catechismo della Chiesa Cattolica.
CDSC Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
DCE Deus Caritas Est.
DenzH. Denzinger H. – Hünermann P.
DV Dei Verbum.
EN Evangelii Nutiandi.
EV Evangelium Vitae.
GS Gaudium et Spes.
LG Lumen Gentium.
MR Messale Romano.
RH Redemptor Hominis.
RMi Redemptoris Missio.
SC Sacrosantum Concilium.
SCar Sacramentum Caritatis.
SS Spe salvi.
STh Summa Theologiae.
UR Unitatis Redintegratio.
VS Veritatis Splendor.
AG Ad Gentes.
CA Centesimus Annus.
CCC Catechismo della Chiesa Cattolica.
CDSC Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.
DCE Deus Caritas Est.
DenzH. Denzinger H. – Hünermann P.
DV Dei Verbum.
EN Evangelii Nutiandi.
EV Evangelium Vitae.
GS Gaudium et Spes.
LG Lumen Gentium.
MR Messale Romano.
RH Redemptor Hominis.
RMi Redemptoris Missio.
SC Sacrosantum Concilium.
SCar Sacramentum Caritatis.
SS Spe salvi.
STh Summa Theologiae.
UR Unitatis Redintegratio.
VS Veritatis Splendor.
INTRODUZIONE
Da sempre, Dio è stato visto soprattutto in relazione con il mondo e, in modo particolare, con l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. Secondo Ireneo, l’“immagine” è il dono gratuito di Dio e la “somiglianza” è la risposta libera dell’uomo. Nella Sacra Scrittura, Dio chiama l’uomo ad essere costruttore con Lui della storia (cf. Gn 1, 20-2, 4a) e per questo lo crea a sua “immagine e somiglianza”. Questa immagine viene offuscata nel vecchio Adamo che perde il dominio del creato, chiuso nella propria disobbedienza. Facendo un commento al libro della Genesi, la storia dell’uomo viene descritta come una storia su Dio e sugli uomini; la storia di un castigo e nello stesso tempo di un Amore misericordioso; la storia di un cammino segnato da continui interventi di Dio, una storia che senza Dio gli uomini non avrebbero potuto vivere. Gesù Cristo, il nuovo Adamo, ripropone l’immagine perfetta di Dio annullando l’egoismo, l’ipocrisia e la superficialità e ricordandoci che amare l’uomo significa amare Dio, uccidere l’uomo significa disprezzare Dio (1Gv 3, 11-15).
L’uomo è incline al male ed è immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. San Paolo dice: “…infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (cf. Rm 7, 18-19). È vero: la natura dell’uomo fu creata in origine senza colpa e senza nessun vizio; ma la natura attuale dell’uomo, per la quale ciascuno nasce dal primo Adamo, ha ormai bisogno del Medico, perché non è sana. È proprio questo uomo peccatore, sul quale la Sacra Scrittura non si fa illusioni, ad essere chiamato a diventare partner di Dio e a vivere in pienezza la dignità della immagine, in Gesù Cristo.
In vista del compimento del primo ciclo di teologia, la scelta del tema dell’immagine e somiglianza di Dio nasce soprattutto da un grande bisogno di rispetto verso la dignità umana, vedendo le ingiustizie di ogni tipo che esistono nel mondo di oggi, per esempio, in Africa. Il motivo viene anche da un mio particolare interesse per l’Antropologia e l’Etica che ho coltivato durante le mie fasi formative nella Congregazione Salesiana, nello studio della filosofia in Tanzania ed in questi anni di studi teologici a Roma. L’esperienza cristiana maturata finora e la pratica olistica e educativa Salesiana mi hanno fatto capire che la teologia antropologica e la morale si possono ritenere il campo di prova della penetrazione del messaggio cristiano di Gesù Cristo nella vita quotidiana, come la via giusta per dare speranza all’umanità. “Il cristianesimo, nel suo impegno per la liberazione integrale dell’uomo, ricorda la sua primaria missione di predicare il Vangelo, che gli è imposta dalla sua fedeltà a Cristo e all’umanità, perché l’uomo d’oggi, nonostante sia preso dal turbinio delle preoccupazioni e delle distrazioni del momento, porta nel più profondo di se stesso la domanda insopprimibile sul significato ultimo della sua esistenza”.
Tutta la Sacra Scrittura presenta il messaggio di salvezza che nasce dalla Trinità e trabocca nel nostro mondo. La tradizione della Chiesa testimonia visibilmente il permanente tentativo di offrire al mondo l’immagine, i diritti dell’uomo e la dignità perfetta ottenute in Gesù Cristo, ossia la vera salvezza da Lui inaugurata e in cammino verso pienezza. In questo lavoro cercherò di riflettere sul tema: La Pienezza dell’immagine e somiglianza di Dio nell’uomo e la sua vera dignità in Cristo, appoggiandomi sul testo biblico: Dio disse, “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gn 1, 26).
La Sacra scrittura ci ricorda che con la sua creazione, l’uomo viveva nello stato originario. Riflettendo, si nota che anche dopo la sua caduta, l’uomo continuò ad avere in sè l’immagine di Dio che ricevette con la creazione. Ma a livello del suo comportamento, e dei suoi atteggiamenti verso il suo Dio, egli liberamente sceglie di allontanarsi dall’amicizia e dalla grazia che Dio ha voluto condividere con lui. La buona notizia è il fatto che l’uomo caduto, può essere elevato pienamente di nuovo e, può riparare l’amicizia vera verso il suo Dio, se collabora responsabilmente con lo Spirito di Gesù che abita nel suo cuore. “È noto che voi siete una lettera di Cristo (...) scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3, 3). Con Gesù, l’uomo riacquista lo stato di grazia originale, perché Gesù è l’Immagine perfetta di Dio Padre. Come scrive il Concilio Vaticano II, Cristo “con tutta la Sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la Sua morte e la gloriosa risurrezione, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna” (EV 29).
Cercherò di mettere in evidenza il fatto che per il messaggio cristiano, l’immagine e la somiglianza di Dio nell’uomo vengono realizzata pienamente in Cristo, suo Salvatore; sono volute dal Padre; promesse nello Spirito, manifestate, celebrate e vissute nella Chiesa per nutrire e dare speranza alla vita nuova dell’uomo di oggi in Cristo. Nelle testimonianze di Gesù si sottolinea il fatto di “Gesù e la storia”. La congiunzione ‘e’ vuol mettere in relazione Gesù di Nazaret, non solo quella del suo ambiente nativo, della correnti con cui entrò in più stretto contatto o delle comunità apostoliche che hanno trasmesso la sua testimonianza, neppure quella degli individui e dei gruppi che hanno parlato, scritto e vissuto di Lui fino a ieri, integrando d’altronde in tutte queste ‘storie’, innanzitutto la nostra, quella d’oggi, vissuto nella prospettiva dell’evento pasquale. Si ricorda che “la vita cristiana è vita secondo lo Spirito (Rm 8, 14), conformità a Cristo (Gal 2, 20), partecipazione all’esperienza filiale del Figlio nella relazione al Padre (cf. Gal 4, 6): il cristiano vive della Trinità!”.
L’insegnamento sull’immagine di Dio è la risposta della fede cristiana agli interrogativi che gli uomini di tutti i tempi si sono posti: Chi siamo noi? Qual è la nostra origine e il nostro fine? Da dove viene e dove va tutto quello che esiste?. Queste domande stimolano a riflettere di più sull’immagine e sull’esistenza dell’uomo e la sua identità nella ricerca del senso della vita. Conoscere se stesso significa esaminare tutti gli aspetti della propria vita, ma in particolare mettere in rapporto la natura umana con il Creatore attraverso l’Immagine di Suo Figlio. Stabilendo tale rapporto, l’uomo scopre che fra tutte le creature, è l’unico ad essere creato ad immagine e somiglianza di Dio. Mediante lo Spirito Santo, Dio si relaziona con la persona non come fosse un oggetto, ma dimorando in lei come soggetto. Qui l’agire di Dio costituisce il nucleo della consistenza umana: lasciato a se stesso l’uomo si sperimenta come negato, come fallito e perduto, mentre nel Dio di Gesù Cristo si ritrova come salvato.
L’uomo è una creatura con grande dignità. La dignità della persona è la base di tutti i diritti umani. La Chiesa ricorda pertanto la società il dovere di riconoscere e di celebrare l’immagine divina nell’uomo: “occorre che sia reso accessibile all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestitio, l’abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all’educazione, al lavoro, alla reputazione, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in campo religioso” (GS 26).
Purtroppo, l’uomo di oggi, sotto il pretesto del sapere tutto e nell’uso disordinato della razionalità scientifica, in un modo o nell’altro abusa dell’immagine di Dio e cade in atteggiamenti di indifferenza verso Dio e di irresponsabilità, particolarmente nell’ampio campo della bio-etica. Ma si giustifica una concezione pessimista della realtà? L’uomo potrebbe rimanere soddisfatto di così poco? Potrebbe l’uomo spezzare la sua chiusura e condividere la speranza donata da Gesù, l’Immagine perfetta? Come Simone Pietro rispose alla domanda che Gesù poneva ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”, l’uomo d’oggi è chiamato a rispondere, insieme con Pietro, con convinzione: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna …” (Gv 6, 68-69). Il cristiano, avvinto dall’amore di Cristo, rinuncia ad ogni cosa, per seguirLo, sapendo di trovare in Lui “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Una volta liberato dalle false prospettive generate da un uso disordinato della scienza, della politica, dell’economia, della vita sociale, del senso sacro, ecc., l’uomo è in grado di farsi un’idea più precisa della vera dignità e del senso della sua vita e così essere più disponibile ad accogliere la pienezza dell’immagine e somiglianza di Dio in Gesù Cristo.
Ogni essere umano è un pellegrino. È chiamato a rispondere all’esperienza del già e non ancora in Cristo in cui troviamo la somiglianza perfetta con Dio e la vera dignità dell’uomo. “L’escatologia si offre come la trascendenza del presente nel futuro che viene, garantito dalla storia di rivelazione come il futuro del Dio trinitario con gli uomini”. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato allo sviluppo in Cristo perché ogni vita è vocazione e Gesù ci assicura che “è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Il messaggio di Gesù sul regno di Dio esige la rottura radicale con l’eone presente, il che implica l’accettazione obbediente della morte. Grazie a “questa morte di Gesù” abbiamo la speranza e il contenuto della confessione di fede nella risurrezione di Gesù. La risurrezione di Gesù ci conferma la sua esaltazione e l’atto salvifico della potenza di Dio. Fin dalla nascita, con la grazia, è dato a tutti, in germe, un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare per il proprio pieno sviluppo, affidandosi e radicandosi sempre a Dio.
Nonostante tutte le tendenze disordinate e profane dell’uomo, la Parola di Dio ci manifesta l’Amore di Dio che era già presente all’inizio del mondo, che è entrato nella storia dell’uomo, si è messo a camminare accanto a lui, l’ha condotto ad un’amicizia sempre più intima con sé, l’ha liberato dalla schiavitù di se stesso e lo sta guidando nel suo pellegrinaggio terreste, attraverso lo Spirito di colui che è l’Immagine prediletta del Padre, Gesù Cristo, redentore di tutte le schiavitù del mondo. L’immagine di Dio è allora da pensare come una conversione, come un passaggio dal peccato alla salvezza, che esorta a ritornare a Dio, che come buon Pastore va in cerca delle pecore smarrite, che circonciderà il cuore del Suo popolo perché finalmente viva sempre nel Dio di Gesù Cristo, che è la fonte dell’immagine, l’autore e lo scopo di tutte le cose, l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, il primo e l’ultimo (cf. Ap 1, 8.17).
L’uomo è incline al male ed è immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. San Paolo dice: “…infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (cf. Rm 7, 18-19). È vero: la natura dell’uomo fu creata in origine senza colpa e senza nessun vizio; ma la natura attuale dell’uomo, per la quale ciascuno nasce dal primo Adamo, ha ormai bisogno del Medico, perché non è sana. È proprio questo uomo peccatore, sul quale la Sacra Scrittura non si fa illusioni, ad essere chiamato a diventare partner di Dio e a vivere in pienezza la dignità della immagine, in Gesù Cristo.
In vista del compimento del primo ciclo di teologia, la scelta del tema dell’immagine e somiglianza di Dio nasce soprattutto da un grande bisogno di rispetto verso la dignità umana, vedendo le ingiustizie di ogni tipo che esistono nel mondo di oggi, per esempio, in Africa. Il motivo viene anche da un mio particolare interesse per l’Antropologia e l’Etica che ho coltivato durante le mie fasi formative nella Congregazione Salesiana, nello studio della filosofia in Tanzania ed in questi anni di studi teologici a Roma. L’esperienza cristiana maturata finora e la pratica olistica e educativa Salesiana mi hanno fatto capire che la teologia antropologica e la morale si possono ritenere il campo di prova della penetrazione del messaggio cristiano di Gesù Cristo nella vita quotidiana, come la via giusta per dare speranza all’umanità. “Il cristianesimo, nel suo impegno per la liberazione integrale dell’uomo, ricorda la sua primaria missione di predicare il Vangelo, che gli è imposta dalla sua fedeltà a Cristo e all’umanità, perché l’uomo d’oggi, nonostante sia preso dal turbinio delle preoccupazioni e delle distrazioni del momento, porta nel più profondo di se stesso la domanda insopprimibile sul significato ultimo della sua esistenza”.
Tutta la Sacra Scrittura presenta il messaggio di salvezza che nasce dalla Trinità e trabocca nel nostro mondo. La tradizione della Chiesa testimonia visibilmente il permanente tentativo di offrire al mondo l’immagine, i diritti dell’uomo e la dignità perfetta ottenute in Gesù Cristo, ossia la vera salvezza da Lui inaugurata e in cammino verso pienezza. In questo lavoro cercherò di riflettere sul tema: La Pienezza dell’immagine e somiglianza di Dio nell’uomo e la sua vera dignità in Cristo, appoggiandomi sul testo biblico: Dio disse, “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gn 1, 26).
La Sacra scrittura ci ricorda che con la sua creazione, l’uomo viveva nello stato originario. Riflettendo, si nota che anche dopo la sua caduta, l’uomo continuò ad avere in sè l’immagine di Dio che ricevette con la creazione. Ma a livello del suo comportamento, e dei suoi atteggiamenti verso il suo Dio, egli liberamente sceglie di allontanarsi dall’amicizia e dalla grazia che Dio ha voluto condividere con lui. La buona notizia è il fatto che l’uomo caduto, può essere elevato pienamente di nuovo e, può riparare l’amicizia vera verso il suo Dio, se collabora responsabilmente con lo Spirito di Gesù che abita nel suo cuore. “È noto che voi siete una lettera di Cristo (...) scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3, 3). Con Gesù, l’uomo riacquista lo stato di grazia originale, perché Gesù è l’Immagine perfetta di Dio Padre. Come scrive il Concilio Vaticano II, Cristo “con tutta la Sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la Sua morte e la gloriosa risurrezione, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna” (EV 29).
Cercherò di mettere in evidenza il fatto che per il messaggio cristiano, l’immagine e la somiglianza di Dio nell’uomo vengono realizzata pienamente in Cristo, suo Salvatore; sono volute dal Padre; promesse nello Spirito, manifestate, celebrate e vissute nella Chiesa per nutrire e dare speranza alla vita nuova dell’uomo di oggi in Cristo. Nelle testimonianze di Gesù si sottolinea il fatto di “Gesù e la storia”. La congiunzione ‘e’ vuol mettere in relazione Gesù di Nazaret, non solo quella del suo ambiente nativo, della correnti con cui entrò in più stretto contatto o delle comunità apostoliche che hanno trasmesso la sua testimonianza, neppure quella degli individui e dei gruppi che hanno parlato, scritto e vissuto di Lui fino a ieri, integrando d’altronde in tutte queste ‘storie’, innanzitutto la nostra, quella d’oggi, vissuto nella prospettiva dell’evento pasquale. Si ricorda che “la vita cristiana è vita secondo lo Spirito (Rm 8, 14), conformità a Cristo (Gal 2, 20), partecipazione all’esperienza filiale del Figlio nella relazione al Padre (cf. Gal 4, 6): il cristiano vive della Trinità!”.
L’insegnamento sull’immagine di Dio è la risposta della fede cristiana agli interrogativi che gli uomini di tutti i tempi si sono posti: Chi siamo noi? Qual è la nostra origine e il nostro fine? Da dove viene e dove va tutto quello che esiste?. Queste domande stimolano a riflettere di più sull’immagine e sull’esistenza dell’uomo e la sua identità nella ricerca del senso della vita. Conoscere se stesso significa esaminare tutti gli aspetti della propria vita, ma in particolare mettere in rapporto la natura umana con il Creatore attraverso l’Immagine di Suo Figlio. Stabilendo tale rapporto, l’uomo scopre che fra tutte le creature, è l’unico ad essere creato ad immagine e somiglianza di Dio. Mediante lo Spirito Santo, Dio si relaziona con la persona non come fosse un oggetto, ma dimorando in lei come soggetto. Qui l’agire di Dio costituisce il nucleo della consistenza umana: lasciato a se stesso l’uomo si sperimenta come negato, come fallito e perduto, mentre nel Dio di Gesù Cristo si ritrova come salvato.
L’uomo è una creatura con grande dignità. La dignità della persona è la base di tutti i diritti umani. La Chiesa ricorda pertanto la società il dovere di riconoscere e di celebrare l’immagine divina nell’uomo: “occorre che sia reso accessibile all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestitio, l’abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all’educazione, al lavoro, alla reputazione, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in campo religioso” (GS 26).
Purtroppo, l’uomo di oggi, sotto il pretesto del sapere tutto e nell’uso disordinato della razionalità scientifica, in un modo o nell’altro abusa dell’immagine di Dio e cade in atteggiamenti di indifferenza verso Dio e di irresponsabilità, particolarmente nell’ampio campo della bio-etica. Ma si giustifica una concezione pessimista della realtà? L’uomo potrebbe rimanere soddisfatto di così poco? Potrebbe l’uomo spezzare la sua chiusura e condividere la speranza donata da Gesù, l’Immagine perfetta? Come Simone Pietro rispose alla domanda che Gesù poneva ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”, l’uomo d’oggi è chiamato a rispondere, insieme con Pietro, con convinzione: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna …” (Gv 6, 68-69). Il cristiano, avvinto dall’amore di Cristo, rinuncia ad ogni cosa, per seguirLo, sapendo di trovare in Lui “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Una volta liberato dalle false prospettive generate da un uso disordinato della scienza, della politica, dell’economia, della vita sociale, del senso sacro, ecc., l’uomo è in grado di farsi un’idea più precisa della vera dignità e del senso della sua vita e così essere più disponibile ad accogliere la pienezza dell’immagine e somiglianza di Dio in Gesù Cristo.
Ogni essere umano è un pellegrino. È chiamato a rispondere all’esperienza del già e non ancora in Cristo in cui troviamo la somiglianza perfetta con Dio e la vera dignità dell’uomo. “L’escatologia si offre come la trascendenza del presente nel futuro che viene, garantito dalla storia di rivelazione come il futuro del Dio trinitario con gli uomini”. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato allo sviluppo in Cristo perché ogni vita è vocazione e Gesù ci assicura che “è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Il messaggio di Gesù sul regno di Dio esige la rottura radicale con l’eone presente, il che implica l’accettazione obbediente della morte. Grazie a “questa morte di Gesù” abbiamo la speranza e il contenuto della confessione di fede nella risurrezione di Gesù. La risurrezione di Gesù ci conferma la sua esaltazione e l’atto salvifico della potenza di Dio. Fin dalla nascita, con la grazia, è dato a tutti, in germe, un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare per il proprio pieno sviluppo, affidandosi e radicandosi sempre a Dio.
Nonostante tutte le tendenze disordinate e profane dell’uomo, la Parola di Dio ci manifesta l’Amore di Dio che era già presente all’inizio del mondo, che è entrato nella storia dell’uomo, si è messo a camminare accanto a lui, l’ha condotto ad un’amicizia sempre più intima con sé, l’ha liberato dalla schiavitù di se stesso e lo sta guidando nel suo pellegrinaggio terreste, attraverso lo Spirito di colui che è l’Immagine prediletta del Padre, Gesù Cristo, redentore di tutte le schiavitù del mondo. L’immagine di Dio è allora da pensare come una conversione, come un passaggio dal peccato alla salvezza, che esorta a ritornare a Dio, che come buon Pastore va in cerca delle pecore smarrite, che circonciderà il cuore del Suo popolo perché finalmente viva sempre nel Dio di Gesù Cristo, che è la fonte dell’immagine, l’autore e lo scopo di tutte le cose, l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, il primo e l’ultimo (cf. Ap 1, 8.17).
Capitolo Primo: CREAZIONE, OPERA DELLA TRINITÀ
“Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gn 1, 26).
1. Dio – Trino principio e fine dell’universo
Al principio di tutte le cose c’è Dio. Tutte le realtà particolari che avviciniamo nell’universo sensibile, vengono ciascuna da un’altra. Non ce nessuna che sia eterna, né dia a se stessa l’essere: sono tutte realtà che hanno una data di nascita, forse a noi sconoscita e per questo sono venute da una realtà precedente. Che cosa è dunque quella prima realtà, quel “fabbricante” non fabbricato? È un essere perfettissimo, fornito di un pensiero infinitamente più vasto di quello umano, uno Spirito che ha pensato e organizzato tutte le cose, che è stato fecondo in tutte le cose. Ancora di più: è un essere infinito in tutte le perfezioni, perché se non fosse così sarebbe limitato, e quindi soggetto egli stesso a mutazioni sarebbe trascinato nel fluire universale e non ne sarebbe il principio sufficiente. Diamogli il vero nome: l’essere primo, Dio.
Dio è l’Unico Essere prima della creazione; “Io sono colui che è” (Es 3, 14). Nella comunità trinitaria, Dio è pluralità, origine e fonte di tutta la divinità. Esiste solo una comunità; le tre Persone reali e distinte sono un solo Dio. Il Padre è, quindi, la prima Persona che esiste. Però la priorità è logica e non cronologica, perché le tre Persone sono coeterne. Il Padre è generante, ossia genera il Figlio; è spirante, ossia spira lo Spirito, mediante il Figlio, al quale comunica la spirazione dello Spirito. Dio è l’autore e lo scopo di tutte le cose. “Il Dio è Padre da cui Gesù proviene e il Dio a cui Gesù conduce”. Gesù dice: “Io sono l’Alfa e l’Omèga, il principio e la fine, il primo e l’ultimo” (Ap 1, 8; 1, 17). Queste parole ci ricordano che tutto viene da Dio e tutto ritorna a Dio. Dio è il principio, la sorgente infinita da cui procede tutto l’universo compreso l’uomo. La creazione che viene tutta da Dio, dovrà tornare tutta a Dio. Dio ha creato l’universo per manifestare le Sue perfezioni e procurare così la sua gloria, fuori di sé, perché in se stesso Dio è infinitamente perfetto, senza bisogno di nulla. L’uomo ha bisogno di Dio, a cui tende con ogni fibra del suo essere, essendo creatura fatta a immagine di Dio. Dio nella Sua infinita sapienza e bontà pensa l’universo, soprattutto l’uomo, lo ama, gli dà l’essere per farlo Suo erede nella felicità eterna e per questo ha inviato Gesù Cristo salvatore e lo Spirito Santo, il suo santificatore. L’uomo creato ad immagine di Dio, quindi, deve a Dio uno e trino l’omaggio della sua fede, del suo amore e della sua vita nella speranza. Per questo l’uomo sente il bisogno, dal profondo di sé, di conoscere e di essere con Dio.
“Dio, essendo causa prima di tutto, conosce tutto senza dipendere dalle cose. Egli conosce le cose dalla radice del loro essere. Dio conosce se stesso (Mt 11, 27; 1Cor 2, 10-11), e tutte le creature, anche le cose più nascoste, l’intimo dei cuori (Sal 7, 10; Mc 2, 8); conosce pure le cose possibili (Rm 4, 17); ossia tutte le possibili imitazioni della sua essenza”. Dio conosce gli atti liberi futuri, come appare dalle profezie di eventi futuri liberi (Gv 6, 64; Gv13, 11.21; Mt 26, 34). In Dio la vita è vissuta tutta concentrata in un solo istante, eterno. Dio, quindi, è compresente a tutti e ad ogni singolo uomo. Non esiste passato umano senza incontro con Dio; e non vi è futuro privo di Dio. La partecipazione dell’uomo alla vita divina è perciò partecipazione all’eterna giovinezza e vitalità di Dio. Dio è tutto presente, è compresente ad ogni istante che passa. Dio ha creato Adamo; creare significa che l’uomo ha l’esistenza legata al passato, al presente e al futuro. Si può affermare che Dio ci ama infinitamente, anche quando noi non esistavamo ancora, o nel nostro futuro, perché siamo creati a Sua immagine e somiglianza.
La rivelazione veterotestamentaria di Dio appare in varie dimensioni: agapica (YHWH, Dio di amore); salvifica (YHWH, liberatore di Israele); misterica (YHWH, il Santo trascendente, che si rivela nei segni); escatologica (YHWH, il Signore della storia, che dirige tutto al suo fine); messianica (YHWH sempre più presente nella storia fino alla pienezza promessa nell’Emmanuele). Gesù Cristo infatti è essenzialmente compimento e perfezione dell’alleanza e di ciò che YHWH dice di sé nell’AT. Anzi, l’alleanza nuova nel NT si capisce meglio facendo riferimento all’AT. Le origini della Chiesa sono nascoste nel più profondo del mistero di Dio, lì dove da sempre è iniziato l’amore, lì dove sempre inizia e sempre ritorna. La vita cristiana è un ritorno al Padre, la fonte e il fondamento di ogni esistenza, per mezzo del Figlio, splendore e immagine del Padre, nello Spirito Santo che è l’amore del Padre e del Figlio. Questo ritorno è possibile solo mediante il distacco e la “morte” dell’io esteriore, in modo che l’io interiore, purificato e rinnovato, possa adempiere la sua funzione di immagine della divina Trinità.
“Il Dio dei Sinottici è il Padre di Gesù Cristo, vero Figlio, nello Spirito, il primo di una comunità di tre Persone, che sono un solo Dio, in pienezza e in totalità”. Il Padre è YHWH, rivelato nell’AT. È il Dio vivente, eterno, immenso, onnisciente, onnipotente, onnipresente, predestinante, santo e amore sommo. Egli è eterno perché è il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe (Mc 12, 26); è sempre fedele e sempre saldo nelle Sue promesse, assicurando ai suoi il Regno, preparato fin dalla fondazione del mondo (Mt 25, 34). E questa perennità di esistenza si attua in Cristo, che è prima che Abramo fosse (cf. Gv 8, 58). Dio Padre si rivela come tale nel Figlio, che invera le proprietà dell’immagine del Dio dell’AT. YHWH è il Dio dell’Alleanza, di amore, di misericordia e di giustizia. Gesù viene a instaurare i tempi messianici della definitiva alleanza o della comunione di Dio con tutti gli uomini (Mt 14, 24; 16, 3; Lc 12, 54ss). In Gesù si rivela l’immagine dell’Emmanuele. Gesù corregge anche la dottrina di Dio Amore, oscurata dalla corrente legalista e farisaica, che restringeva l’amore di Dio solo per Israele e per i giusti. Gesù, invece, richiama la rivelazione antica del Dio buono e benefico con tutti, buoni e cattivi e lo propone a modello da imitare (Mt 5, 43-48; Lc 6, 27-36). Presenta la bontà del Dio di Amore con le parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta, del figlio prodigo (Lc 15). Gesù, di fatto incarna tale bontà universale e attua la missione del buon Samaritano (Lc 10, 30-37) e quello del buon pastore (Sal 23), promuovendo così la dignità dell’uomo.
Il cristianesimo è vita e saggezza in Cristo. È un ritorno all’infinito abisso di realtà pura, in cui la nostra stessa realtà è fondata e in cui noi esistiamo, Dio. È un ritorno alla sorgente di ogni significato e di ogni verità. È un ritorno alle sorgenti profonde della vita e della gioia. È una riscoperta del Paradiso all’interno del nostro stesso spirito, mediante la dimenticanza del falso io. È il riconoscimento di come noi siamo altri Christi. È la consapevolezza della forza e dell’amore comunicateci dalla presenza miracolosa dello Spirito santo.
2. Amore e iniziativa di Dio
Dio, fonte dell’uomo fatto a Sua immagine e somiglianza si interessa della dignità dell’uomo. Colui che prende l’iniziativa di creare l’uomo e di liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato, mostra il suo vero Amore, attraverso l’invio del suo unico Figlio, Gesù Cristo, che va fino al sacrificio della croce, alla risurrezione e alla gloria di Dio uno. Dio è Amore, ama per primo, ama tutto e ama come se stesso: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4, 7-8). “L’Amore è la ragione della Trinità delle Persone”. L’Amore ci dà ragione del Padre, dono totale, e del Figlio nello Spirito Santo. L’Amore, si comunica; il Padre è la massima comunicazione che esige la massima recettività che è il Figlio. L’Amore totale ci dà perciò lo Spirito Santo che testifica col suo esserci la donazione totale del Padre ed il ricevere totale del Figlio. In Dio c’è il massimo incontro d’Amore, per cui le tre Persone divine, si incontrano e si uniscono nella stessa natura. La Trinità è unita nell’Amore infinito di una stessa vita, che si dona ed è ricevuta per amore.
C’è in noi una vita infinitamente più nobile e più preziosa: la vita cristiana, che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci ha resi partecipi della stessa vita divina, fratelli di Gesù, eredi della felicità di Dio stesso. Questa vita la dobbiamo completamente darla a Dio, che si è fatto uomo perché noi potessimo diventare figli adottivi di Dio in Gesù. L’amore di Dio si chiarisce quando Gesù, ci ricorda: “Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente” (Gv 10, 10). Questa vita è il frutto del sangue redentore di Gesù sulla croce (Gal 2, 2). “Siete stati comprati a caro prezzo” (1Cor 6, 20); ossia col sangue di Gesù, il quale è “propiziazione per i nostri peccati e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2, 2). Il cristiano, perciò, dice S. Tommaso, è un uomo che appartiene a Gesù Cristo.
Per amore, Dio si muove per primo. La chiamata di Dio è un invito all’uomo a partecipare alla vita di Dio e ad adottare un comportamento morale cristiano. La coscienza umana, in quanto immagine di Dio, è preordinata alla conoscenza e al compimento del bene. Dio ci richiama ancora una volta a sé. L’uomo percepisce la chiamata di Dio, egli risponde con l’assenso o il diniego. Nella sua volontà salvifica universale, Dio non mira, però, soltanto a guarire la debolezza dell’uomo decaduto, ma vuole accordargli l’accesso alla ricchezza della vita intra-divina. La bellezza e la dignità dell’atto meritorio derivano in primo luogo dall’azione concomitante della grazia di Dio. Appena l’uomo si apre alla grazia preveniente e coopera con essa, con l’atto buono soprannaturale egli dice il suo “sì” d’amore a Dio. Con il proprio intelletto l’uomo è in grado di percepire la chiamata di Dio e con la sua libera volontà è realmente capace di dare una risposta. “Mediante l’atto buono, soprannaturale e meritorio, l’uomo dà il suo assenso all’appello di Dio e così si assomiglia alla vera immagine di Dio. Mediante il peccato, invece, egli vi oppone un diniego”.
2.1. Elezione dell’uomo per l’Amore e per la Felicità eterna
La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa costantamente insegnano e celebrano la verità fondamentale che il mondo è stato creato per la gloria di Dio. Dio ha creato tutte le cose, non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e comunicarla. Egli non ha avuto altro motivo per creare, se non per il suo grande Amore e per la sua infinità bontà. La gloria di Dio è che si realizzi questa manifestazione e comunicazione della sua bontà, in vista della quale il mondo è stato creato (cf. Ef 1, 5-6).
“La vita è un bene” (EV 34). La più grande opera della creazione è l’uomo, creato per amore ad immagine di Dio. Unico tra tutte le creature visibili, soltanto l’uomo è capace di conoscere e di amare il proprio Creatore da cui fu costituito sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio. Solo lui è stato eletto a condividere nella conoscenza e nell’amore la vita di Dio ed è destinato alla gloria divina. A questo fine è stato creato ed è questa ragione fondamentale della sua dignità. Anche il mondo è per la gloria di Dio, ma allo stesso tempo è al servizio dell’uomo. Essendo creato da Dio e per Dio, l’uomo ha inscritto nel cuore il desiderio di Dio. “È soltanto in Dio che l’uomo troverà la verità e la vera felicità”.
Dio è la felicità dell’uomo. Tutti vogliono essere felici. La via della felicità è una sola: la via della gloria di Dio, del dovere, della virtù, dell’amicizia di Dio : “Ci ha scelti prima della costituzione del mondo, perché fossimo santi” (Ef 1, 4). Realizzando il nostro fine in Dio, realizzeremo la nostra felicità. Il fine della creazione è appunto la gloria di Dio, da ottenersi attraverso la felicità della creatura. Tutte le creature realizzano la gloria di Dio per mezzo dell’uomo, sacerdote del creato. Solo l’uomo glorifica e serve pienamente Dio. Così, l’uomo raggiunge pienamente la felicità, di cui egli solo è capace, perché è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Questa felicità verrà quando l’uomo da a Dio la sua fedeltà. Chi si sottomette a Dio, chi osserva liberamente la legge di Dio, merita la felicità. Sant’Agostino, servendo Dio, si elevò fino a Lui e capì che solo Dio era la vera felicità. Dal suo cuore pronuncia questa preghiera: “O Signore, ci hai fatti per te ed il nostro cuore è inquieto, finché non si riposa in TE!”. L’amore è tutto nel cristianesimo. Sant’Agostino, maestro di carità, dice che solo l’amore distingue i figli di Dio. La condizione di immagine di Dio si riferisce al compito affidato all’uomo da parte di Dio di dominare la terra e nella relazione dell’uomo con il mondo posto a suo servizio e sotto la sua responsabilità.
Tutta la legge trova la sua pienezza nel precetto: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37-40). Nell’amore soprannaturale di Dio, quello messo nel nostro cuore dallo Spirito di Gesù, è “tutta la legge e i profeti”. Dice un pensatore: “Amare è bene; saper amare è tutto”. Sì, saper amare, perché l’amore cristiano è un’arte inserita nella vita, ed occorre conoscere quest’arte. Si nota che la nostra civiltà molto raramente cerca d’imparare l’arte di amare e, nonostante la disperata ricerca di amore, tutto il resto è considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere, ecc. Quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi e quasi nessuna per conoscere l’arte di amare. La vera arte di amare emerge tutta dal Vangelo di Cristo, che rivela l’immagine vera del Dio Padre, sotto l’inspirazione dello Spirito Santo.
2.2. Dono della libertà
Il peccato in quanto disordine, privazione, relazione ad un falso fine, non ultimo, viene dalla creatura, è incompatibile con Dio. Dio permette il male perché ha la potenza di ricavarne un bene maggiore: il cielo in cui è piantata la Croce, una maggior gloria di Dio; oh felix culpa...come diceva Sant’Agostino. “Dio permette il peccato perché vuole l’uomo libero”. Dio non vuole essere glorificato per necessità, perciò vuole l’uomo libero, col rischio del fallimento, ossia del peccato; rischio che è eliminato solo da un dono superiore di grazia indebita.
Però se la libertà rende possibile il male, rende pure possibile il bene, l’amore e il merito all’uomo. Dio, inoltre, vuole l’uomo libero perché è Padre, e quindi, è come ogni padre, che dà la vita per i suoi figli, ma vuole che essi costruiscano questa vita, ricevuta sul piano naturale e soprannaturale, mediante la libertà. Nel caso del male fisico, Dio permette la sofferenza e anche il peccato (come possibilità), perché vuole l’uomo libero, e vuole che in questa tensione, egli sappia trarre il bene; ma non vuole la sofferenza per trarne un bene.
3. Storicità e sviluppo del tema immagine e somiglianza di Dio
La verità che l’uomo sia stato creato ad immagine di Dio appartiene al cuore della rivelazione cristiana. “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo fece ad immagine della propria natura” (EV 7). Il Vangelo della vita, risuonato al principio con la creazione dell’uomo ad immagine di Dio per un destino di vita piena e perfetta (cf. Gn 2, 7; Sap 9, 2-3).
3.1. Immagine e somiglianza di Dio nell’Antico Testamento
Nell’AT riappare il tema dell’immagine nella letteratura sapienziale, come nel Sir 17, 3. Il contesto indica chiaramente il voler mettere in risalto l’aspetto del dominio su tutta la creazione. Sap 2, 23 si riferisce all’incorruttibilità con cui Dio creò l’uomo e che si perse a causa del peccato. Molti esegeti contemporanei riconoscono la centralità del tema dell’imago Dei nella rivelazione biblica (cf. Gn 1, 26-27; 5, 1-3; 9, 6), tanto da essere considerato come la chiave per una comprensione biblica della natura umana e per tutte le affermazioni di antropologia biblica nell’AT come nel NT. Nella Sacra Scrittura, l’imago Dei costituisce quasi una definizione dell’uomo. Il mistero dell’uomo non può essere compreso separatamente dal mistero di Dio. Prima dell’analisi biblica dei termini, sembra utile accennare all’origine degli stessi termini imago e similitudo.
3.1.1. Origine dell“imago e similitudo Dei”
Il termine imago deriva dal greco eikon significa immagine. Il termine imago, comprende parecchi significati dei quali la filosofia medievale si è molto occupata (forma, statua, figura come il dipinto, similitudo, icona, species, effigies, phantasma, ratio, ecc.). Un altro senso indica l’immagine ideale, la similitudine, la somiglianza, secondo il concetto dell’idea di Platone; e un altro ancora, la riproduzione, l’immagine vivente, nel senso di copia, incarnazione, manifestazione. L’imago Dei nel veterotestamento è sempre e unicamente riferito all’uomo creato. Mentre nel vicino Oriente il l’imago Dei riflette il pensiero, secondo cui solo il re era immagine di Dio sulla terra, l’interpretazione biblica invece lo estende a tutti gli uomini.
Il racconto della creazione mette in evidenza come l’uomo non sia stato creato solo da Dio Padre, ma dalla comunione del Dio Trinità: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e nostra somiglianza”; a cui segue quello della famiglia: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). Nei due testi sapienziali, l’imago Dei viene collegato direttamente al fine stesso dell’imago, cioè all’immortalità, ossia al fine cui è orientata la stessa immagine, che come tale la somiglianza con Dio non può essere concepita in modo statico bensì dinamico e in evoluzione. “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, lo fece a immagine della propria natura” (Sap 2, 23); “Secondo la sua natura li rivestì di forza e a sua immagine li formò perché dominasse sulle bestie e sugli uccelli” (Sir 17, 3-4).
3.1.2. Immagine e somiglianza di Dio nella creazione, presupposto dell’Alleanza
Nel racconto “Jahwista”, l’uomo è presentato come l’opera di Dio, plasmato dalla polvere del suolo e animato dal soffio della vita. L’ordine di coltivare e custodire il giardino distingue questo testo da ogni mito della età dell’oro dove l’uomo viveva felicemente senza fare nulla. Il Salmo 8, che ha analogie con il racconto “sacerdotale” della creazione dell’uomo sottolinea che l’uomo è presentato come una creatura esigua e quasi insignificante che, però, l’azione creatrice di Dio l’ha elevato ad una dignità unica e sorprendente. In virtù di questa condizione di immagine di Dio, l’uomo si trova al primo posto rispetto alle altre creature. D’altra parte si crea una linea di separazione tra Dio e l’uomo. L’uomo è immagine e somiglianza di Dio, ma non è Dio.
Gli Israeliti non hanno riflettuto sul problema di Dio a partire dalla metafisica o dalla considerazione delle verità astratte. È stata la storia e l’incontro con il Dio vivo e attivo ciò che ha determinato il suo modo di pensare. La storia è stata come dono di Dio, come grazia immeritata e immotivata che non ha altro fondamento che l’elezione divina alla Alleanza. L’idea di Dio si è andata formando a partire dagli avvenimenti. Non è stato il Dio dei filosofi, ma il Dio della storia quello che il popolo ha sperimentato. Dio è stato scoperto indirettamente, non nel Suo essere, ma nella agire, attraverso la liberazione d’Israele e il compimento delle promesse alla nazione eletta. In concreto il fatto della liberazione dalla schiavitù d’Egitto è il centro dei “credo” o delle professioni di fede. “Il Dio potente che ha manifestato la sua forza nella liberazione dell’Egitto, dev’essere necessariamente l’unico Dio vero di tutto il mondo”. Come Dio manifesta il suo potere nell’amore a Israele, così è capace di agire in modo uguale con tutto il creato. Il Dio trascendente e Creatore non è altro che il Dio vicino. Così la creazione si converte nel prologo necessario alla fede nell’alleanza. Questa comincia a realizzarsi in Abramo. Allo stesso tempo si pone in rilievo come la creazione si muova già in se stessa verso l’alleanza e si orienti verso il culmine dell’amore salvifico di Dio in Gesù.
3.1.3. Imago e similitudo Dei nel giudaismo
Il vero problema esegetico di Gn 1, 26 e di Gn 2, 7 è costituito dall’enigmatico plurale “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” e non dalla somiglianza tra l’uomo e Dio individuale. Per cui si assiste a una pluralità di ipotesi nell’interpretare quel plurale. Tra le interpretazioni più comuni si ricordano quelle che identificano il “noi”come una specie di consultazione di Dio o con il suo cuore, o con gli angeli, o con la Torà oppure con il cielo e la terra. Per quanto riguarda la conservazione o la perdita della somiglianza con Dio, i rabbini la fanno dipendere dal comportamento morale del singolo e dalla sua maggiore o minore osservanza della Torà. Essere simili a Dio, quindi, viene a significare essere degni di Dio.
L’uomo, immagine di Dio, non deve essere assoggettato a nessuna creatura, ma deve servire solo Dio. Nonostante il possibile peccato, l’uomo porta in sé una dignità che lo rilancia costantemente incontro al suo Dio. La grazia di Gesù si salda profondamente con la dignità posta da Dio in ogni persona. “Il regno si salda alla creazione fino a rompere il malvagio che la imprigionava e fino a realizzarne le possibilità e le speranze ad un livello che supera e trascende le capacità umane”.
3.2. Immagine e sommiglianza di Dio nel Nuovo Testamento
Nel NT, l’uso del termine eikon o imago sembra poverissimo e in pochi casi viene indicata l’effigie dell’imperatore sulla moneta (Mc 12, 16); o l’immagine della bestia (Ap 15, 2), o anche immagini-statue di dèi che parlano e si muovono (Ap 13, 14). In tutti questi casi generici, il termine imago non si riferisce né all’uomo né a Cristo. Interessante è l’uso del termine dove viene accentuata la netta contrapposizione tra l’eikon o immagine o prototipo o essenza della realtà e la sua ombra (cf. Eb 10, 1). Lo stesso schema di contrapposizione si può rilevare in Rm 1, 23 dove si dice che i pagani, hanno scambiato la gloria di Dio con la somiglianza e l’immagine dell’uomo effimero. Il termine somiglianza in greco, omoìomia vuol dire anche immagine, ma quello del prototipo, mentre l’eikon designa l’immagine come prototipo o la stessa realtà rappresentata. I pagani, quindi, secondo Paolo, hanno scambiato l’eikon, il prototipo, l’originale con la sua figura umana e animale.
Il termine similitudo ha due valenze: una viene applicata alle cose terrene e significa più o meno “ciò che appare” e un’altra alle cose divine e comporta sempre una relazione reale con Dio, cioè un rapporto di grazia e non di causa, e, quindi, un dono libero d’amore. (cf. Col 35, 2, 11). Si può in breve ritenere che il termine imago rimanda sempre a un respectum, cioè a un rapporto causale con il prototipo o con l’originale; mentre il termine similitudo rimanda sempre a un donum e a una atto di amore libero e responsabile, a un rapporto di grazia.
3.2.1. Imago Dei applicato a Cristo
Nel NT l’immagine prende un senso marcatamente cristocentrico. “La tradizione, con una chiara base nel NT, ha parlato del Figlio come del Logos (Verbo, Parola) e immagine del Padre”. L’accento è posto sull’identità perfetta fra l’eikon e il prototipo, cioè tra Cristo e Dio. “Gli elementi costitutivi del concetto biblico paolino di immagine sono: somiglianza, dipendenza ed origine e, manifestazione”. Nella somiglianza, non solo nel senso di vaga analogia tra l’immagine e la Sua realtà, bensì nel senso di una reale riproduzione della realtà nell’immagine. Paolo riprende la formula della Genesi e sottolinea il fatto che Dio chiama l’uomo a diventare immagine dell’uomo celeste, venuto dal cielo, l’ultimo Adamo, Gesù Cristo (1Cor 11, 7). Nella manifestazione, non solamente l’immagine deriva dal modello e lo imita riproducendolo esattamente, bensì anche lo manifesta. Si può dire che l’immagine è la realtà in quanto si manifesta. Gesù, primo oggetto dell’Amore del Padre, è, in quanto tale, colui che lo fa conoscere. I cristiani sono detti immagine di Cristo nel senso che manifestano la Sua gloria (2Cor 3, 18). In Col 3, 9 il rinnovamento secondo l’immagine del Creatore è unito allo spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di quello nuovo. La condizione attuale del Cristo risuscitato è quella che rende possibile questa nuova immagine dell’uomo già in questa vita. Per il NT non è rilevante l’immagine di Dio nell’uomo dal momento della creazione, ma innanzitutto la novità di vita dell’uomo a partire dalla risurrezione di Cristo.
È presente la prospettiva escatologica nell’unico riferimento negli scritti giovannei alla somiglianza di Dio: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3, 2). L’idea dell’immagine applicata a Cristo si riferisce alla funzione rivelatrice di Gesù. Cristo è definito, perciò, in greco con l’eikon tou theu, e in latino con l’imago Dei, per esprimere la perfetta identità tra l’immagine e la realtà, tra Cristo e Dio. Accettando questa rivelazione di Cristo, immagine del Padre, gli uomini possono convertirsi, per mezzo della fede in Gesù. La condizione del credente è quella di immagine di Gesù in quanto riflette la gloria del Signore (2Cor 3, 18). La conoscenza dell’immagine coincide con un significato giovannei: “chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9), e “chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12, 45), che esprimono ugualmente la perfetta identità di natura tra il Cristo e il Padre.
I testi paolini aiutano ad interpretare Gn 1, 27 in chiave cristocentrica, specialmente se vengono accostati con il testo di 1Cor 15, 45, dove Cristo è presentato come il nuovo Adamo, cioè il vero Uomo, l’Uomo autentico. A rendere ancora più chiara la dottrina dell’indentità di natura tra l’imago Dei e Dio stesso, è utile discutere sul testo di Giovanni, dove i giudei cercavano di uccidere Gesù, perché chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale -ìson - a Dio (Gv 5, 18). Il ‘rimprovero’ a Gesù da parte dei giudei si fonda sul fatto che Gesù pone l’accento nel dire “mio Padre”. Gesù si colloca sullo stesso piano di Dio, con il quale si dichiara uguale in natura, di dignità e di volontà a Dio (Gv 5, 18). Per Giovanni non c’è alcun dubbio che Gesù è totalmente sottomesso al Padre e totalmente uguale a Dio: “Il Padre mio è più grande di tutti (...); Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 29-30). Un altro testo, per cogliere il senso autentico dell’uguaglianza, è certamente quello paolino ai Filippesi (Fil 2, 6). Per Paolo e Giovanni, quindi, essere uguale a Dio significa essere Signore - kyrios, assumendo la forma del servo del Signore - ebed JHWH.
Cristo, in quanto immagine perfetta, diviene anche il prototipo non solo della creazione, ma anche fulcro della risalita all’origine. In questa risalita, per visibilia s’intende Cristo e non le cose create! È in Cristo e per Cristo che si sale a Dio: la via dell’immagine di Cristo è più sicura del vestigio (Rm 1, 1-23). L’immagine, essendo un dono gratis datum, non è soggetta alla volontà della creatura, cioè né si può guadagnare né si può perdere. Il dono dell’immagine rimane in sé sostanzialmente inalterato (gratis datum), mentre il dono della somiglianza è in continuo progresso in sintonia con il grado di virtù o di perfezione che l’uomo riesce a raggiungere (gratum faciens).
3.2.2. Imago Dei applicato all’uomo
Molto più semplice sembra interpretare i pochi testi paolini dell’imago Dei applicata genericamente all’uomo nuovo come immagine e gloria di Dio (1Cor 11, 7; Rm 8, 28; Col 3, 10). Difatti, il contesto parla dell’ordine da tenere nelle assemblee, dove ognuno ha la sua specifica funzione e responsabilità (1Cor 3, 22-23). Dio è capo di Cristo e Cristo è la gloria di Dio; Cristo è capo dell’uomo e l’uomo è la gloria di Cristo; l’uomo è capo della creazione.
L’uomo è immagine e gloria di Dio; è l’uomo cristico o cristificato, perché il vero uomo è quello che si cristifica. Solo unito all’uomo-Cristo l’uomo può dirsi non solo immagine, ma anche gloria di Dio, perché solo Cristo è la vera eikon tou theu. Una conferma a questa cristologica interpretazione viene direttamente dallo stesso Paolo che scrive: “Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo - anthropos- Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo - eschatos – divenne spirito datore di vita” (1Cor 15, 44-45). Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1Cor 15, 22). Allora Cristo è datore di vita. Per questo i credenti si impegnano a “spogliarsi del vecchio uomo”, antica rassomiglianza all’uomo primitivo, per “rivestire l’uomo nuovo” (Ef 4, 42-44).
Direttamente, solo Cristo è vera imago Dei, l’uomo invece lo è indirettamente in Cristo, per cui è l’immagine dell’immagine di Dio, in quanto è imago Christi. Effettivamente per ‘conformarsi’ all’imago Dei, è necessario che l’uomo partecipi attivamente alla sua trasformazione secondo il modello autentico dell’imago, Cristo, che, essendo “tutto in tutti” (Col 3, 10-11), manifesta la propria identità tramite il movimento storico dalla Sua Incarnazione alla Sua gloria. Secondo questo modello cristico, che manifesta la Sua signoria sul peccato e sulla morte attraverso la Passione e la Risurrezione, l’immagine di Dio in ogni uomo è costituita dal suo stesso percorso storico che parte dalla creazione, passando per la conversione dal peccato, fino alla Salvezza.
L’uomo fortificato dall’amore si trasforma per Dio in Dio. L’immagine di Dio costituisce quasi una definizione dell’uomo. Evitando sia il monismo sia il dualismo, la Bibbia presenta una visione dell’essere umano nella quale la dimensione spirituale è vista insieme alla dimensione fisica, sociale e storica dell’uomo. I due sessi sono creati direttamente da Dio. “Tutte e due sono ’adam: immagine a Dio somigliantissima. L’uomo è considerato nelle sue relazioni fondamentali: ’adam è quindi in relazione con Dio; ’adam domina sul cosmo: è in relazione con il cosmo; ’adam è distinto in maschio e femmina: ha una relazione interpersonale; maschio e femmina sono benedetti: sono in relazione con la storia e con la cultura”.
L’idea di imago Dei esprime la grande e infinita distanza dell’uomo rispetto all’animale e alla natura materiale. Anche se l’uomo è un essere vivente e come tutti gli altri tornerà ad essere fango della terra, la sua esistenza è radicalmente trascendente a tutte le cose del mondo in cui vive. Che l’uomo sia immagine di Dio significa che dietro a lui si profila il Dio creatore, salvatore garante della giustizia. Dietro l’appello del povero, della vedova, dell’orfano, c’è l’appello di Dio stesso. La conoscenza e il riconoscimento di Dio non si possono separare dalla risposta da dare all’uomo. Riconoscendolo come persona e fratello, si possono ricavare importanti indicazioni circa la stessa natura umana e la sua dignità.
L’essere stato creato ad “immagine” dice anche la natura dell’uomo ed il suo fine e, nello stesso tempo, ricorda continuamente la dipendenza dal Creatore. Dio, creando l’uomo a Sua immagine, gli ha dato una caratteristica particolare che altre creature non hanno: la Sua propria dignità. La conoscenza della dignità in verità si manifesta nell’Amore. Dio si umanizza per l’uomo, nel Suo Amore dell’uomo, nella stessa misura in cui l’uomo, fortificato dalla carità, si trasforma per Dio in Dio.
3.3. Immagine e somiglianza di Dio nella tradizione
“I Padri della Chiesa, richiamandosi a Gn 1, 26, distinsero tra ‘immagine’, che costituisce l’essenza creaturale dell’uomo e, la ‘somiglianza con Dio’, che viene resa possibile solo mediante la congiunzione del modello divino con l’immagine umana nell’incarnazione, e precisamente come conformazione a Cristo mediante la fede, il battesimo e la sequela”. I primi cinque secoli di vita della Chiesa sono dominati da problemi di indole teologica e cristologica. All’interno di una chiarificazione della identità del Cristo, si discutono dapprima le questioni chiave del rapporto di Gesù col Padre e con lo Spirito Santo (tematica del Concilio di Nicea del 325 e di Costantinopoli 1 del 381), e poi gli interrogativi sulla compresenza in lui della dimensione divina ed umana (oggetto dei Concili di Efeso nel 431 e di Calcedonia del 451). La ragione ultima della ricerca di questi secoli proviene, dunque, dalla soteriologia, che è quanto dire dall’interesse per l’uomo.
Il carattere cristocentrico del tema dell’immagine è stata sviluppato dai Padri della Chiesa. Come la dottrina dell’uomo imago Dei costituisce un elemento fondamentale dell’antropologia biblica, così lo è anche per la tradizione patristica, che nella traduzione greca dei LXX su riferisce a eikon e homoiosin, tradotti poi in latino, con imago e similitudo. L’osservazione testuale vale per i due racconti della creazione (Gn 1, 26-27; 5, 3; 9, 6; e Gn 2, 7). Si ricordi, inoltre, che dai Padri, come norma ermeneutica generale, 1’AT viene letto alla luce del NT e quindi in parallelo con i testi paolini (Col 1, 15; 2Cor 4, 4; 1Cor 15, 45-49; 1Cor 11, 7; 2Cor 3, 18; Rm 8, 29, Fil 3, 21). Il modello a cui Adamo è stato creato è il Verbo che si doveva incarnare, con cui l’uomo è “immagine dell’Immagine di Dio”. Così nell’incarnazione si rivela l’ultima verità dell’uomo.
I Padri si domandarono: dove si colloca l’imago Dei nell’uomo? Nell’anima e nel corpo, o nella sola anima? La maggior parte dei rappresentanti della tradizione non ha aderito pienamente alla visione biblica che identificava l’immagine con la totalità dell’uomo. Si è nel cuore dell’antropologia patristica, il cui sviluppo specifico è segnato certamente dalla distinzione introdotta da Ireneo tra imago e similitudo, secondo la quale l’imago denota una partecipazione ontologica e similitudo una trasformazione morale. Anzi, Sant’Atanasio aveva dichiarato nella formula, mutuata da Ireneo che “Dio è diventato uomo perché l’uomo potesse diventare Dio”. Secondo Tertulliano, Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e gli ha trasfuso il suo soffio vitale in quanto Sua somiglianza. Mentre l’immagine non potrà mai essere distrutta, la somiglianza può essere perduta tramite il peccato.
Sant’Agostino ha presentato una versione più personalistica, psicologica ed esistenziale dell’imago Dei. Per lui, l’imago Dei nell’uomo ha una struttura trinitaria, che si riflette nella struttura tripartita dell’anima umana (spirito, coscienza di sé e amore) o nei tre aspetti della psiche (memoria, intelligenza e volontà). “Secondo Agostino, l’immagine di Dio nell’uomo lo orienta verso Dio nell’invocazione, nella conoscenza e nell’amore, perchè il Verbo di Dio è simile e uguale al Padre, Dio da Dio, luce da luce, sapienza da sapienza, essenza da essenza (...)”. Nei primi secoli, si sono formate e sviluppate scuole diverse di esegesi di enorme importanza sull’immagine di Dio nell’uomo. Così si distinguono in Padri greci e in Padri latini.
3.3.1. Immagine e somiglianza di Dio nella Patristica greca
L’incontro del cristianesimo con la cultura greca ha significato per certi versi l’inserimento della novità cristiana nel seno di una cultura matura e detentrice di un “pensiero forte”. Il compito dei Padri fu quello di assimilare quel pensiero vagliandolo criticamente al fine di renderlo adatto al servizio della fede. Già Filone di Alessandria insiste sul fatto che la conoscenza di sé deve essere morale, cioè con lo scopo di migliorare la propria vita e, nello stesso tempo anagogica, cioè partire dalla conoscenza di sé per arrivare alla conoscenza di Dio. Le prime sintesi si hanno agli inizi del terzo secolo, quando nascono le prime scuole d’Alessandria e d’Antiochia.
3.3.1.1. Scuola Antiochena
Le origine della scuola di Antiochia si fanno risalire a Melitone (II sec.), vescovo di Sardi, nella Asia minore. Origene, nella sua polemica contro gli autori asiatici, cita spesso Melitone, specialmente contro gli antropomorfiti, che affermavano che l’imago Dei si riferiva al corpo di Adamo e, quindi, dell’uomo. L’interesse di Melitone è importante per l’antropologia biblica, perché in lui appare 1’identità del plasma e dell’eikón, ovvero dell’unità dell’uomo. L’imago Dei riguarda l’unità dell’uomo e non una sua specifica parte, l’anima o il corpo. L’idea di Melitone, sarà continuata da Teofilo, Ireneo, Tertulliano e altri della scuola detta di Antiochia. Sulla scia di Melitone, Ireneo difende innanzitutto l’unità dell’uomo. Per Ireneo, “è vero che l’immagine naturale e soprannaturale vengono distinte, ma nello stesso tempo sono congiunte tra loro dall’arco del disegno salvifico”. Tuttavia la totalità dell’uomo come persona costituisce l’oggetto dell’imago Dei sia in Ireneo che in tutta la scuola d’Antiochia.
3.3.1.2. Scuola Alessandrina
Mentre per la scuola antiochena, l’imago Dei riguarda l’uomo integrale, per la scuola di Alessandria riguarda solo l’anima, o meglio il nous, o mens, sede della conoscenza, della libertà e di ogni virtù. Solo indirettamente la sublimità dell’imago si ripercuote sul corpo, il quale, non potendo partecipare alla natura invisibile e spirituale dell’imago, si situa a un livello nettamente inferiore. In sostanza, l’uomo è imago Dei, non nel senso dell’uomo come totalità, secondo quanto affermato dalla scuola di Antiochia, ma secondo la concezione filosofica greca.
Sotto l’influsso del pensiero greco, Clemente Alessandrino (II-III sec.) considera l’uomo composto essenzialmente di anima e di corpo, attribuendone a Dio la creazione diretta e immediata, affermando tuttavia che l’espressione “ad immagine e somiglianza” non si riferisce al corpo, perché è inammissibile che, il mortale rassomigli all’immortale, ma all’intelletto e alla ragione, ossia a quelle parti dell’uomo in cui il Signore può fissare convenientemente, come un sigillo, la rassomiglianza. “Per Clemente Alessandrino il Figlio è il volto del Padre”. Dal contesto si può evincere che il concetto di “somiglianza” è più vicino all’agire dell’uomo che alla sua essenza. Questa scuola Alessandrina insiste nell’affermare che l’imago Dei riguarda direttamente l’incorporeità dell’anima, cioè del nous, il solo che può conoscere Dio e assimilarsi a lui.
I Padri Alessandrini affermano che l’uomo si trova tra due realtà estremamente lontane tra loro: tra la natura divina che non possiede la corporeità e la natura animale priva di ragione. Della natura divina, che è esente dalla distinzione dei sessi, l’uomo deriva il potere della ragione e dell’intelligenza. Invece dalla natura animale, priva di ragione, egli trae la struttura del corpo e la distinzione dei sessi. Si ritene che i Padri greci interpretano l’imago Dei solo come sede dell’anima.
3.3.2. Immagine e somiglianza di Dio nella Patristica latina
Nell’Occidente si trovano le stesse posizioni del mondo greco, ma più realiste e concrete, perché diverso è il mondo Romano. Ilario (IV sec.), ispirandosi prevalentemente alla tradizione occidentale, mette in risalto la cura particolare con la quale Dio crea l’uomo, insistendo maggiormente sulla dimensione materiale del corpo. Successivamente poi, a causa del suo esilio in Frigia, ha spiritualizzato marcatamente il concetto d’imago, assumendo lo schema di una duplice creazione dell’uomo, avvenuta in due momenti distinti: l’anima “fatta” al principio, il corpo “plasmato” in seguito. Ilario pone l’immagine nell’anima come sè. Platonicamente parlando, essa sola costituisse l’essenza dell’uomo. Girolamo (V sec.), appoggiandosi a Sal 119, 73, come Ilario e forse in dipendenza da lui, distingue nella creazione dell’uomo factura e plasmatio. Anche Ambrogio (IV sec.) ha le sue fonti quasi esclusivamente nel mondo orientale (Filone, Plotino, Origene, Atanasio, e Basilio). Ammette la doppia creazione e la differenza tra i due uomini: l’uomo “fatto”, o 1’anima, è l’essenza dell’uomo; 1’uomo “plasmato”, o il corpo, un nostro possesso, o un possesso dell’anima. Solo l’anima è immagine e non il corpo, o meglio il nous.
Altro fondamentale Padre occidentale è sicuramente San Agostino (IV-V sec.). Egli afferma che l’uomo è fatto a immagine di Dio secondo l’anima e persino ciò che nell’anima è più elevato, la mens o intellectus, uguale è “ciò che eccelle in essa”, è “come il suo volto, il suo occhio interiore e intelligibile”. Agostino colloca l’immagine in ciò che distingue l’uomo dalle creature inferiori e fonda il suo potere su di esse, ma, soprattutto, stabilisce un rapporto immediato tra l’uomo e Dio. Nella mente Agostino distingue ulteriormente due rationes: quella inferior, rivolta alle cose del mondo, e la superior, rivolta verso le verità eterna e, quindi, verso Dio. Solo questa seconda è propriamente imago Dei, perché incorruttibile come Dio.
La visione strettamente sintetica e globale della Bibbia sull’uomo incontra nei Padri una certa soluzione di continuità, a favore di una più radicale distinzione degli elementi che ‘compongono’ l’uomo. Il Kerigma cristiano, nato in contesto semitico per esempio, è stato inculturato nel vasto mondo greco-romano.
3.3.3. Immagine e somiglianza di Dio nel Vaticano II
Per tutta la metà del XX secolo si è assistito ad un progressivo recupero d’interesse nei confronti della teologia dell’imago Dei, grazie specialmente ad un attento studio della Bibbia, dei Padri della Chiesa e dei Teologi scolastici. Questa riscoperta, già ampiamente presente nei principali teologi preconciliari, ha avuto un nuovo slancio nel Vaticano II. La prospettiva cristocentrica dell’imago Dei, è colta immediatamente dai testi che rivelano il mistero del Padre e del suo Amore, “svela pienamente l’uomo perfetto all’uomo e lo fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). Si nota che è in Cristo, “immagine del Dio invisibile”, che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza del Creatore (Col 1, 15). È in Cristo, Salvatore, che l’immagine divina, deformata nell’uomo dal primo peccato, è stata restaurata nella sua bellezza originale e nobilitata dalla grazia di Dio (2Cor 4, 4).
“La dottrina ecclesiale spiega il carattere di immagine e la somiglianza come facoltà dell’uomo di riconoscere e amare il Creatore e di dominare su tutte le creature terrene a gloria di Dio”. C’è la determinazione cristostocentrica dell’immagine: “è Cristo l’immagine del Dio invisibile” (GS 10) ed, è Cristo l’uomo perfetto. Dio ha creato l’uomo ad immagine di Cristo ed è Lui a dare all’uomo una risposta agli interrogativi sul significato della vita e della morte. Il Vaticano II sottolinea la struttura trinitaria dell’immagine: conformandosi a Cristo (Rm 8, 29) e attraverso i doni dello Spirito Santo (Rm 8, 23), viene creato un uomo nuovo, capace di adempiere il comandamento nuovo. Il Concilio insegna che l’attività umana rispecchia la creatività divina che ne rappresenta il modello e che essa va orientata verso la giustizia e la comunione per promuovere la formazione di una sola famiglia nella quale tutti possano essere fratelli e sorelle (GS 24). L’imago Dei consiste nel fondamentale orientamento dell’uomo verso Dio, fondamento della dignità umana e dei diritti inalienabili della persona umana (cf. Sal 8, 6). Poiché ogni essere umano è un’immagine di Dio, nessuno può essere costretto a soggiacere a qualsiasi sistema o finalità di questo mondo. La signoria dell’uomo nel cosmo, la sua capacità di esistenza sociale e la conoscenza di Dio e l’amore verso Dio sono tutti elementi che trovano le loro radici nel fatto che l’uomo è stato creato a immagine di Dio.
Nella prospettiva cristocentrica, l’imago Dei ha una dimensione escatologica che definisce l’uomo orientato verso la parousia, con una fede che sgorga dall’amore di Dio per l’uomo, che in Gesù Cristo irrompe nella storia; una fede che, nutrendosi di questo amore, non può non farsi essa stessa storia, concretezza, ‘prassi’. Il Vaticano II ci ricorda che essere creati ad immagine di Dio ci viene pienamente svelato soltanto nell’imago Christi. In lui troviamo la totale ricettività di Dio Padre.
4. Rapporto tra Dio-Creatore e l’uomo-creato nella Sua immagine e somiglianza
La base fondamentale del rapporto uomo-Dio e della loro riflessione antropologica è naturalmente quella biblica. Esaminando le parole della Bibbia, i Padri rilevano soprattutto la grandezza dell’uomo, il rapporto particolare tra l’uomo-creatura e Dio-Creatore e la partecipazione dell’uomo alla vita di Dio Trinità. I Padri evidenziano un dinamismo, una tendenza di progressivo perfezionamento dell’uomo: quella di diventare Dio per grazia. Ogni uomo è per natura un’immagine di Dio possiede in sé già ora una realtà divina. L’uomo si presenta come persona con il compito di determinare, di sviluppare, di personalizzare questa sua realtà assimilandola al suo archetipo divino.
L’essere immagine del Dio Trinità, fa sì che l’uomo rifletta l’immagine di ognuna delle tre Persone che si trovano nell’unica essenza di Dio. Perciò si può dire che Cristo è Immagine del Padre, eterna sorgente d’Amore da cui ha origine la creazione, in quanto gli è data la capacità di donare Amore, di essere Amore. L’uomo è, perciò, vita per gli altri e ha la possibilità di riprodurre, in un certo senso, l’atto creatore di Dio ogni volta che compie un gesto d’amore. L’uomo è immagine del Figlio in forza della piena accoglienza del dono d’Amore che sgorga dal Padre. Allo stesso modo l’uomo, che è creato per mezzo della Parola (Cristo), è chiamato ad accogliere l’Amore di Dio e degli uomini, a lasciarsi amare oltre che ad amare. È nella capacità di ricevere Amore e di riconoscere il bisogno dell’altro per essere se stesso, che egli diventa immagine del Figlio. Nel suo lasciarsi amare, nell’infinito legame di unità e di reciprocità che lo Spirito Santo stabilisce tra il Padre che ama ed il Figlio che si lascia amare, l’essere immagine e somiglianza del Dio Trinità fonda l’essere e la tensione dell’uomo alla comunione.
4.1. Significato dell’essere creati ad immagine e somiglianza di Dio
Il progetto di Dio di divinizzare l’uomo comincia con la creazione. Dio, creando l’uomo, lo rende partecipe della sua vita divina che, nella prospettiva antropologica, si chiama “essere creati a immagine e somiglianza di Dio”. La tradizione cristiana risponde alla domanda “chi è l’uomo?”, rifacendosi all’insegnamento di Gn 1, 26-27. Questo passo biblico, integrato da Sap 7, 25-28; Rm 8, 29; Eb 1, 1-14; 2, 1-18 ispira e illumina la visione cristiana dell’uomo dentro un progetto di salvezza totale. Secondo i commentari patristici, questo versetto della Genesi indica che l’imago Dei è un dato ontologico nell’uomo, che implica una relazione particolare tra lui e Dio. L’essere umano non è creato autonomo e sufficiente a se stesso, ma per la partecipazione alla vita divina. “La grazia è il favore gratuito che Dio dà perché l’uomo partecipi alla vita di Dio e risponda al suo invito: diventare figli adottivi di Dio. Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale; dipende interamente dell’iniziativa di Dio, poiché Egli solo può rivelarsi e donare se stesso” (CCC 1996).
L’uomo, secondo Gregorio Nazianzeno, è un essere capace di essere divinizzato. Essendo l’uomo già per creazione immagine di Dio, tutto ciò che egli è o possiede, è per tendere verso Dio. L’uomo tende per natura verso Dio, suo prototipo perché è fatto da Dio. Si tratta, di una vera partecipazione all’immagine di Dio che avviene per grazia. Dio, dal momento che crea l’uomo, lo struttura in maniera tale da essere rapportato continuamente a Lui. L’uomo esiste perché partecipa per grazia all’essere di Dio e verso di Lui s’incammina con tutta la sua esistenza. Questo rapporto, secondo i Padri greci, è chiamato “essere a immagine di Dio”, oppure divinizzazione o grazia o filiazione.
Sintetizzando queste nozioni bibliche e patristiche possiamo dire che l’uomo, fin dalla sua creazione, è chiamato alla comunione con Dio e, più specificamente, ad assumere l’immagine di Gesù Cristo. Se tutto quanto esiste è stato creato in Cristo, per mezzo di Lui e verso Lui, questo vale in modo particolare per l’uomo. La sua condizione di immagine è ciò che riassume e sintetizza il suo essere, il suo modo concreto di essere creatura. Tutto l’uomo, partecipa di questo carattere.
L’immagine di Dio non è qualcosa che si aggiunge alla natura umana già realizzata, ma è questa stessa natura in quanto rapportata continuamente a Dio. Non bisogna, quindi, pensare che l’uomo sia la natura, mentre l’immagine sarebbe la sopra-natura che si aggiunge alla natura. Per natura la sua verità è nell’essere soprannaturale. L’uomo è coniato a immagine di Dio nella sua essenza e la deiformità ontologica. Questa realtà spiega perché la grazia sia connaturale alla natura e come la natura sia conforme alla grazia. “Non è una sola parte dell’uomo a fruire del ‘soprannaturale’, è tutto l’uomo dono di Dio, tutto proviene da Dio, tutto è chiamato alla comunione con Dio, quindi tutto è ‘soprannaturale’, intendendo con questa parola Dio stesso che si comunica all’uomo”. L’uomo, immagine di Dio, è un dono totalmente gratuito non solo perché egli è creato dal nulla, ma soprattutto perché è stato creato in modo tale dal diventare fin dal principio un essere relazionato al suo Prototipo, un “essere-in-comunione-con-Dio”.
Dio non concede solo l’essere, ma fa esistere l’uomo facendolo partecipe di se stesso, lo fa essere-in-Lui ed essere-con-Lui: questo significa essere creati a immagine di Dio. Dal momento, però, che l’uomo è strutturalmente immagine di Dio, può sembrare che tutto quello che egli sia o possieda lo abbia semplicemente “ricevuto” e quindi egli sia un dato fatto compiuto e non sarebbe invitato a partecipare liberamente a questa unione con Dio che costituisce il suo esistere. La dottrina dell’essere creati a immagine di Dio fonda anche il dinamismo dell’essere umano nel suo rapporto con i prototipo e la sua libertà. Questo accedere verso Dio, nella natura umana fatta ad immagine di Dio, non è solo un salire psicologico, ma è un diventare-sempre-di-più-ciò-che-siamo.
4.2. Dall’immagine alla somiglianza
Per renderci conto di questo dinamismo“ontologico” dell’uomo, bisogna pensare che la creazione non rappresenti un fatto compiuto. Dio non ci ha creati con un atto relegato nel passato, ma, non essendo noi degli esseri sussistenti, egli continua adesso a crearci a sua immagine. Questa sua azione creatrice è incessante e rende l’uomo un essere dinamico, in crescita verso la destinazione. E questo presuppone la sua libera collaborazione. L’uomo, creato ad immagine di Dio infinito, è chiamato a trascendere i propri limiti e a lanciarsi verso l’infinito. Ciò riguarda l’uomo in tutte le sue componenti, da quelle più esterne e periferiche a quelle più interne e costitutive.
C’è una distinzione tra l’essere creati “a immagine” e l’essere creati “a somiglianza” di Dio. Tra l’immagine e la somiglianza esiste la differenza che intercorre tra grazia e libertà. Sebbene i termini “immagine e somiglianza” siano variamente interpretati dai Padri come abbiamo già presentato, alcuni di essi, tra cui Ireneo, Basilio e Gregorio di Nissa, impiegano il termine “immagine” per indicare il dono gratutio di Dio e la parola “somiglianza” per significare la risposta libera dell’uomo. L’immagine è la nostra natura, che abbiamo ricevuto gratuitamente da Dio, mentre la somiglianza è lo sforzo responsabile dell’uomo, attuato con la grazia di Dio, per realizzare ciò che abbiamo ricevuto come dono, per assimilare e personalizzare in noi l’autodonazione di Dio. L’immagine concerne la natura dell’uomo, come partecipazione per creazione o per co-creazione con Dio. La somiglianza ha a che fare con la logica vitale dell’immagine, che spinge la natura, ricevuta come dono, ad evolversi e perfezionarsi secondo il disegno di Dio, ad attualizzare le sue virtualità, a maturare i germi in essa deposti. Mentre l’immagine, essendo costitutiva dell’uomo non può essere persa, ma offuscata, la somiglianza può essere sviluppata oppure no. Il senso attivo della parola “somiglianza” significa incessante bisogno di crescita, uno sforzo dialettico tra il ricevere da Dio, l’essere fatti da Lui e il lasciarsi plasmare e assimiliare a Lui.
L’uomo essendo fatto di libertà, deve agire come essere libero per somigliare sempre di più a Gesù suo modello. La libertà è data all’uomo come dono (ad immagine di Dio), costituisce anche un impegno (a somiglianza), che implica un continuo processo in cui l’uomo, appunto perché è libero, lo diventa sempre di più. Basilio così spiega questo continuo crescere dell’uomo nella libertà: “l’immagine, la possediamo mediante la creazione, mentre la somiglianza, la realizziamo per libera scelta. Ora invece Egli ci fece in potenza di assimilarci a Dio, affinché non fossimo come immagini create da un pittore, ferme in una posizione qualsiasi (…) “ad immagine” possiedo l’essere razionale, ma “a somiglianza” divento nel farmi cristiano”.
4.3. L’uomo e la sua dignità in Dio
La dignità della persona manifesta tutto il suo fulgore quando se ne considerano l’origine e la destinazione. Creato da Dio a sua immagine e somiglianza e redento dal sangue preziosissimo di Cristo, l’uomo è chiamato ad essere “figlio nel Figlio” e tempio vivo dello Spirito ed è destinato all’eterna vita di comunione beatificante con Dio. Per questo ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore. “Collegata alla globalità dell’azione storico-salvifica di Dio, la dignità della persona appare come un dato che mantiene tutta la dinamicità di una realtà comprensibile solo nel quadro di un incontro con ciò che è altro-da-sé, con l’altro che è Dio”.
Gesù garantisce la dignità del singolo uomo come diritto inviolabile. Essa è inviolabile perché l’uomo è stato creato, amato, salvato, colmato di doni e chiamato da Dio. Poiché ogni uomo è in relazione a Dio, non si può disporre della sua vita. Dio ha creato ogni uomo a Sua immagine, con una dignità intoccabile: malato o sano, produttivo o handicappato, ancora nel seno della madre o davanti alla morte, uomo o donna, povero o ricco, indipendentemente dal colore della sua pelle o della sua cultura, l’uomo è sempre una persona umana. L’uomo che si emancipa da Dio finisce col mettersi al suo posto e con questa arroganza pensa di poter disporre della vita umana! Quando non lasciamo che la persona si esprima come tale, le neghiamo quella dignità che le è propria e che vorremmo per noi stessi. In effetti, il non rispettare la dignità dell’altro diventa, volendo adoperare una terminologia usata da Mounier, un “peccato contro la persona. “Quando trattiamo la persona umana identificandola con una delle funzioni che svolge, la escludiamo dalle sue reali capacità e la riduciamo ad una ‘cosa’ oppure ad uno ‘strumento’: in questo modo le neghiamo la dignità che spetta ad ogni uomo”.
L’uomo, proprio perché è stato creato libero di accettare o di rifiutare il disegno del Creatore, deve essere una creatura che agisce con responsabilità e consapevolezza. Da ciò ne consegue che il suo comportamento rispecchia l’essere ad immagine del suo Creatore e, quindi, il suo agire sia nel rispetto pieno dell’Altro. La creatura umana è in grado di riflettere sulla sua stessa umanità, perciò il suo modo di rapportarsi agli altri non può, e non deve, essere istintivo, bensì deve rivelare la sua superiorità rispetto a tutto il resto del creato. L’autocoscienza dell’uomo gli permette di rendersi conto del proprio comportamento, sia rispetto a se stesso che agli altri.
La Gaudium et spes offre un apporto della dignità umana soprattutto nella prima parte del primo capitolo (GS 12-22); tutto il capitolo secondo poi, dedicato alla comunità degli uomini, si basa sul rispetto della dignità delle persone umane: “La storicità dell’uomo; la sua capacità di conoscere e di amare, la socialità intrinseca; la coscienza e la libertà; la chiamata originaria alla comunione con Dio; la superiorità dell’ordine delle persone sull’ordine delle cose; il valore intriseco e non strumentale della persona umana: attraverso questi elementi il Vaticano II recepisce un’antropologia di tipo personalista, che considera del tutto congruente con la Rivelazione.”
La speciale relazione con Dio che definisce l’essere umano si attua e si realizza nel Suo agire nel mondo, nel dominio e nell’interessamento a tutte le creature. Da qui si comprende che la vocazione dell’uomo a trasformarsi in immagine di Cristo risuscitato non può prescindere dalla missione e dal compito temporale. Tutto ciò che abbiamo espresso rientra nel compito di realizzare il dominio di Cristo su tutto affinché egli a sua volta sottometta tutto al Padre (1Cor 15, 25). Per questo, “il tema dell’uomo, immagine di Dio, ci pone nuovamente in contatto con la storia della salvezza nella sua totalità e in particolare con Cristo, centro della salvezza stessa”. Ireneo sottolinea il fatto che l’immagine, data una volta per sempre, è la base da cui l’uomo deve somigliare sempre più a Dio. “Così come l’immagine prende come punto di riferimento l’ideale del Verbo glorificato, la cui perfezione è l’uomo chiamato a raggiungere, la somiglianza sembra relazionata alla pienezza del dono dello Spirito che il Verbo dà alla carne nel cuore dell’uomo. L’uomo giunge, in definitiva, al livello dell’immagine e somiglianza personale di Dio, l’altezza personale del Verbo e somiglianza personale di Dio, forma che riveste nella risurrezione”.
1. Dio – Trino principio e fine dell’universo
Al principio di tutte le cose c’è Dio. Tutte le realtà particolari che avviciniamo nell’universo sensibile, vengono ciascuna da un’altra. Non ce nessuna che sia eterna, né dia a se stessa l’essere: sono tutte realtà che hanno una data di nascita, forse a noi sconoscita e per questo sono venute da una realtà precedente. Che cosa è dunque quella prima realtà, quel “fabbricante” non fabbricato? È un essere perfettissimo, fornito di un pensiero infinitamente più vasto di quello umano, uno Spirito che ha pensato e organizzato tutte le cose, che è stato fecondo in tutte le cose. Ancora di più: è un essere infinito in tutte le perfezioni, perché se non fosse così sarebbe limitato, e quindi soggetto egli stesso a mutazioni sarebbe trascinato nel fluire universale e non ne sarebbe il principio sufficiente. Diamogli il vero nome: l’essere primo, Dio.
Dio è l’Unico Essere prima della creazione; “Io sono colui che è” (Es 3, 14). Nella comunità trinitaria, Dio è pluralità, origine e fonte di tutta la divinità. Esiste solo una comunità; le tre Persone reali e distinte sono un solo Dio. Il Padre è, quindi, la prima Persona che esiste. Però la priorità è logica e non cronologica, perché le tre Persone sono coeterne. Il Padre è generante, ossia genera il Figlio; è spirante, ossia spira lo Spirito, mediante il Figlio, al quale comunica la spirazione dello Spirito. Dio è l’autore e lo scopo di tutte le cose. “Il Dio è Padre da cui Gesù proviene e il Dio a cui Gesù conduce”. Gesù dice: “Io sono l’Alfa e l’Omèga, il principio e la fine, il primo e l’ultimo” (Ap 1, 8; 1, 17). Queste parole ci ricordano che tutto viene da Dio e tutto ritorna a Dio. Dio è il principio, la sorgente infinita da cui procede tutto l’universo compreso l’uomo. La creazione che viene tutta da Dio, dovrà tornare tutta a Dio. Dio ha creato l’universo per manifestare le Sue perfezioni e procurare così la sua gloria, fuori di sé, perché in se stesso Dio è infinitamente perfetto, senza bisogno di nulla. L’uomo ha bisogno di Dio, a cui tende con ogni fibra del suo essere, essendo creatura fatta a immagine di Dio. Dio nella Sua infinita sapienza e bontà pensa l’universo, soprattutto l’uomo, lo ama, gli dà l’essere per farlo Suo erede nella felicità eterna e per questo ha inviato Gesù Cristo salvatore e lo Spirito Santo, il suo santificatore. L’uomo creato ad immagine di Dio, quindi, deve a Dio uno e trino l’omaggio della sua fede, del suo amore e della sua vita nella speranza. Per questo l’uomo sente il bisogno, dal profondo di sé, di conoscere e di essere con Dio.
“Dio, essendo causa prima di tutto, conosce tutto senza dipendere dalle cose. Egli conosce le cose dalla radice del loro essere. Dio conosce se stesso (Mt 11, 27; 1Cor 2, 10-11), e tutte le creature, anche le cose più nascoste, l’intimo dei cuori (Sal 7, 10; Mc 2, 8); conosce pure le cose possibili (Rm 4, 17); ossia tutte le possibili imitazioni della sua essenza”. Dio conosce gli atti liberi futuri, come appare dalle profezie di eventi futuri liberi (Gv 6, 64; Gv13, 11.21; Mt 26, 34). In Dio la vita è vissuta tutta concentrata in un solo istante, eterno. Dio, quindi, è compresente a tutti e ad ogni singolo uomo. Non esiste passato umano senza incontro con Dio; e non vi è futuro privo di Dio. La partecipazione dell’uomo alla vita divina è perciò partecipazione all’eterna giovinezza e vitalità di Dio. Dio è tutto presente, è compresente ad ogni istante che passa. Dio ha creato Adamo; creare significa che l’uomo ha l’esistenza legata al passato, al presente e al futuro. Si può affermare che Dio ci ama infinitamente, anche quando noi non esistavamo ancora, o nel nostro futuro, perché siamo creati a Sua immagine e somiglianza.
La rivelazione veterotestamentaria di Dio appare in varie dimensioni: agapica (YHWH, Dio di amore); salvifica (YHWH, liberatore di Israele); misterica (YHWH, il Santo trascendente, che si rivela nei segni); escatologica (YHWH, il Signore della storia, che dirige tutto al suo fine); messianica (YHWH sempre più presente nella storia fino alla pienezza promessa nell’Emmanuele). Gesù Cristo infatti è essenzialmente compimento e perfezione dell’alleanza e di ciò che YHWH dice di sé nell’AT. Anzi, l’alleanza nuova nel NT si capisce meglio facendo riferimento all’AT. Le origini della Chiesa sono nascoste nel più profondo del mistero di Dio, lì dove da sempre è iniziato l’amore, lì dove sempre inizia e sempre ritorna. La vita cristiana è un ritorno al Padre, la fonte e il fondamento di ogni esistenza, per mezzo del Figlio, splendore e immagine del Padre, nello Spirito Santo che è l’amore del Padre e del Figlio. Questo ritorno è possibile solo mediante il distacco e la “morte” dell’io esteriore, in modo che l’io interiore, purificato e rinnovato, possa adempiere la sua funzione di immagine della divina Trinità.
“Il Dio dei Sinottici è il Padre di Gesù Cristo, vero Figlio, nello Spirito, il primo di una comunità di tre Persone, che sono un solo Dio, in pienezza e in totalità”. Il Padre è YHWH, rivelato nell’AT. È il Dio vivente, eterno, immenso, onnisciente, onnipotente, onnipresente, predestinante, santo e amore sommo. Egli è eterno perché è il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe (Mc 12, 26); è sempre fedele e sempre saldo nelle Sue promesse, assicurando ai suoi il Regno, preparato fin dalla fondazione del mondo (Mt 25, 34). E questa perennità di esistenza si attua in Cristo, che è prima che Abramo fosse (cf. Gv 8, 58). Dio Padre si rivela come tale nel Figlio, che invera le proprietà dell’immagine del Dio dell’AT. YHWH è il Dio dell’Alleanza, di amore, di misericordia e di giustizia. Gesù viene a instaurare i tempi messianici della definitiva alleanza o della comunione di Dio con tutti gli uomini (Mt 14, 24; 16, 3; Lc 12, 54ss). In Gesù si rivela l’immagine dell’Emmanuele. Gesù corregge anche la dottrina di Dio Amore, oscurata dalla corrente legalista e farisaica, che restringeva l’amore di Dio solo per Israele e per i giusti. Gesù, invece, richiama la rivelazione antica del Dio buono e benefico con tutti, buoni e cattivi e lo propone a modello da imitare (Mt 5, 43-48; Lc 6, 27-36). Presenta la bontà del Dio di Amore con le parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta, del figlio prodigo (Lc 15). Gesù, di fatto incarna tale bontà universale e attua la missione del buon Samaritano (Lc 10, 30-37) e quello del buon pastore (Sal 23), promuovendo così la dignità dell’uomo.
Il cristianesimo è vita e saggezza in Cristo. È un ritorno all’infinito abisso di realtà pura, in cui la nostra stessa realtà è fondata e in cui noi esistiamo, Dio. È un ritorno alla sorgente di ogni significato e di ogni verità. È un ritorno alle sorgenti profonde della vita e della gioia. È una riscoperta del Paradiso all’interno del nostro stesso spirito, mediante la dimenticanza del falso io. È il riconoscimento di come noi siamo altri Christi. È la consapevolezza della forza e dell’amore comunicateci dalla presenza miracolosa dello Spirito santo.
2. Amore e iniziativa di Dio
Dio, fonte dell’uomo fatto a Sua immagine e somiglianza si interessa della dignità dell’uomo. Colui che prende l’iniziativa di creare l’uomo e di liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato, mostra il suo vero Amore, attraverso l’invio del suo unico Figlio, Gesù Cristo, che va fino al sacrificio della croce, alla risurrezione e alla gloria di Dio uno. Dio è Amore, ama per primo, ama tutto e ama come se stesso: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4, 7-8). “L’Amore è la ragione della Trinità delle Persone”. L’Amore ci dà ragione del Padre, dono totale, e del Figlio nello Spirito Santo. L’Amore, si comunica; il Padre è la massima comunicazione che esige la massima recettività che è il Figlio. L’Amore totale ci dà perciò lo Spirito Santo che testifica col suo esserci la donazione totale del Padre ed il ricevere totale del Figlio. In Dio c’è il massimo incontro d’Amore, per cui le tre Persone divine, si incontrano e si uniscono nella stessa natura. La Trinità è unita nell’Amore infinito di una stessa vita, che si dona ed è ricevuta per amore.
C’è in noi una vita infinitamente più nobile e più preziosa: la vita cristiana, che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci ha resi partecipi della stessa vita divina, fratelli di Gesù, eredi della felicità di Dio stesso. Questa vita la dobbiamo completamente darla a Dio, che si è fatto uomo perché noi potessimo diventare figli adottivi di Dio in Gesù. L’amore di Dio si chiarisce quando Gesù, ci ricorda: “Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente” (Gv 10, 10). Questa vita è il frutto del sangue redentore di Gesù sulla croce (Gal 2, 2). “Siete stati comprati a caro prezzo” (1Cor 6, 20); ossia col sangue di Gesù, il quale è “propiziazione per i nostri peccati e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2, 2). Il cristiano, perciò, dice S. Tommaso, è un uomo che appartiene a Gesù Cristo.
Per amore, Dio si muove per primo. La chiamata di Dio è un invito all’uomo a partecipare alla vita di Dio e ad adottare un comportamento morale cristiano. La coscienza umana, in quanto immagine di Dio, è preordinata alla conoscenza e al compimento del bene. Dio ci richiama ancora una volta a sé. L’uomo percepisce la chiamata di Dio, egli risponde con l’assenso o il diniego. Nella sua volontà salvifica universale, Dio non mira, però, soltanto a guarire la debolezza dell’uomo decaduto, ma vuole accordargli l’accesso alla ricchezza della vita intra-divina. La bellezza e la dignità dell’atto meritorio derivano in primo luogo dall’azione concomitante della grazia di Dio. Appena l’uomo si apre alla grazia preveniente e coopera con essa, con l’atto buono soprannaturale egli dice il suo “sì” d’amore a Dio. Con il proprio intelletto l’uomo è in grado di percepire la chiamata di Dio e con la sua libera volontà è realmente capace di dare una risposta. “Mediante l’atto buono, soprannaturale e meritorio, l’uomo dà il suo assenso all’appello di Dio e così si assomiglia alla vera immagine di Dio. Mediante il peccato, invece, egli vi oppone un diniego”.
2.1. Elezione dell’uomo per l’Amore e per la Felicità eterna
La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa costantamente insegnano e celebrano la verità fondamentale che il mondo è stato creato per la gloria di Dio. Dio ha creato tutte le cose, non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e comunicarla. Egli non ha avuto altro motivo per creare, se non per il suo grande Amore e per la sua infinità bontà. La gloria di Dio è che si realizzi questa manifestazione e comunicazione della sua bontà, in vista della quale il mondo è stato creato (cf. Ef 1, 5-6).
“La vita è un bene” (EV 34). La più grande opera della creazione è l’uomo, creato per amore ad immagine di Dio. Unico tra tutte le creature visibili, soltanto l’uomo è capace di conoscere e di amare il proprio Creatore da cui fu costituito sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio. Solo lui è stato eletto a condividere nella conoscenza e nell’amore la vita di Dio ed è destinato alla gloria divina. A questo fine è stato creato ed è questa ragione fondamentale della sua dignità. Anche il mondo è per la gloria di Dio, ma allo stesso tempo è al servizio dell’uomo. Essendo creato da Dio e per Dio, l’uomo ha inscritto nel cuore il desiderio di Dio. “È soltanto in Dio che l’uomo troverà la verità e la vera felicità”.
Dio è la felicità dell’uomo. Tutti vogliono essere felici. La via della felicità è una sola: la via della gloria di Dio, del dovere, della virtù, dell’amicizia di Dio : “Ci ha scelti prima della costituzione del mondo, perché fossimo santi” (Ef 1, 4). Realizzando il nostro fine in Dio, realizzeremo la nostra felicità. Il fine della creazione è appunto la gloria di Dio, da ottenersi attraverso la felicità della creatura. Tutte le creature realizzano la gloria di Dio per mezzo dell’uomo, sacerdote del creato. Solo l’uomo glorifica e serve pienamente Dio. Così, l’uomo raggiunge pienamente la felicità, di cui egli solo è capace, perché è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Questa felicità verrà quando l’uomo da a Dio la sua fedeltà. Chi si sottomette a Dio, chi osserva liberamente la legge di Dio, merita la felicità. Sant’Agostino, servendo Dio, si elevò fino a Lui e capì che solo Dio era la vera felicità. Dal suo cuore pronuncia questa preghiera: “O Signore, ci hai fatti per te ed il nostro cuore è inquieto, finché non si riposa in TE!”. L’amore è tutto nel cristianesimo. Sant’Agostino, maestro di carità, dice che solo l’amore distingue i figli di Dio. La condizione di immagine di Dio si riferisce al compito affidato all’uomo da parte di Dio di dominare la terra e nella relazione dell’uomo con il mondo posto a suo servizio e sotto la sua responsabilità.
Tutta la legge trova la sua pienezza nel precetto: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22, 37-40). Nell’amore soprannaturale di Dio, quello messo nel nostro cuore dallo Spirito di Gesù, è “tutta la legge e i profeti”. Dice un pensatore: “Amare è bene; saper amare è tutto”. Sì, saper amare, perché l’amore cristiano è un’arte inserita nella vita, ed occorre conoscere quest’arte. Si nota che la nostra civiltà molto raramente cerca d’imparare l’arte di amare e, nonostante la disperata ricerca di amore, tutto il resto è considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere, ecc. Quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi e quasi nessuna per conoscere l’arte di amare. La vera arte di amare emerge tutta dal Vangelo di Cristo, che rivela l’immagine vera del Dio Padre, sotto l’inspirazione dello Spirito Santo.
2.2. Dono della libertà
Il peccato in quanto disordine, privazione, relazione ad un falso fine, non ultimo, viene dalla creatura, è incompatibile con Dio. Dio permette il male perché ha la potenza di ricavarne un bene maggiore: il cielo in cui è piantata la Croce, una maggior gloria di Dio; oh felix culpa...come diceva Sant’Agostino. “Dio permette il peccato perché vuole l’uomo libero”. Dio non vuole essere glorificato per necessità, perciò vuole l’uomo libero, col rischio del fallimento, ossia del peccato; rischio che è eliminato solo da un dono superiore di grazia indebita.
Però se la libertà rende possibile il male, rende pure possibile il bene, l’amore e il merito all’uomo. Dio, inoltre, vuole l’uomo libero perché è Padre, e quindi, è come ogni padre, che dà la vita per i suoi figli, ma vuole che essi costruiscano questa vita, ricevuta sul piano naturale e soprannaturale, mediante la libertà. Nel caso del male fisico, Dio permette la sofferenza e anche il peccato (come possibilità), perché vuole l’uomo libero, e vuole che in questa tensione, egli sappia trarre il bene; ma non vuole la sofferenza per trarne un bene.
3. Storicità e sviluppo del tema immagine e somiglianza di Dio
La verità che l’uomo sia stato creato ad immagine di Dio appartiene al cuore della rivelazione cristiana. “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo fece ad immagine della propria natura” (EV 7). Il Vangelo della vita, risuonato al principio con la creazione dell’uomo ad immagine di Dio per un destino di vita piena e perfetta (cf. Gn 2, 7; Sap 9, 2-3).
3.1. Immagine e somiglianza di Dio nell’Antico Testamento
Nell’AT riappare il tema dell’immagine nella letteratura sapienziale, come nel Sir 17, 3. Il contesto indica chiaramente il voler mettere in risalto l’aspetto del dominio su tutta la creazione. Sap 2, 23 si riferisce all’incorruttibilità con cui Dio creò l’uomo e che si perse a causa del peccato. Molti esegeti contemporanei riconoscono la centralità del tema dell’imago Dei nella rivelazione biblica (cf. Gn 1, 26-27; 5, 1-3; 9, 6), tanto da essere considerato come la chiave per una comprensione biblica della natura umana e per tutte le affermazioni di antropologia biblica nell’AT come nel NT. Nella Sacra Scrittura, l’imago Dei costituisce quasi una definizione dell’uomo. Il mistero dell’uomo non può essere compreso separatamente dal mistero di Dio. Prima dell’analisi biblica dei termini, sembra utile accennare all’origine degli stessi termini imago e similitudo.
3.1.1. Origine dell“imago e similitudo Dei”
Il termine imago deriva dal greco eikon significa immagine. Il termine imago, comprende parecchi significati dei quali la filosofia medievale si è molto occupata (forma, statua, figura come il dipinto, similitudo, icona, species, effigies, phantasma, ratio, ecc.). Un altro senso indica l’immagine ideale, la similitudine, la somiglianza, secondo il concetto dell’idea di Platone; e un altro ancora, la riproduzione, l’immagine vivente, nel senso di copia, incarnazione, manifestazione. L’imago Dei nel veterotestamento è sempre e unicamente riferito all’uomo creato. Mentre nel vicino Oriente il l’imago Dei riflette il pensiero, secondo cui solo il re era immagine di Dio sulla terra, l’interpretazione biblica invece lo estende a tutti gli uomini.
Il racconto della creazione mette in evidenza come l’uomo non sia stato creato solo da Dio Padre, ma dalla comunione del Dio Trinità: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e nostra somiglianza”; a cui segue quello della famiglia: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). Nei due testi sapienziali, l’imago Dei viene collegato direttamente al fine stesso dell’imago, cioè all’immortalità, ossia al fine cui è orientata la stessa immagine, che come tale la somiglianza con Dio non può essere concepita in modo statico bensì dinamico e in evoluzione. “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità, lo fece a immagine della propria natura” (Sap 2, 23); “Secondo la sua natura li rivestì di forza e a sua immagine li formò perché dominasse sulle bestie e sugli uccelli” (Sir 17, 3-4).
3.1.2. Immagine e somiglianza di Dio nella creazione, presupposto dell’Alleanza
Nel racconto “Jahwista”, l’uomo è presentato come l’opera di Dio, plasmato dalla polvere del suolo e animato dal soffio della vita. L’ordine di coltivare e custodire il giardino distingue questo testo da ogni mito della età dell’oro dove l’uomo viveva felicemente senza fare nulla. Il Salmo 8, che ha analogie con il racconto “sacerdotale” della creazione dell’uomo sottolinea che l’uomo è presentato come una creatura esigua e quasi insignificante che, però, l’azione creatrice di Dio l’ha elevato ad una dignità unica e sorprendente. In virtù di questa condizione di immagine di Dio, l’uomo si trova al primo posto rispetto alle altre creature. D’altra parte si crea una linea di separazione tra Dio e l’uomo. L’uomo è immagine e somiglianza di Dio, ma non è Dio.
Gli Israeliti non hanno riflettuto sul problema di Dio a partire dalla metafisica o dalla considerazione delle verità astratte. È stata la storia e l’incontro con il Dio vivo e attivo ciò che ha determinato il suo modo di pensare. La storia è stata come dono di Dio, come grazia immeritata e immotivata che non ha altro fondamento che l’elezione divina alla Alleanza. L’idea di Dio si è andata formando a partire dagli avvenimenti. Non è stato il Dio dei filosofi, ma il Dio della storia quello che il popolo ha sperimentato. Dio è stato scoperto indirettamente, non nel Suo essere, ma nella agire, attraverso la liberazione d’Israele e il compimento delle promesse alla nazione eletta. In concreto il fatto della liberazione dalla schiavitù d’Egitto è il centro dei “credo” o delle professioni di fede. “Il Dio potente che ha manifestato la sua forza nella liberazione dell’Egitto, dev’essere necessariamente l’unico Dio vero di tutto il mondo”. Come Dio manifesta il suo potere nell’amore a Israele, così è capace di agire in modo uguale con tutto il creato. Il Dio trascendente e Creatore non è altro che il Dio vicino. Così la creazione si converte nel prologo necessario alla fede nell’alleanza. Questa comincia a realizzarsi in Abramo. Allo stesso tempo si pone in rilievo come la creazione si muova già in se stessa verso l’alleanza e si orienti verso il culmine dell’amore salvifico di Dio in Gesù.
3.1.3. Imago e similitudo Dei nel giudaismo
Il vero problema esegetico di Gn 1, 26 e di Gn 2, 7 è costituito dall’enigmatico plurale “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” e non dalla somiglianza tra l’uomo e Dio individuale. Per cui si assiste a una pluralità di ipotesi nell’interpretare quel plurale. Tra le interpretazioni più comuni si ricordano quelle che identificano il “noi”come una specie di consultazione di Dio o con il suo cuore, o con gli angeli, o con la Torà oppure con il cielo e la terra. Per quanto riguarda la conservazione o la perdita della somiglianza con Dio, i rabbini la fanno dipendere dal comportamento morale del singolo e dalla sua maggiore o minore osservanza della Torà. Essere simili a Dio, quindi, viene a significare essere degni di Dio.
L’uomo, immagine di Dio, non deve essere assoggettato a nessuna creatura, ma deve servire solo Dio. Nonostante il possibile peccato, l’uomo porta in sé una dignità che lo rilancia costantemente incontro al suo Dio. La grazia di Gesù si salda profondamente con la dignità posta da Dio in ogni persona. “Il regno si salda alla creazione fino a rompere il malvagio che la imprigionava e fino a realizzarne le possibilità e le speranze ad un livello che supera e trascende le capacità umane”.
3.2. Immagine e sommiglianza di Dio nel Nuovo Testamento
Nel NT, l’uso del termine eikon o imago sembra poverissimo e in pochi casi viene indicata l’effigie dell’imperatore sulla moneta (Mc 12, 16); o l’immagine della bestia (Ap 15, 2), o anche immagini-statue di dèi che parlano e si muovono (Ap 13, 14). In tutti questi casi generici, il termine imago non si riferisce né all’uomo né a Cristo. Interessante è l’uso del termine dove viene accentuata la netta contrapposizione tra l’eikon o immagine o prototipo o essenza della realtà e la sua ombra (cf. Eb 10, 1). Lo stesso schema di contrapposizione si può rilevare in Rm 1, 23 dove si dice che i pagani, hanno scambiato la gloria di Dio con la somiglianza e l’immagine dell’uomo effimero. Il termine somiglianza in greco, omoìomia vuol dire anche immagine, ma quello del prototipo, mentre l’eikon designa l’immagine come prototipo o la stessa realtà rappresentata. I pagani, quindi, secondo Paolo, hanno scambiato l’eikon, il prototipo, l’originale con la sua figura umana e animale.
Il termine similitudo ha due valenze: una viene applicata alle cose terrene e significa più o meno “ciò che appare” e un’altra alle cose divine e comporta sempre una relazione reale con Dio, cioè un rapporto di grazia e non di causa, e, quindi, un dono libero d’amore. (cf. Col 35, 2, 11). Si può in breve ritenere che il termine imago rimanda sempre a un respectum, cioè a un rapporto causale con il prototipo o con l’originale; mentre il termine similitudo rimanda sempre a un donum e a una atto di amore libero e responsabile, a un rapporto di grazia.
3.2.1. Imago Dei applicato a Cristo
Nel NT l’immagine prende un senso marcatamente cristocentrico. “La tradizione, con una chiara base nel NT, ha parlato del Figlio come del Logos (Verbo, Parola) e immagine del Padre”. L’accento è posto sull’identità perfetta fra l’eikon e il prototipo, cioè tra Cristo e Dio. “Gli elementi costitutivi del concetto biblico paolino di immagine sono: somiglianza, dipendenza ed origine e, manifestazione”. Nella somiglianza, non solo nel senso di vaga analogia tra l’immagine e la Sua realtà, bensì nel senso di una reale riproduzione della realtà nell’immagine. Paolo riprende la formula della Genesi e sottolinea il fatto che Dio chiama l’uomo a diventare immagine dell’uomo celeste, venuto dal cielo, l’ultimo Adamo, Gesù Cristo (1Cor 11, 7). Nella manifestazione, non solamente l’immagine deriva dal modello e lo imita riproducendolo esattamente, bensì anche lo manifesta. Si può dire che l’immagine è la realtà in quanto si manifesta. Gesù, primo oggetto dell’Amore del Padre, è, in quanto tale, colui che lo fa conoscere. I cristiani sono detti immagine di Cristo nel senso che manifestano la Sua gloria (2Cor 3, 18). In Col 3, 9 il rinnovamento secondo l’immagine del Creatore è unito allo spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di quello nuovo. La condizione attuale del Cristo risuscitato è quella che rende possibile questa nuova immagine dell’uomo già in questa vita. Per il NT non è rilevante l’immagine di Dio nell’uomo dal momento della creazione, ma innanzitutto la novità di vita dell’uomo a partire dalla risurrezione di Cristo.
È presente la prospettiva escatologica nell’unico riferimento negli scritti giovannei alla somiglianza di Dio: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3, 2). L’idea dell’immagine applicata a Cristo si riferisce alla funzione rivelatrice di Gesù. Cristo è definito, perciò, in greco con l’eikon tou theu, e in latino con l’imago Dei, per esprimere la perfetta identità tra l’immagine e la realtà, tra Cristo e Dio. Accettando questa rivelazione di Cristo, immagine del Padre, gli uomini possono convertirsi, per mezzo della fede in Gesù. La condizione del credente è quella di immagine di Gesù in quanto riflette la gloria del Signore (2Cor 3, 18). La conoscenza dell’immagine coincide con un significato giovannei: “chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9), e “chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12, 45), che esprimono ugualmente la perfetta identità di natura tra il Cristo e il Padre.
I testi paolini aiutano ad interpretare Gn 1, 27 in chiave cristocentrica, specialmente se vengono accostati con il testo di 1Cor 15, 45, dove Cristo è presentato come il nuovo Adamo, cioè il vero Uomo, l’Uomo autentico. A rendere ancora più chiara la dottrina dell’indentità di natura tra l’imago Dei e Dio stesso, è utile discutere sul testo di Giovanni, dove i giudei cercavano di uccidere Gesù, perché chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale -ìson - a Dio (Gv 5, 18). Il ‘rimprovero’ a Gesù da parte dei giudei si fonda sul fatto che Gesù pone l’accento nel dire “mio Padre”. Gesù si colloca sullo stesso piano di Dio, con il quale si dichiara uguale in natura, di dignità e di volontà a Dio (Gv 5, 18). Per Giovanni non c’è alcun dubbio che Gesù è totalmente sottomesso al Padre e totalmente uguale a Dio: “Il Padre mio è più grande di tutti (...); Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 29-30). Un altro testo, per cogliere il senso autentico dell’uguaglianza, è certamente quello paolino ai Filippesi (Fil 2, 6). Per Paolo e Giovanni, quindi, essere uguale a Dio significa essere Signore - kyrios, assumendo la forma del servo del Signore - ebed JHWH.
Cristo, in quanto immagine perfetta, diviene anche il prototipo non solo della creazione, ma anche fulcro della risalita all’origine. In questa risalita, per visibilia s’intende Cristo e non le cose create! È in Cristo e per Cristo che si sale a Dio: la via dell’immagine di Cristo è più sicura del vestigio (Rm 1, 1-23). L’immagine, essendo un dono gratis datum, non è soggetta alla volontà della creatura, cioè né si può guadagnare né si può perdere. Il dono dell’immagine rimane in sé sostanzialmente inalterato (gratis datum), mentre il dono della somiglianza è in continuo progresso in sintonia con il grado di virtù o di perfezione che l’uomo riesce a raggiungere (gratum faciens).
3.2.2. Imago Dei applicato all’uomo
Molto più semplice sembra interpretare i pochi testi paolini dell’imago Dei applicata genericamente all’uomo nuovo come immagine e gloria di Dio (1Cor 11, 7; Rm 8, 28; Col 3, 10). Difatti, il contesto parla dell’ordine da tenere nelle assemblee, dove ognuno ha la sua specifica funzione e responsabilità (1Cor 3, 22-23). Dio è capo di Cristo e Cristo è la gloria di Dio; Cristo è capo dell’uomo e l’uomo è la gloria di Cristo; l’uomo è capo della creazione.
L’uomo è immagine e gloria di Dio; è l’uomo cristico o cristificato, perché il vero uomo è quello che si cristifica. Solo unito all’uomo-Cristo l’uomo può dirsi non solo immagine, ma anche gloria di Dio, perché solo Cristo è la vera eikon tou theu. Una conferma a questa cristologica interpretazione viene direttamente dallo stesso Paolo che scrive: “Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo - anthropos- Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo - eschatos – divenne spirito datore di vita” (1Cor 15, 44-45). Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1Cor 15, 22). Allora Cristo è datore di vita. Per questo i credenti si impegnano a “spogliarsi del vecchio uomo”, antica rassomiglianza all’uomo primitivo, per “rivestire l’uomo nuovo” (Ef 4, 42-44).
Direttamente, solo Cristo è vera imago Dei, l’uomo invece lo è indirettamente in Cristo, per cui è l’immagine dell’immagine di Dio, in quanto è imago Christi. Effettivamente per ‘conformarsi’ all’imago Dei, è necessario che l’uomo partecipi attivamente alla sua trasformazione secondo il modello autentico dell’imago, Cristo, che, essendo “tutto in tutti” (Col 3, 10-11), manifesta la propria identità tramite il movimento storico dalla Sua Incarnazione alla Sua gloria. Secondo questo modello cristico, che manifesta la Sua signoria sul peccato e sulla morte attraverso la Passione e la Risurrezione, l’immagine di Dio in ogni uomo è costituita dal suo stesso percorso storico che parte dalla creazione, passando per la conversione dal peccato, fino alla Salvezza.
L’uomo fortificato dall’amore si trasforma per Dio in Dio. L’immagine di Dio costituisce quasi una definizione dell’uomo. Evitando sia il monismo sia il dualismo, la Bibbia presenta una visione dell’essere umano nella quale la dimensione spirituale è vista insieme alla dimensione fisica, sociale e storica dell’uomo. I due sessi sono creati direttamente da Dio. “Tutte e due sono ’adam: immagine a Dio somigliantissima. L’uomo è considerato nelle sue relazioni fondamentali: ’adam è quindi in relazione con Dio; ’adam domina sul cosmo: è in relazione con il cosmo; ’adam è distinto in maschio e femmina: ha una relazione interpersonale; maschio e femmina sono benedetti: sono in relazione con la storia e con la cultura”.
L’idea di imago Dei esprime la grande e infinita distanza dell’uomo rispetto all’animale e alla natura materiale. Anche se l’uomo è un essere vivente e come tutti gli altri tornerà ad essere fango della terra, la sua esistenza è radicalmente trascendente a tutte le cose del mondo in cui vive. Che l’uomo sia immagine di Dio significa che dietro a lui si profila il Dio creatore, salvatore garante della giustizia. Dietro l’appello del povero, della vedova, dell’orfano, c’è l’appello di Dio stesso. La conoscenza e il riconoscimento di Dio non si possono separare dalla risposta da dare all’uomo. Riconoscendolo come persona e fratello, si possono ricavare importanti indicazioni circa la stessa natura umana e la sua dignità.
L’essere stato creato ad “immagine” dice anche la natura dell’uomo ed il suo fine e, nello stesso tempo, ricorda continuamente la dipendenza dal Creatore. Dio, creando l’uomo a Sua immagine, gli ha dato una caratteristica particolare che altre creature non hanno: la Sua propria dignità. La conoscenza della dignità in verità si manifesta nell’Amore. Dio si umanizza per l’uomo, nel Suo Amore dell’uomo, nella stessa misura in cui l’uomo, fortificato dalla carità, si trasforma per Dio in Dio.
3.3. Immagine e somiglianza di Dio nella tradizione
“I Padri della Chiesa, richiamandosi a Gn 1, 26, distinsero tra ‘immagine’, che costituisce l’essenza creaturale dell’uomo e, la ‘somiglianza con Dio’, che viene resa possibile solo mediante la congiunzione del modello divino con l’immagine umana nell’incarnazione, e precisamente come conformazione a Cristo mediante la fede, il battesimo e la sequela”. I primi cinque secoli di vita della Chiesa sono dominati da problemi di indole teologica e cristologica. All’interno di una chiarificazione della identità del Cristo, si discutono dapprima le questioni chiave del rapporto di Gesù col Padre e con lo Spirito Santo (tematica del Concilio di Nicea del 325 e di Costantinopoli 1 del 381), e poi gli interrogativi sulla compresenza in lui della dimensione divina ed umana (oggetto dei Concili di Efeso nel 431 e di Calcedonia del 451). La ragione ultima della ricerca di questi secoli proviene, dunque, dalla soteriologia, che è quanto dire dall’interesse per l’uomo.
Il carattere cristocentrico del tema dell’immagine è stata sviluppato dai Padri della Chiesa. Come la dottrina dell’uomo imago Dei costituisce un elemento fondamentale dell’antropologia biblica, così lo è anche per la tradizione patristica, che nella traduzione greca dei LXX su riferisce a eikon e homoiosin, tradotti poi in latino, con imago e similitudo. L’osservazione testuale vale per i due racconti della creazione (Gn 1, 26-27; 5, 3; 9, 6; e Gn 2, 7). Si ricordi, inoltre, che dai Padri, come norma ermeneutica generale, 1’AT viene letto alla luce del NT e quindi in parallelo con i testi paolini (Col 1, 15; 2Cor 4, 4; 1Cor 15, 45-49; 1Cor 11, 7; 2Cor 3, 18; Rm 8, 29, Fil 3, 21). Il modello a cui Adamo è stato creato è il Verbo che si doveva incarnare, con cui l’uomo è “immagine dell’Immagine di Dio”. Così nell’incarnazione si rivela l’ultima verità dell’uomo.
I Padri si domandarono: dove si colloca l’imago Dei nell’uomo? Nell’anima e nel corpo, o nella sola anima? La maggior parte dei rappresentanti della tradizione non ha aderito pienamente alla visione biblica che identificava l’immagine con la totalità dell’uomo. Si è nel cuore dell’antropologia patristica, il cui sviluppo specifico è segnato certamente dalla distinzione introdotta da Ireneo tra imago e similitudo, secondo la quale l’imago denota una partecipazione ontologica e similitudo una trasformazione morale. Anzi, Sant’Atanasio aveva dichiarato nella formula, mutuata da Ireneo che “Dio è diventato uomo perché l’uomo potesse diventare Dio”. Secondo Tertulliano, Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e gli ha trasfuso il suo soffio vitale in quanto Sua somiglianza. Mentre l’immagine non potrà mai essere distrutta, la somiglianza può essere perduta tramite il peccato.
Sant’Agostino ha presentato una versione più personalistica, psicologica ed esistenziale dell’imago Dei. Per lui, l’imago Dei nell’uomo ha una struttura trinitaria, che si riflette nella struttura tripartita dell’anima umana (spirito, coscienza di sé e amore) o nei tre aspetti della psiche (memoria, intelligenza e volontà). “Secondo Agostino, l’immagine di Dio nell’uomo lo orienta verso Dio nell’invocazione, nella conoscenza e nell’amore, perchè il Verbo di Dio è simile e uguale al Padre, Dio da Dio, luce da luce, sapienza da sapienza, essenza da essenza (...)”. Nei primi secoli, si sono formate e sviluppate scuole diverse di esegesi di enorme importanza sull’immagine di Dio nell’uomo. Così si distinguono in Padri greci e in Padri latini.
3.3.1. Immagine e somiglianza di Dio nella Patristica greca
L’incontro del cristianesimo con la cultura greca ha significato per certi versi l’inserimento della novità cristiana nel seno di una cultura matura e detentrice di un “pensiero forte”. Il compito dei Padri fu quello di assimilare quel pensiero vagliandolo criticamente al fine di renderlo adatto al servizio della fede. Già Filone di Alessandria insiste sul fatto che la conoscenza di sé deve essere morale, cioè con lo scopo di migliorare la propria vita e, nello stesso tempo anagogica, cioè partire dalla conoscenza di sé per arrivare alla conoscenza di Dio. Le prime sintesi si hanno agli inizi del terzo secolo, quando nascono le prime scuole d’Alessandria e d’Antiochia.
3.3.1.1. Scuola Antiochena
Le origine della scuola di Antiochia si fanno risalire a Melitone (II sec.), vescovo di Sardi, nella Asia minore. Origene, nella sua polemica contro gli autori asiatici, cita spesso Melitone, specialmente contro gli antropomorfiti, che affermavano che l’imago Dei si riferiva al corpo di Adamo e, quindi, dell’uomo. L’interesse di Melitone è importante per l’antropologia biblica, perché in lui appare 1’identità del plasma e dell’eikón, ovvero dell’unità dell’uomo. L’imago Dei riguarda l’unità dell’uomo e non una sua specifica parte, l’anima o il corpo. L’idea di Melitone, sarà continuata da Teofilo, Ireneo, Tertulliano e altri della scuola detta di Antiochia. Sulla scia di Melitone, Ireneo difende innanzitutto l’unità dell’uomo. Per Ireneo, “è vero che l’immagine naturale e soprannaturale vengono distinte, ma nello stesso tempo sono congiunte tra loro dall’arco del disegno salvifico”. Tuttavia la totalità dell’uomo come persona costituisce l’oggetto dell’imago Dei sia in Ireneo che in tutta la scuola d’Antiochia.
3.3.1.2. Scuola Alessandrina
Mentre per la scuola antiochena, l’imago Dei riguarda l’uomo integrale, per la scuola di Alessandria riguarda solo l’anima, o meglio il nous, o mens, sede della conoscenza, della libertà e di ogni virtù. Solo indirettamente la sublimità dell’imago si ripercuote sul corpo, il quale, non potendo partecipare alla natura invisibile e spirituale dell’imago, si situa a un livello nettamente inferiore. In sostanza, l’uomo è imago Dei, non nel senso dell’uomo come totalità, secondo quanto affermato dalla scuola di Antiochia, ma secondo la concezione filosofica greca.
Sotto l’influsso del pensiero greco, Clemente Alessandrino (II-III sec.) considera l’uomo composto essenzialmente di anima e di corpo, attribuendone a Dio la creazione diretta e immediata, affermando tuttavia che l’espressione “ad immagine e somiglianza” non si riferisce al corpo, perché è inammissibile che, il mortale rassomigli all’immortale, ma all’intelletto e alla ragione, ossia a quelle parti dell’uomo in cui il Signore può fissare convenientemente, come un sigillo, la rassomiglianza. “Per Clemente Alessandrino il Figlio è il volto del Padre”. Dal contesto si può evincere che il concetto di “somiglianza” è più vicino all’agire dell’uomo che alla sua essenza. Questa scuola Alessandrina insiste nell’affermare che l’imago Dei riguarda direttamente l’incorporeità dell’anima, cioè del nous, il solo che può conoscere Dio e assimilarsi a lui.
I Padri Alessandrini affermano che l’uomo si trova tra due realtà estremamente lontane tra loro: tra la natura divina che non possiede la corporeità e la natura animale priva di ragione. Della natura divina, che è esente dalla distinzione dei sessi, l’uomo deriva il potere della ragione e dell’intelligenza. Invece dalla natura animale, priva di ragione, egli trae la struttura del corpo e la distinzione dei sessi. Si ritene che i Padri greci interpretano l’imago Dei solo come sede dell’anima.
3.3.2. Immagine e somiglianza di Dio nella Patristica latina
Nell’Occidente si trovano le stesse posizioni del mondo greco, ma più realiste e concrete, perché diverso è il mondo Romano. Ilario (IV sec.), ispirandosi prevalentemente alla tradizione occidentale, mette in risalto la cura particolare con la quale Dio crea l’uomo, insistendo maggiormente sulla dimensione materiale del corpo. Successivamente poi, a causa del suo esilio in Frigia, ha spiritualizzato marcatamente il concetto d’imago, assumendo lo schema di una duplice creazione dell’uomo, avvenuta in due momenti distinti: l’anima “fatta” al principio, il corpo “plasmato” in seguito. Ilario pone l’immagine nell’anima come sè. Platonicamente parlando, essa sola costituisse l’essenza dell’uomo. Girolamo (V sec.), appoggiandosi a Sal 119, 73, come Ilario e forse in dipendenza da lui, distingue nella creazione dell’uomo factura e plasmatio. Anche Ambrogio (IV sec.) ha le sue fonti quasi esclusivamente nel mondo orientale (Filone, Plotino, Origene, Atanasio, e Basilio). Ammette la doppia creazione e la differenza tra i due uomini: l’uomo “fatto”, o 1’anima, è l’essenza dell’uomo; 1’uomo “plasmato”, o il corpo, un nostro possesso, o un possesso dell’anima. Solo l’anima è immagine e non il corpo, o meglio il nous.
Altro fondamentale Padre occidentale è sicuramente San Agostino (IV-V sec.). Egli afferma che l’uomo è fatto a immagine di Dio secondo l’anima e persino ciò che nell’anima è più elevato, la mens o intellectus, uguale è “ciò che eccelle in essa”, è “come il suo volto, il suo occhio interiore e intelligibile”. Agostino colloca l’immagine in ciò che distingue l’uomo dalle creature inferiori e fonda il suo potere su di esse, ma, soprattutto, stabilisce un rapporto immediato tra l’uomo e Dio. Nella mente Agostino distingue ulteriormente due rationes: quella inferior, rivolta alle cose del mondo, e la superior, rivolta verso le verità eterna e, quindi, verso Dio. Solo questa seconda è propriamente imago Dei, perché incorruttibile come Dio.
La visione strettamente sintetica e globale della Bibbia sull’uomo incontra nei Padri una certa soluzione di continuità, a favore di una più radicale distinzione degli elementi che ‘compongono’ l’uomo. Il Kerigma cristiano, nato in contesto semitico per esempio, è stato inculturato nel vasto mondo greco-romano.
3.3.3. Immagine e somiglianza di Dio nel Vaticano II
Per tutta la metà del XX secolo si è assistito ad un progressivo recupero d’interesse nei confronti della teologia dell’imago Dei, grazie specialmente ad un attento studio della Bibbia, dei Padri della Chiesa e dei Teologi scolastici. Questa riscoperta, già ampiamente presente nei principali teologi preconciliari, ha avuto un nuovo slancio nel Vaticano II. La prospettiva cristocentrica dell’imago Dei, è colta immediatamente dai testi che rivelano il mistero del Padre e del suo Amore, “svela pienamente l’uomo perfetto all’uomo e lo fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). Si nota che è in Cristo, “immagine del Dio invisibile”, che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza del Creatore (Col 1, 15). È in Cristo, Salvatore, che l’immagine divina, deformata nell’uomo dal primo peccato, è stata restaurata nella sua bellezza originale e nobilitata dalla grazia di Dio (2Cor 4, 4).
“La dottrina ecclesiale spiega il carattere di immagine e la somiglianza come facoltà dell’uomo di riconoscere e amare il Creatore e di dominare su tutte le creature terrene a gloria di Dio”. C’è la determinazione cristostocentrica dell’immagine: “è Cristo l’immagine del Dio invisibile” (GS 10) ed, è Cristo l’uomo perfetto. Dio ha creato l’uomo ad immagine di Cristo ed è Lui a dare all’uomo una risposta agli interrogativi sul significato della vita e della morte. Il Vaticano II sottolinea la struttura trinitaria dell’immagine: conformandosi a Cristo (Rm 8, 29) e attraverso i doni dello Spirito Santo (Rm 8, 23), viene creato un uomo nuovo, capace di adempiere il comandamento nuovo. Il Concilio insegna che l’attività umana rispecchia la creatività divina che ne rappresenta il modello e che essa va orientata verso la giustizia e la comunione per promuovere la formazione di una sola famiglia nella quale tutti possano essere fratelli e sorelle (GS 24). L’imago Dei consiste nel fondamentale orientamento dell’uomo verso Dio, fondamento della dignità umana e dei diritti inalienabili della persona umana (cf. Sal 8, 6). Poiché ogni essere umano è un’immagine di Dio, nessuno può essere costretto a soggiacere a qualsiasi sistema o finalità di questo mondo. La signoria dell’uomo nel cosmo, la sua capacità di esistenza sociale e la conoscenza di Dio e l’amore verso Dio sono tutti elementi che trovano le loro radici nel fatto che l’uomo è stato creato a immagine di Dio.
Nella prospettiva cristocentrica, l’imago Dei ha una dimensione escatologica che definisce l’uomo orientato verso la parousia, con una fede che sgorga dall’amore di Dio per l’uomo, che in Gesù Cristo irrompe nella storia; una fede che, nutrendosi di questo amore, non può non farsi essa stessa storia, concretezza, ‘prassi’. Il Vaticano II ci ricorda che essere creati ad immagine di Dio ci viene pienamente svelato soltanto nell’imago Christi. In lui troviamo la totale ricettività di Dio Padre.
4. Rapporto tra Dio-Creatore e l’uomo-creato nella Sua immagine e somiglianza
La base fondamentale del rapporto uomo-Dio e della loro riflessione antropologica è naturalmente quella biblica. Esaminando le parole della Bibbia, i Padri rilevano soprattutto la grandezza dell’uomo, il rapporto particolare tra l’uomo-creatura e Dio-Creatore e la partecipazione dell’uomo alla vita di Dio Trinità. I Padri evidenziano un dinamismo, una tendenza di progressivo perfezionamento dell’uomo: quella di diventare Dio per grazia. Ogni uomo è per natura un’immagine di Dio possiede in sé già ora una realtà divina. L’uomo si presenta come persona con il compito di determinare, di sviluppare, di personalizzare questa sua realtà assimilandola al suo archetipo divino.
L’essere immagine del Dio Trinità, fa sì che l’uomo rifletta l’immagine di ognuna delle tre Persone che si trovano nell’unica essenza di Dio. Perciò si può dire che Cristo è Immagine del Padre, eterna sorgente d’Amore da cui ha origine la creazione, in quanto gli è data la capacità di donare Amore, di essere Amore. L’uomo è, perciò, vita per gli altri e ha la possibilità di riprodurre, in un certo senso, l’atto creatore di Dio ogni volta che compie un gesto d’amore. L’uomo è immagine del Figlio in forza della piena accoglienza del dono d’Amore che sgorga dal Padre. Allo stesso modo l’uomo, che è creato per mezzo della Parola (Cristo), è chiamato ad accogliere l’Amore di Dio e degli uomini, a lasciarsi amare oltre che ad amare. È nella capacità di ricevere Amore e di riconoscere il bisogno dell’altro per essere se stesso, che egli diventa immagine del Figlio. Nel suo lasciarsi amare, nell’infinito legame di unità e di reciprocità che lo Spirito Santo stabilisce tra il Padre che ama ed il Figlio che si lascia amare, l’essere immagine e somiglianza del Dio Trinità fonda l’essere e la tensione dell’uomo alla comunione.
4.1. Significato dell’essere creati ad immagine e somiglianza di Dio
Il progetto di Dio di divinizzare l’uomo comincia con la creazione. Dio, creando l’uomo, lo rende partecipe della sua vita divina che, nella prospettiva antropologica, si chiama “essere creati a immagine e somiglianza di Dio”. La tradizione cristiana risponde alla domanda “chi è l’uomo?”, rifacendosi all’insegnamento di Gn 1, 26-27. Questo passo biblico, integrato da Sap 7, 25-28; Rm 8, 29; Eb 1, 1-14; 2, 1-18 ispira e illumina la visione cristiana dell’uomo dentro un progetto di salvezza totale. Secondo i commentari patristici, questo versetto della Genesi indica che l’imago Dei è un dato ontologico nell’uomo, che implica una relazione particolare tra lui e Dio. L’essere umano non è creato autonomo e sufficiente a se stesso, ma per la partecipazione alla vita divina. “La grazia è il favore gratuito che Dio dà perché l’uomo partecipi alla vita di Dio e risponda al suo invito: diventare figli adottivi di Dio. Questa vocazione alla vita eterna è soprannaturale; dipende interamente dell’iniziativa di Dio, poiché Egli solo può rivelarsi e donare se stesso” (CCC 1996).
L’uomo, secondo Gregorio Nazianzeno, è un essere capace di essere divinizzato. Essendo l’uomo già per creazione immagine di Dio, tutto ciò che egli è o possiede, è per tendere verso Dio. L’uomo tende per natura verso Dio, suo prototipo perché è fatto da Dio. Si tratta, di una vera partecipazione all’immagine di Dio che avviene per grazia. Dio, dal momento che crea l’uomo, lo struttura in maniera tale da essere rapportato continuamente a Lui. L’uomo esiste perché partecipa per grazia all’essere di Dio e verso di Lui s’incammina con tutta la sua esistenza. Questo rapporto, secondo i Padri greci, è chiamato “essere a immagine di Dio”, oppure divinizzazione o grazia o filiazione.
Sintetizzando queste nozioni bibliche e patristiche possiamo dire che l’uomo, fin dalla sua creazione, è chiamato alla comunione con Dio e, più specificamente, ad assumere l’immagine di Gesù Cristo. Se tutto quanto esiste è stato creato in Cristo, per mezzo di Lui e verso Lui, questo vale in modo particolare per l’uomo. La sua condizione di immagine è ciò che riassume e sintetizza il suo essere, il suo modo concreto di essere creatura. Tutto l’uomo, partecipa di questo carattere.
L’immagine di Dio non è qualcosa che si aggiunge alla natura umana già realizzata, ma è questa stessa natura in quanto rapportata continuamente a Dio. Non bisogna, quindi, pensare che l’uomo sia la natura, mentre l’immagine sarebbe la sopra-natura che si aggiunge alla natura. Per natura la sua verità è nell’essere soprannaturale. L’uomo è coniato a immagine di Dio nella sua essenza e la deiformità ontologica. Questa realtà spiega perché la grazia sia connaturale alla natura e come la natura sia conforme alla grazia. “Non è una sola parte dell’uomo a fruire del ‘soprannaturale’, è tutto l’uomo dono di Dio, tutto proviene da Dio, tutto è chiamato alla comunione con Dio, quindi tutto è ‘soprannaturale’, intendendo con questa parola Dio stesso che si comunica all’uomo”. L’uomo, immagine di Dio, è un dono totalmente gratuito non solo perché egli è creato dal nulla, ma soprattutto perché è stato creato in modo tale dal diventare fin dal principio un essere relazionato al suo Prototipo, un “essere-in-comunione-con-Dio”.
Dio non concede solo l’essere, ma fa esistere l’uomo facendolo partecipe di se stesso, lo fa essere-in-Lui ed essere-con-Lui: questo significa essere creati a immagine di Dio. Dal momento, però, che l’uomo è strutturalmente immagine di Dio, può sembrare che tutto quello che egli sia o possieda lo abbia semplicemente “ricevuto” e quindi egli sia un dato fatto compiuto e non sarebbe invitato a partecipare liberamente a questa unione con Dio che costituisce il suo esistere. La dottrina dell’essere creati a immagine di Dio fonda anche il dinamismo dell’essere umano nel suo rapporto con i prototipo e la sua libertà. Questo accedere verso Dio, nella natura umana fatta ad immagine di Dio, non è solo un salire psicologico, ma è un diventare-sempre-di-più-ciò-che-siamo.
4.2. Dall’immagine alla somiglianza
Per renderci conto di questo dinamismo“ontologico” dell’uomo, bisogna pensare che la creazione non rappresenti un fatto compiuto. Dio non ci ha creati con un atto relegato nel passato, ma, non essendo noi degli esseri sussistenti, egli continua adesso a crearci a sua immagine. Questa sua azione creatrice è incessante e rende l’uomo un essere dinamico, in crescita verso la destinazione. E questo presuppone la sua libera collaborazione. L’uomo, creato ad immagine di Dio infinito, è chiamato a trascendere i propri limiti e a lanciarsi verso l’infinito. Ciò riguarda l’uomo in tutte le sue componenti, da quelle più esterne e periferiche a quelle più interne e costitutive.
C’è una distinzione tra l’essere creati “a immagine” e l’essere creati “a somiglianza” di Dio. Tra l’immagine e la somiglianza esiste la differenza che intercorre tra grazia e libertà. Sebbene i termini “immagine e somiglianza” siano variamente interpretati dai Padri come abbiamo già presentato, alcuni di essi, tra cui Ireneo, Basilio e Gregorio di Nissa, impiegano il termine “immagine” per indicare il dono gratutio di Dio e la parola “somiglianza” per significare la risposta libera dell’uomo. L’immagine è la nostra natura, che abbiamo ricevuto gratuitamente da Dio, mentre la somiglianza è lo sforzo responsabile dell’uomo, attuato con la grazia di Dio, per realizzare ciò che abbiamo ricevuto come dono, per assimilare e personalizzare in noi l’autodonazione di Dio. L’immagine concerne la natura dell’uomo, come partecipazione per creazione o per co-creazione con Dio. La somiglianza ha a che fare con la logica vitale dell’immagine, che spinge la natura, ricevuta come dono, ad evolversi e perfezionarsi secondo il disegno di Dio, ad attualizzare le sue virtualità, a maturare i germi in essa deposti. Mentre l’immagine, essendo costitutiva dell’uomo non può essere persa, ma offuscata, la somiglianza può essere sviluppata oppure no. Il senso attivo della parola “somiglianza” significa incessante bisogno di crescita, uno sforzo dialettico tra il ricevere da Dio, l’essere fatti da Lui e il lasciarsi plasmare e assimiliare a Lui.
L’uomo essendo fatto di libertà, deve agire come essere libero per somigliare sempre di più a Gesù suo modello. La libertà è data all’uomo come dono (ad immagine di Dio), costituisce anche un impegno (a somiglianza), che implica un continuo processo in cui l’uomo, appunto perché è libero, lo diventa sempre di più. Basilio così spiega questo continuo crescere dell’uomo nella libertà: “l’immagine, la possediamo mediante la creazione, mentre la somiglianza, la realizziamo per libera scelta. Ora invece Egli ci fece in potenza di assimilarci a Dio, affinché non fossimo come immagini create da un pittore, ferme in una posizione qualsiasi (…) “ad immagine” possiedo l’essere razionale, ma “a somiglianza” divento nel farmi cristiano”.
4.3. L’uomo e la sua dignità in Dio
La dignità della persona manifesta tutto il suo fulgore quando se ne considerano l’origine e la destinazione. Creato da Dio a sua immagine e somiglianza e redento dal sangue preziosissimo di Cristo, l’uomo è chiamato ad essere “figlio nel Figlio” e tempio vivo dello Spirito ed è destinato all’eterna vita di comunione beatificante con Dio. Per questo ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore. “Collegata alla globalità dell’azione storico-salvifica di Dio, la dignità della persona appare come un dato che mantiene tutta la dinamicità di una realtà comprensibile solo nel quadro di un incontro con ciò che è altro-da-sé, con l’altro che è Dio”.
Gesù garantisce la dignità del singolo uomo come diritto inviolabile. Essa è inviolabile perché l’uomo è stato creato, amato, salvato, colmato di doni e chiamato da Dio. Poiché ogni uomo è in relazione a Dio, non si può disporre della sua vita. Dio ha creato ogni uomo a Sua immagine, con una dignità intoccabile: malato o sano, produttivo o handicappato, ancora nel seno della madre o davanti alla morte, uomo o donna, povero o ricco, indipendentemente dal colore della sua pelle o della sua cultura, l’uomo è sempre una persona umana. L’uomo che si emancipa da Dio finisce col mettersi al suo posto e con questa arroganza pensa di poter disporre della vita umana! Quando non lasciamo che la persona si esprima come tale, le neghiamo quella dignità che le è propria e che vorremmo per noi stessi. In effetti, il non rispettare la dignità dell’altro diventa, volendo adoperare una terminologia usata da Mounier, un “peccato contro la persona. “Quando trattiamo la persona umana identificandola con una delle funzioni che svolge, la escludiamo dalle sue reali capacità e la riduciamo ad una ‘cosa’ oppure ad uno ‘strumento’: in questo modo le neghiamo la dignità che spetta ad ogni uomo”.
L’uomo, proprio perché è stato creato libero di accettare o di rifiutare il disegno del Creatore, deve essere una creatura che agisce con responsabilità e consapevolezza. Da ciò ne consegue che il suo comportamento rispecchia l’essere ad immagine del suo Creatore e, quindi, il suo agire sia nel rispetto pieno dell’Altro. La creatura umana è in grado di riflettere sulla sua stessa umanità, perciò il suo modo di rapportarsi agli altri non può, e non deve, essere istintivo, bensì deve rivelare la sua superiorità rispetto a tutto il resto del creato. L’autocoscienza dell’uomo gli permette di rendersi conto del proprio comportamento, sia rispetto a se stesso che agli altri.
La Gaudium et spes offre un apporto della dignità umana soprattutto nella prima parte del primo capitolo (GS 12-22); tutto il capitolo secondo poi, dedicato alla comunità degli uomini, si basa sul rispetto della dignità delle persone umane: “La storicità dell’uomo; la sua capacità di conoscere e di amare, la socialità intrinseca; la coscienza e la libertà; la chiamata originaria alla comunione con Dio; la superiorità dell’ordine delle persone sull’ordine delle cose; il valore intriseco e non strumentale della persona umana: attraverso questi elementi il Vaticano II recepisce un’antropologia di tipo personalista, che considera del tutto congruente con la Rivelazione.”
La speciale relazione con Dio che definisce l’essere umano si attua e si realizza nel Suo agire nel mondo, nel dominio e nell’interessamento a tutte le creature. Da qui si comprende che la vocazione dell’uomo a trasformarsi in immagine di Cristo risuscitato non può prescindere dalla missione e dal compito temporale. Tutto ciò che abbiamo espresso rientra nel compito di realizzare il dominio di Cristo su tutto affinché egli a sua volta sottometta tutto al Padre (1Cor 15, 25). Per questo, “il tema dell’uomo, immagine di Dio, ci pone nuovamente in contatto con la storia della salvezza nella sua totalità e in particolare con Cristo, centro della salvezza stessa”. Ireneo sottolinea il fatto che l’immagine, data una volta per sempre, è la base da cui l’uomo deve somigliare sempre più a Dio. “Così come l’immagine prende come punto di riferimento l’ideale del Verbo glorificato, la cui perfezione è l’uomo chiamato a raggiungere, la somiglianza sembra relazionata alla pienezza del dono dello Spirito che il Verbo dà alla carne nel cuore dell’uomo. L’uomo giunge, in definitiva, al livello dell’immagine e somiglianza personale di Dio, l’altezza personale del Verbo e somiglianza personale di Dio, forma che riveste nella risurrezione”.
Capitolo Secondo: L’UOMO, IMMAGINE DI DIO, CHIAMATO ALL’AMORE
“…in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7, 18b-19).
1. L’uomo come coronamento della creazione
L’uomo che ubbidisce liberamente alla legge di Dio facendo il proprio dovere, tributa a Dio l’omaggio della creazione come lui solo può farlo. “Siamo come i sacerdoti della creazione: la dominiamo, la usiamo per noi, ma sottomettendoci a Dio la portiamo insieme con noi, allo scopo finale della gloria di Dio. Con la nostra sottomissione a Dio, l’intera realtà con l’uomo, suo padrone, onora Dio”. La statua dell’uomo, si può immaginare così: in piedi sulla terra e con gli occhi fissi in cielo. La sublime missione dell’uomo è di dominare la terra e di guardare sempre a Dio. L’anello del mondo si salda nella libertà dell’uomo: a lui arriva tutto da Dio ed egli tutto riconsegna a Dio.
Tutta la Sacra Scrittura è un cantico di lode per le meraviglie che il Signore ha compiuto nella creazione. Dio, l’essere infinito, creando l’universo dona all’uomo la luce dell’intelligenza e la grazia della Rivelazione cosicché gli esseri, creati ad immagine e somiglianza di Dio, possano giungere alla comprensione dello stupendo progetto divino di “ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef 1, 10). Ciò significa che al centro della creazione vi è il Verbo di Dio, per questo l’apostolo Giovanni esclama: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui” (Gv 1, 3). L’umanità stessa è stata modellata sull’impronta del Figlio di Dio, Gesù (Eb 1, 3), secondo il disegno eterno del Padre (Ef 3, 11). Con l’incarnazione l’umanità ritrova il cammino della sua pienezza: essere figli di Dio (Rm 8, 16; Gal 4, 4). La Bibbia, contro ogni esagerato pessimismo, difende indubbiamente una visione positiva della creazione e dell’uomo. Essa è molto sensibile all’appello di giustizia e di pace che pervade le aspirazioni dell’uomo storico. Essa è convinta che la storia si muova nella pienezza di Gesù verso il Dio Padre, nonostante le esperienze che sembrano contraddire la crescita verso una maggiore umanizzazione.
L’uomo creato riconosce un ordine naturale nella sua vita e si trova orientato ad un fine. Si riconosce quello che è di diritto ad ogni uomo nel vedere l’ordine naturale delle cose nel mondo. In un mondo irrazionale l’ordine si dà per la forza, in un mondo razionale si dà attraverso il diritto. L’uomo nella sua dignità di persona è tutore e fondamento del diritto. Per conoscere bene gli altri e anche il loro Dio, l’uomo deve conoscere bene se stesso.
L’uomo, pur appartenendo al mondo visibile, alla natura, si differenzia in qualche modo da questa stessa natura. Infatti, il mondo visibile esiste “per lui” e lui ne “esercita il dominio”. Per quanto in vari modi sia “condizionato” dalla natura, egli la “domina”. La domina, forte di ciò che lui è, delle sue capacità e facoltà di ordine spirituale, che lo differenziano dal mondo naturale. Definendo l’uomo “immagine di Dio”, il libro della Genesi mette in evidenza ciò per cui l’uomo è uomo; ciò per cui è un essere distinto da tutte le altre creature del mondo visibile. Nella creazione, Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
2. L’uomo: soggetto e mistero
Il fatto che sia stata la filosofia ad assumere il discorso sull’uomo può essere capito anche come un tentativo di lasciare alla teologia, alla mistica, il mistero del trascendente nella creazione, mentre altre scienze umane si assumevano l’ampio campo della conoscenza oggettuale tenendo conto del fatto che l’uomo può essere soggetto-oggetto di una conoscenza positiva. Nel riconoscimento della limitatezza di ogni bene finito, l’uomo, nell’inquietudine del suo cuore, perviene a Dio, valore Assoluto. Secondo questa analisi l’uomo, nel profondo del suo essere, è una proiezione verso il Mistero. “La dimensione religiosa fa parte della intrinseca costituzione dell’essere umano”.
Cartesio definisce l’uomo come “uno che pensa”. Alcuni positivisti, invece, dicono che non è facile definire l’uomo perché egli è un mistero. L’uomo nella sua propria quotidianità incontra: il “problema”, nel dimensione di avere e il “mistero”, nella dimensione di essere. Spesso, il problema è esterno, quindi, può avere soluzioni, ma il mistero, invece, non ha una soluzione diretta perchè è più dell’apparenza empirica. Mentre il problema non fa parte dell’essenza della persona, il mistero è nell’uomo perché esso determina la sua propria esistenza e l’essenza.
L’uomo è un essere sussistente che ha due facoltà; la volontà e l’intelletto. La volontà è la capacità della decisione e l’emozione dell’uomo, mentre l’intelletto è la capacità di sapere. Si nota che nel mezzo della realtà l’uomo “sa”, e “non sa”. La conoscenza è l’abilità di capire e di assimilare la realtà. Con il suo intelletto l’uomo può sapere, ma non può sapere tutti i dettagli di ogni essere. Certo, la sua razionalità va più in là dell’animalità. La ragione dell’uomo aiuta a riconoscere che lui stesso è un paradosso. San Agostino dice che l’uomo è dotato dell’intelletto e di volontà che gli fanno riconoscere il suo Creatore e gli altri esseri nel mondo. Benché l’uomo ha questo potere del sapere, Freud con la sua psicoanalisi ci dice che c’è un aspetto dentro di noi che non è ancora stato scoperto. L’uomo nel suo sapere si sforza di dare il significato a tutto quello che incontra nella propria vita perché lui fa parte della creazione. Ma come sarebbe il mondo senza l’uomo? Questo mondo sarebbe chiamato “il mondo” prima di tutto? È solo l’uomo creato ad immagine di Dio che può chiamare, può cercare e dare il senso della propria vita e curare responsabilmente la creazione. Se non per l’uomo, le cose esisterebbero senza essere riconosciute e senza nessun valore!
Il Cristianesimo prende tutta la natura dell’uomo e lo tocca in profondità, al di là di tutte le differenziazioni etniche, razziali, nazionali, culturali; lo prende come uomo e come tale lo eleva alla partecipazione della vita divina. Nell’antropologia, il tema dell’immagine presenta la chiave di interpretazione dell’ininterrotta amicizia con Dio che crea, chiama e permette all’uomo di rispondere all’Amore con l’Amore, partecipando con Cristo, nello Spirito Santo, alla vita della Santissima Trinità che è vita di Amore. L’Amore è il vero fattore della divinizzazione dell’uomo e dell’intero cosmo. Nel rapporto io-tu l’amore si manifesta nell’altro come “in una rivelazione”. Ma l’uomo deve definirsi e deve capirsi bene per poter rispondere e realizzare il progetto della vera immagine nell’Amore di Dio.
3. Caratteristiche dell’uomo, immagine di Dio
La realtà dell’uomo “sembra” avere contraddizioni. L’uomo è un essere creato e abilitato a percepire la chiamata di Dio mediante la sua facoltà conoscitiva, nonché a rispondere a tale chiamata mediante la sua decisione di volontà. Parlando sull’uomo, sto riflettendo sulla mia propria realtà, facendo un riferimento ad un filosofo, Gabriel Marcel, il quale dice che l’uomo è un mistero perché nell’atto di definirsi egli sta definendo lui stesso. Questo è un compito difficile. L’uomo è un insieme da antinomie. Anzi, ogni parola di tale quesito pone, da sola, un interrogativo. Si nota che la realtà si rivelerà solo quando l’uomo si sforza di capirsi, senza permettere che i paradossi rimangano oscuri a se stesso e agli altri. “Tutto l’uomo è da salvare, per il fatto stesso che egli è una sostanziale unità: anima e corpo, intelligenza e cuore, volontà e sentimenti, materia e spirito”. La persona è un’unità nella pluralità ed abbraccia l’universo: essa è l’antinomia incarnata dell’individuale e del sociale, della forma e della materia, della libertà e del destino.
3.1. Storicità dell’uomo
In ogni momento della propria vita, “l’uomo assume il passato come esperienza vissuta, si protende al futuro come desiderio e vive fondamentalmente nel tempo presente in cui è del tutto se stesso”. L’uomo è un essere in cammino verso la propria identità finale che si completerà solamente quando giungeranno a piena maturazione i semi ricevuti nel venire all’esistenza. Il tempo e la storia divengono materia necessaria per l’esercizio della libertà di cui si alimenta la peregrinazione verso l’escatologico. L’uomo è visto come un “sussistente” e anche come un “incarico”. La persona è completa in se stessa con il corpo e l’anima, con l’intelletto e la volontà, ma allo stesso tempo egli è un compito da realizzare, una potenza da attualizzare. L’uomo “in atto” è “in potenza” di fronte alla vita eterna, suo vero fine. Si può dire che l’uomo è già (sussistente), ma non ancora (incompiuto). Tutti gli uomini hanno le stesse caratteristiche, come immagini di Dio, ma ogni persona ha il suo modo unico di agire e di essere, diverso dagli altri. La differenza viene dalla qualità di vita, anche se l’essenza rimane per il fatto che l’uomo è creato ad immagine proprio di Dio. “Il rapporto del tempo con la storia assomiglia al rapporto della materia di un’opera d’arte con la forma conferitale dal lavoro dell’artista. (...). Il tempo antecede, punta a diventare storia ed arriva ad essere tale quando l’uomo assume le valenze salvifiche immesse da Dio e le porta a completamento”.
La fede cristiana è una fede ancorata nella storia. Non è solo paradigma dogmatico, morale o rituale, ma essa è una storia di salvezza. La rivelazione di Cristo è consegnata nella Sacra Scrittura. Il perché della vita, della passione, morte e risurrezione di Gesù si trova nel suo Amore che ci rivela un Dio appassionato che si identifica e vive con gli altri. Gesù diventa così il modello dell’uomo, il quale è chiamato a configurarsi a Lui, l’Uomo perfetto in questa storia e nel mondo dell’aldilà.
3.2. Unità corporale e spirituale dell’uomo
Riferendosi alla realtà dell’uomo “spirito-incorporato”, lo spirito e il corpo sono due parti della stessa realtà. Lo spirito ha la qualità di trascendere nell’uomo. Questi fatti improntano la sua conoscenza della vocazione divina e la sua capacità di rispondervi, in senso positivo o negativo, sotto l’influsso delle passioni o sotto la pressione dell’ambiente che lo circonda. Per Platone, il corporeo sta al termine di una caduta e l’uomo è uno spirito che scopre la sua prigione e la sua degradazione nel vestito di carne. L’uomo è rappresentate di Dio nella creazione. Ciò che definisce l’uomo come immagine di Dio è che egli non stringe solo un rapporto di “parentela” con il mondo inferiore (biologico), ma soprattutto con Dio. “Il corpo partecipa dell’essere immagine di Dio e l’economia di salvezza si svolge attraverso un’economia della carne unita all’economia dello spirito”.
La fede ha come nucleo fondamentale l’incarnazione ed implica pertanto una riflessione sulla carne, sul corpo, sulla condizione umana. L’Eucarestia stessa, mistero centrale della vita cristiana, è partecipazione alla vita di Dio attraverso il corpo di Cristo nella sua morte e risurrezione. Anche la Chiesa è detta “corpo” di Cristo. Il cristianesimo non è riducibile né ad un idealismo in-corporeo né al materialismo puro. L’uomo è in unità di corpo ed anima che riceve lo Spirito del Padre: questa è la creatura fatta ad immagine di Dio. La verità di tutto ciò apparve quando il Verbo di Dio si fece uomo, rendendosi simile all’uomo e rendendo l’uomo simile a Lui. Prima di Cristo l’uomo era ad immagine di Dio, ma non era chiaro il suo pieno significato. Ma quando il Verbo si fece carne, confermò e dimostrò che l’immagine era vera perché Lui stesso la plasmò e ristabilì la somiglianza rendendo di nuovo l’uomo simile al Padre invisibile per opera del Verbo visibile. L’uomo nel corpo è immagine di Cristo risorto nel corpo. La risurrezione è la chiave di lettura dell’antropologia.
Secondo Ireneo, l’anima è il principio in-corporeo della realtà creata che si chiama uomo. Corpo e anima costituiscono la “natura umana”, la quale riceve vita tramite il soffio di Dio. Tramite il soffio vitale, la vita è reale, ma solo in quanto relazionale. Si potrebbe parlare di “animazione vitale” e di “vita spirituale”. Il soffio di vita non è ex nihilo, ma viene dalla vita, da Dio come un dono. Il soffio di vita è identificabile a volte con lo Spirito Santo (la fonte della luce), a volte con l’anima (ciò che è illuminato). Mentre nelle altre creature la vita data da Dio è animazione in modo esterno, nell’uomo è la realtà che agisce dal di dentro e dal di fuori come una “presenza”. “Se la carne non fosse stato oggetto di salvezza, il Verbo di Dio non si sarebbe fatto carne. Invece si è incarnato e quindi la carne santa rappacificò la carne dell’uomo che era tenuta nel peccato e fu ricondotta all’amicizia di Dio, amicizia che è salvezza”.
Come immagine di Dio l’uomo è stabilito in una relazione particolare che unisce la creazione e il Creatore. Come persona egli unisce in sé lo spirituale e il materiale. “Nell’essere composto, psicosomatico, che è l’uomo, la perfezione non può consistere in una reciproca opposizione dello spirito e del corpo, ma in una profonda armonia tra di loro, nella salvaguardia del primato dello spirito”. Il corpo rivela l’uomo, esprime la persona ed è perciò il primo messaggio di Dio all’uomo stesso, un “sacramento”, che trasmette efficacemente nel mondo visibile il mistero invisibile nascosto in Dio dall’eternità. Per l’effusione dello Spirito l’uomo diventa spirituale e perfetto rivelandosi così l’immagine di Dio.
3.3. Socialità e fragilità dell’uomo
L’uomo è “individuale”, ma anche “sociale”. La corporeità dell’uomo, aspetto essenziale del suo essere, comporta necessariamente la dimensione sociale. Benché individuale, l’uomo è nato in una famiglia per poter realizzarsi. È un fatto evidente l’interdipendenza tra gli uomini, che prende inizio dalla stessa discendenza fisica degli uni dagli altri; lo è anche la relativa impotenza in cui si trova l’uomo quando nasce, se lo confrontiamo con la maggior parte degli animali, che accentua la sua necessaria dipendenza dai genitori e dalla società in generale. Nella descrizione dell’uomo, Aristotele afferma che l’uomo vive nella società da dove impara a diventare un essere umano e dove trova l’ambiente del compimento e dello sviluppo. L’uomo è un’animale sociale e razionale. Si può dire che esisto perché tu sei; perché tu sei, esisto. Come dice Emmanuel Levinas, nel volto dell’altro vedo il mio volto perché siamo dalla stessa radice dell’immagine.
L’uomo è “libero”, ed anche “limitato”. L’identità dell’uomo si manifesta nel suo agire libero, frutto del rapporto tra libertà, coscienza e anticipazione del senso o del bene. “L’uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l’uso della libertà”. L’uomo è libero di fare scelte giuste anche nelle condizioni peggiori, come attesta Victor Frankl, dopo la sua esperienza in un campo di concentramento in Germania. Frankl ha coltivato una libertà fortemente interiore che l’ha guidato serenamente in quella brutta situazione. L’uomo per il fatto della sua creazione ad immagine di Dio, è libero moralmente, spiritualmente, politicamente ecc. Ma la nostra libertà è limitata da fattori esterni, per esempio la società, la cultura, l’economia, la politica ecc. Nel suo libro “Il contratto Sociale”, Rousseau J., dice che l’uomo nasce libero, ma è sempre in catene. Possiamo chiederci se l’uomo può fare tutto quello che vuole (anche il male) per il fatto di essere libero? La persona come soggetto di coscienza e di libertà è responsabile in ogni atto e in ogni suo pensiero sul mondo, non solo davanti agli uomini, ma anche davanti al suo Creatore. L’uomo nella sua libertà sceglie di costruire la sua storia, da senso alla sua vita e anche a quella dell’altro. La natura sociale dell’uomo che cerca il perfezionamento richiede la comunità politica che deve emanare leggi giuste e ragionevoli secondo la dignità e il benessere della persona. La base di giustizia di una legge è la realtà della persona umana. L’uomo nella sua relazionalità è origine della società civile. Il sociale è al servizio della perfezione dell’uomo. E l’uomo lo sostiene. La comunità politica è a servizio della società civile. E la società la sostiene.
L’imitazione e sequela di Gesù conducono l’uomo alla vera libertà e ad essere se stesso. Il compimento di una legge esteriore non costituisce nessun cammino di salvezza. “La norma fondamentale di condotta del cristiano è l’Amore a Dio e al prossimo, una legge interiore certamente più esigente di qualunque altra, che però nasce dal cuore stesso del credente e non è imposta da nessuna istanza esterna”. Il cristiano giustificato per la fede e liberato da Cristo dalla legge del peccato e della morte è libero precisamente per l’Amore.
Il racconto della creazione della Genesi mette in evidenza come l’uomo non sia stato creato come un individuo isolato: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). Dio ha posto i primi esseri umani in relazione l’uno con l’altro, ognuno con un “partner” dell’altro. La Sacra Scrittura afferma che l’uomo esiste in relazione con altre persone, con Dio, con il mondo e con se stesso. Secondo questo concetto, l’uomo non è un individuo isolato, ma una persona: un essere essenzialmente relazionale.
Il dinamismo incessante che pervade la storia dell’umanità non si riduce mai alla volontà di affermare e di realizzare se stesso; è un appello alla verità, alla bontà creatrice e alla partecipazione, all’amore e alla giustizia. L’umanità non è soltanto spinta dal desiderio di felicità, ma dalla volontà di far felici anche gli altri. “L’uomo non è mosso soltanto dal bisogno di essere riconosciuto da parte degli altri, ma anche dalla gioia di riconoscere e di rispettare gli altri e di far giustizia a tutto e a tutti”. Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli. Tutti, creati ad immagine di Dio, “che da un solo uomo ha prodotto l’intero genere umano affinché popolasse tutta la terra” (At 17, 26), sono chiamati all’unico e medesimo fine, Dio stesso. Perciò l’Amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. Dalla Sacra Scrittura, infatti, siamo resi edotti che l’Amore di Dio non può essere disgiunto dall’amore del prossimo. La pienezza perciò della legge è l’Amore (Rm 13, 9-10; Cf. 1Gv 4, 20). Anzi il Signore Gesù, quando prega il Padre, dice: “Tutti siano uno, come anche noi siamo uno” (Gv 17, 21-22). Gesù ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e quello dei figli, fatti ad immagine di Dio nella verità e nella carità.
“L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (GS 24). Dall’indole sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Il principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere l’uomo. La vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo. Secondo la dottrina sociale della Chiesa, “la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno sempre dentro il bene comune la loro propria autonomia” (CA 13).
3.4. Sessualità e perfezione della comunione
L’intrinseco vincolo dell’uomo con gli altri membri dell’umanità si visibilizza in maniera particolarmente forte ed eccellente nella misteriosa realtà della diversità, comunicazione e nella complementarità dei sessi: “Dio creò l’uomo a sua immagine; ad immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). La crescita dell’uomo, infatti, non può limitarsi solo al moltiplicarsi (Gn 1, 28) o all’aumentare degli anni, essa si esplica soprattutto nel crescere in quanto immagine di Dio. La Chiesa proclama che la vita familiare è fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, uniti da un vincolo indissolubile, liberamente contratto, aperto alla vita in tutte le sue fasi. La famiglia è la fonte feconda della vita, il presupposto primordiale e insostituibile della felicità individuale dei coniugi, della formazione dei figli e del benessere sociale, come pure della stessa prosperità materiale della nazione. La famiglia è una scuola di umanità e di valori perenni, ambito principale nell’educazione della persona all’Amore e nell’Amore.
La sessualità, è la vocazione dell’uomo ad essere una sola cosa con il diverso da sé. L’uomo e la donna sono la manifestazione del primato della comunione interpersonale. “Cardine della sessualità è l’amore che coniuga, armonicamente le tre valenze dell’intersoggettività: la parità, la diversità, e la complementarità”. Si legge nel Gn 2, 18: “Non è bene che l’uomo sia solo (…)”. Queste parole, oltre a indicare semplicemente il valore del matrimonio, rilevano l’esigenza umana della comunione universale a livello orizzontale con gli altri uomini e verticale con Dio. Si comprende la ragione per cui la Bibbia spesso e volentieri ha formulato il mistero dell’Alleanza nei termini di un rapporto sponsale. L’uomo, infatti, raggiunge la sua perfezione in comunione con gli altri.
Il cristianesimo è la perfezione della relazione. Il regno di Dio è la complessità delle relazioni trasformate dall’Amore. Per Ireneo, la persona è inserita nella vita di comunione che si genera e si alimenta come vita spirituale, cammino di crescita dall’immagine alla somiglianza, secondo un movimento trinitario di comunione. L’uomo ad immagine del Dio Trino è un essere della comunione e nel compimento della sua perfezione. Gesù cercherà di riportare l’immagine alla sua bellezza iniziale, prima di tutto nel matrimonio. La parola “comunione” dice l’unità dell’uomo totale, misticamente restaurata nella Chiesa che perciò si può chiamare koinonia.
4. Situazione originale dell’uomo immagine di Dio, prima della caduta
Il racconto jahvista rispetto a quello sacerdotale ci presenta un Dio più familiare, più vicino agli uomini. Dio viene caratterizzato con forti antropomorfismi, alcuni comuni all’ambiente culturale dell’antico Medio Oriente: un Dio “artigiano” che agisce come un vasaio, un “giardiniere” che coltiva un paradiso, un “medico” che fa dormire e che toglie una costola. Riguardo ai racconti antichi extrabiblici, troviamo un’immagine molto più positiva dell’agire di Dio e dell’essere dell’uomo. Jhwh-Elohim è un Dio pieno di attenzione per l’uomo. Lui stesso “pianta” un giardino nell’Eden: vi fa “germogliare” ogni sorta di alberi soprattutto “l’albero della vita” e “l’albero della conoscenza del bene e del male” . Affinchè l’uomo non rimanga solo, Dio crea la donna, pari in tutto all’uomo per la vita intellettiva ed affettiva.
“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1, 31). Tutto il creato è buono. Il tutto è valutato in modo superlativo. La benedizione divina viene impartita in seguito alla creazione dell’uomo, sebbene si trova anche in riferimento agli animali superiori. Dio benedisse l’uomo perché fosse fecondo e si moltiplicasse e perché soggiogasse e dominasse sulla terra (Gn 1, 28). Dall’inizio alla fine dei tempi, tutta l’opera di Dio è sostanzialmente una benedizione. Infatti, in principio, Dio benedice gli esseri viventi (Gn 1, 22). Tutte le singole parti sono “buone” e l’universo nel suo insieme è “ottimo”. Il brano della creazione dell’uomo ha tre temi principali: creazione dell’universo (Gn 1, 1-0); creazione degli esseri viventi (Gn 1, 11-25); creazione dell’uomo (Gn 1, 26-31). Il mondo creato è come un immenso tempio, il santuario di Dio. Tutte le creature della terra sono come i celebranti di un’immensa liturgia cosmica. Al centro della realtà creata c’è l’uomo, sommo sacerdote della creazione, a cui tutto il resto è orientato e a cui tutto è subordinato. L’uomo manifesta nel mondo la presenza di Dio, perchè è creato all’immagine di Dio e collabora nel fare del mondo un immenso santuario dove viene celebrato il culto in onore del Creatore.
5. L’uomo immagine di Dio, dopo il peccato
Il peccato appare come un’offuscamento dell’immagine di Dio nell’uomo. Nella concezione tradizionale c’è stato un solo peccato, quella di Adamo, primo padre, trasmesso a tutti gli uomini. Il peccato della disobbedienza di Adamo è nella sua pretesa di impadronirsi delle cose di Dio senza Dio, prima di Dio e non secondo Dio. La caduta dei progenitori non ha distrutto l’immagine di Dio nell’uomo ma, l’ha solo velata, offuscata.
L’immagine, secondo la tradizione sacerdotale descrive il mondo come è uscito dalle mani di Dio e, quindi, l’uomo nella sua felicità iniziale (Gn 1, 1-2, 4a). Al secondo racconto della creazione segue quello della caduta. Da una situazione di armonia e serenità, in cui l’uomo dialoga familiarmente con Dio, vive in un rapporto sociale fondato sull’Amore e lavora la terra dominandola, si passa ad una situazione di attrito, pervasa dalla discordia e della dissolutezza. Il racconto jahvista spiega che la causa del male si trova nel peccato dei progenitori (Gn 3, 1-7), a cui seguì la condanna da parte di Dio (Gn 3, 8-19) e la loro espulsione dal Paradiso (Gn 3, 20-24).
L’uomo può e deve rispondere con un “sì” alla chiamata di Dio; ma invece si trova rispondendo con un “no”: il peccato. Nel confronto dell’uomo con Dio (Gn 3, 8-13), il risultato e il primo effetto del peccato è che l’uomo invece di diventare come Dio scopre la sua più profonda miseria. È “nudo”, cioè degradato. L’uomo non ha raggiunto quanto pensava. Fuggì da Dio e vigliaccamente scaricò sugli altri la propria responsabilità. Ma Dio non fugge, resta e chiama i responsabili del peccato al rendiconto. L’uomo e la donna si accusano a vicenda, perché il male divide, non unisce. Appaiono anche gli aspetti del conflitto del “cuore” umano: la morte, la concupiscenza cioè dell’inclinazione spontanea ai comportamenti giudicati cattivi e l’inevitabilità del peccato, che infetta l’esistenza umana con un senso di colpevolezza.
Ma sul peccato dell’uomo prevalse la misericordia di Dio, che nonostante tutto offrì all’umanità una sua promessa di salvezza (Gn 3, 15). “A causa del peccato, il male si diffuse su tutta la terra” (Gn 4). L’immagine di Dio è intesa come apertura dell’uomo a Dio. Anche dopo la caduta, Dio è sempre colui che nel Suo grande Amore dona l’essere, la vita e la ragione. L’uomo, dunque, anche se ferito dal peccato di Adamo e assieme a lui tutta la creazione, non cammina verso il nulla, ma è indirizzato a raggiungere il Bene Sommo, Dio. Alla fine l’umanità radicata nell’immagine di Dio sarà vincente perché schiaccerà il capo del serpente, satana. È il primo annuncio di salvezza, il Protovangelo (Gn 3, 15). Cristo ha realizzato questa vittoria, perchè “l’Amore di Dio è più grande del peccato dell’uomo”. Il giardino è chiuso e difeso, ma Dio è sempre pronto a riaprirlo e a ricondurre l’uomo alla casa dove viveva felice.
5.1. ‘Stato originario’ e privazione della grazia
“Per comprendere la mancanza di grazia con la quale l’uomo viene al mondo, dobbiamo interrogarci sull’origine da cui parte la storia di peccato, cioè dal peccato originale”. Il peccato originale ha il suo influsso negativo su ogni uomo e su tutto il mondo. È quello “stato di peccato” in cui ogni uomo si trova per il semplice fatto di essere “uomo” è quella tensione inevitabile tra ciò che l’uomo desidera essere e fare, e ciò che egli realmente è e fa. Quella tensione drammatica di cui San Paolo parla di non compiere il bene che vuole, ma il male che non vuole (Rm 7, 11-25). Il “peccato originale” può significare la colpa commessa dal primo Adamo e che tutti noi ereditiamo e lo stato di peccato nel quale vive ogni uomo, al di fuori della Redenzione realizzata da Cristo.
La dottrina sullo stato originale nella teologia patristica risultava dalla combinazione di un elemento biblico che configurava lo stato originale in modo paradisiaco alla luce del giudaismo inter-testamentario e di un dato culturale che leggeva lo stato originario come il punto di partenza di una storia vista o come decadenza da uno stato di perfezione (Origene) o come luogo dell’esercizio della libertà umana proiettata verso una meta finale (Ireneo). Così lo stato di perfezione e di immortalità venivano attribuiti sin dall’inizio all’uomo, oppure erano prospettati dentro la dinamica della storia della salvezza che va da Adamo a Cristo. In tal modo, presso i Padri lo stato originario consiste nell’unità di grazia e di libertà, con i rispettivi doni di immortalità, di integrità, di scienza e di assenza di dolore (doni supernaturali), con i quali sostanzialmente si pone l’accento sulla condizione della singolare armonia con cui l’uomo è uscito dalle mani di Dio per essere il partner del dialogo salvifico in attesa di Cristo.
Secondo l’insegnamento di Trento “il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione e perciò è proprio di ciascuno” (Cf. CCC 419). San Paolo dice: “A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché in lui tutti hanno peccato” (Rm 5, 12). Ricordiamo che il peccato originale in nessun modo ha un carattere di colpa personale. Le libere scelte peccaminose dell’uomo come l’odio, l’egoismo, l’ingiustizia, lo sfruttamento, l’indifferenza e il disimpegno nei riguardi degli indifesi, ecc., producono situazioni di male non degne dell’essere umano. Emerge con chiarezza l’identità della natura umana prima e dopo il peccato sia nella sua dignità sia nelle sue capacità naturali. La “grazia”, infatti, non ha influenza diretta sull’esercizio naturale delle facoltà della natura umana, ma ha il compito di trasportarla dall’ordine naturale all’ordine soprannaturale. Il peccato toglie all’anima e all’uomo l’entità che gli permette di raggiungere Dio e di conformarsi a Lui. Questa forma speciale tecnicamente si chiama similitudo. Il peccato, quindi, toglie o diminuisce la similitudo dell’anima con Dio, che viene ristabilita con la grazia di Dio attraverso Cristo.
5.2. Peccato come rifiuto della vita divina
Il peccato è rifiuto della comunione con Dio. Nella sua infinita sapienza e bontà Dio, per mezzo del suo Figlio incarnato, ha voluto comunicare l’unità con l’uomo. Però, l’uomo, ha rifiutato liberamente questa offerta di comunione con Dio; ha voluto autogestirsi, essere “autonomo” da Dio. Per l’uomo, rifiutare Dio significa alienarsi da ciò che costituisce la fonte della sua vita, significa morire. Il peccato, quindi, significa morte e questo non in senso etico e metaforico, ma in senso vero e reale. Si può capire che cosa significhi la salvezza se si comprende che cosa significhi peccato. “È impossibile vivere senza vita, ma la vita è possibile solo grazie alla partecipazione di Dio”. Converge il profetismo che interiorizza e personalizza il peccato fino a parlare di un cuore indocile, di un cuore falso e diviso, di un cuore incirconciso, di un cuore malvagio. Il male è disobbedienza perché attraverso di essa non ci si conforma più né a Dio né all’altro. Si interrompe il flusso vitale derivante dal fatto che siamo stati creati ad immagine di Dio.
Infatti, poiché l’essere creato ad immagine di Dio è il dato costitutivo della persona umana, anche il peccato nel suo aspetto negativo tocca l’essere stesso dell’uomo. Con il peccato viene meno per l’uomo la stessa capacità di essere se stesso, perchè il peccato distrugge la sua armonia. Basandosi sul concetto aristotelico che tutte le cose tendono verso un unico fine, si può dire che il peccato ci fa allontanare dal fine ultimo, cioè da Dio, Sommo Bene, tendendo, invece, verso un fine improprio.
L’uomo è stato creato libero e non può rimanere neutrale in questo mondo: o egli aderisce alla volontà di Dio, oppure concorre alla distruzione del rapporto. L’uomo può scegliere il bene solo se è libero, altrimenti la sua obbedienza non sarebbe più una scelta ed il bene non sarebbe più tale se fosse una costrizione. Il Creatore, per questo, non ha imposto all’uomo di sceglierlo, ma lo ha lasciato libero di cercarlo spontaneamente. Per “libertà” non si deve intendere il poter fare qualsiasi cosa, ma il cercare spontaneamente ciò che è bene (GS 17). Da questo fatto si coglie tutta la serietà della libertà umana, che consiste nella libertà di scelta, cioè nella possibilità di costruire un mondo secondo Dio, o di distruggere questo mondo e contribuire nella costruzione di un mondo di falsità. Il peccato consiste nel non mettersi dalla parte di Dio, che è l’Essere, ma dalla parte del non-essere. “L’uomo tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio” (GS 13).
La grazia è nell’essere umano in quanto partecipante all’Essere stesso di Dio. Dio è l’Essere nella Sua pienezza. L’uomo esiste in quanto riceve continuamente l’essere da Dio per partecipazione, come immagine di Dio. Cessare di comunicare con Dio – in questo consiste il peccato – significa semplicemente cessare di essere, cioè morire. La libertà è nell’uomo come una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà. La libertà raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, l’uomo si inganna da sé e diviene schiavo del peccato. “Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, spezza la fraternità con i suoi simili e si ribella contro la volontà divina” (cf. CCC 1731-1740).
5.3. Conseguenze della caduta dell’uomo
Il peccato, in un senso reale, provoca una divisione al suo interno tra corpo e spirito, conoscenza e volontà, ragione ed emozioni (Rm 7, 14-15). “Ma, la struttura ontologica dell’immagine, seppure colpita dal peccato nella sua storicità, permane nonostante la realtà delle azioni peccaminose”.
5.3.1. Rottura dell’amicizia originale con Dio
Nella prospettiva dell’imago Dei, che nella Sua struttura ontologica è dialogica o relazionale il peccato è rottura del rapporto con Dio. Questa alienazione da Dio turba il rapporto dell’uomo con gli altri perché ogni peccato ha la sua portata a livello sociale. Esso non è solo un’azione privata di un singolo, ma riguarda tutto l’ambiente dove vive l’uomo, anzi tutta l’umanità (cf. 1Gv 3, 17).
Nella patristica i temi del peccato e della libertà sono trattati indivisibilmente l’uno dall’altro, poiché entrambi si richiamano reciprocamente. Quindi il peccato ha la sua radice nella consapevole e libera scelta del male da parte della persona umana. Il peccato è ritirarsi dalla possibilità di partecipare alla vera vita che è la relazione personale e alla comunione di Amore con Dio. L’uomo, staccandosi da Dio e dalla propria vocazione esistenziale di vivere nella comunione con Lui e in Lui con gli altri uomini, si auto-aliena e si perde nell’inquietudine, nella sofferenza e nell’infelicità. Sotto il peso del peccato, l’uomo spesso assume anche un atteggiamento di sfiducia verso Dio e verso gli altri. Adamo, dopo il peccato, si rende conto della propria nudità che simboleggia questa divisione. Un altro effetto del primo peccato è la maledizione del suolo. L’uomo dovrà mangiare il pane non più come un frutto spontaneo della terra, ma a forza del lavoro duro e la donna sentirà il dolore del parto (Gn 3, 17-19). Anche la morte è il risultato del peccato originale. Con la disobbedienza, l’uomo ha spezzato il suo legame con la fonte della vita: Dio.
Karl Barth mette in rilievo con nettezza di contorni il carattere anti-divino del peccato: “L’uomo ha voluto e vuole essere come Dio e per espiare questo orgoglio Cristo si è fatto uomo. L’uomo ha voluto e vuole essere assoluto signore e per espiazione Cristo si è fatto servo. L’uomo ha voluto e vuole essere lui stesso giudice, determinando autoritariamente il bene e il male, il divino Giudice invece si lascia giudicare e appendere alla croce. Nella sua arroganza l’uomo non vuol nemmeno accettare la redenzione da Dio, ma vorrebbe esser lui stesso il proprio redentore. È anzi arrivato al punto da mettere in croce il suo stesso Redentore”.
Come conseguenza del peccato originale, la natura umana si è indebolita nelle sue forze, è sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza, alla morte (cf. CCC 418). “Il peccato è un male “morale”, cioè il male dell’uomo in quanto uomo, la distruzione della sua umanità è una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza” (GS 13). L’uomo cerca di realizzare la propria felicità disinteressandosi di Dio e guardando soltanto verso le proprie risorse. Egli crede che, con l’impegno puramente umano sarà in grado di realizzare il sogno dell’umanità verso il suo senso e il suo fine. In ultima analisi la libertà e la liberazione dell’uomo devono essere portate dalla speranza in Dio, altrimenti l’uomo sarà radicalmente perduto.
5.3.2. Inclinazione al male
La riflessione teologica ha cercato di spiegare il disordine e la disarmonia esistente nell’uomo. La concupiscenza è come una forza estranea alla vera natura dell’uomo, introdotta dal di fuori. Tale riflessione è stata notevolmente influenzata dall’ellenismo che pensò di trovare la spiegazione della scissione interna della psiche umana nell’antagonismo tra lo spirito e la materia. Lo spirito, come razionalità sarebbe di per sé eticamente perfetto; ma lo spirito rinchiuso in un corpo, patisce tendenze irrazionali, le “passioni”. La concupiscienza sarebbe, dunque, un insieme di inclinazioni spontanee e irrazionali, che tendono a valori sensitivi, specialmente al diletto e non sono sottomesse alla ragione, tanto che sopravvivono anche quando sono disapprovate dalla ragione e possono trascinarla a ciò che essa giudica male.
“La concupiscenza è vista come la soppressione o indebolimento di una forza, che dovrebbe tenere in equilibrio le altre inclinazioni, ugualmente buone”. In questo senso il male non è l’esistenza di una tendenza, ma la deficienza di una forza che dovrebbe controbilanciare e così salvare l’ordine armonico della struttura dinamica dell’uomo. “La concupiscenza, in quanto oppone una resistenza passiva all’impegno arduo, si sottrae alla magnanimità e alla generosità, oppone un rifiuto istintivo allo sviluppo, si ribella contro i rischi e si blocca in forme infantili, puramente ricettive. Infatti, nella vita umana, realizzabile solamente nel costruirsi progressivo della storia, il rifiuto all’impegno personale di svilupparsi, equivale ad una forza distruttiva”.
Il Concilio di Trento – in opposizione ai protestanti, secondo cui la concupiscenza rimane anche nei giustificati, è peccato – riconosce che nei rigenerati rimane la concupiscenza, che la concupiscenza inclina gli uomini al peccato, in modo che i giusti debbono virilmente combattere contro di essa. “Il Concilio insiste, però, specialmente nell’insegnare che la concupiscenza in coloro che non consentono ad essa non è peccato”. La concupiscenza non è talmente congiunta con il peccato da non poter esistere nei giusti; per cui, il Creatore avrebbe potuto creare uomini innocenti già con la concupiscenza.
5.3.3. Visione deteriorata dell’immagine di Dio nell’uomo di oggi
L’uomo di oggi, sotto il pretesto del sapere tutto e nell’uso disordinato della razionalità scientifica, in un modo o nell’altro tende ad abusare questa immagine di Dio e cade in atteggiamenti di indifferenza verso Dio e di irresponsabilità particolarmente nell’ampio campo della bioetica: aborto, contraccezione, clonazione, eutanasia, suicidio, trapianto di organi, manipolazioni, droga, omicidio, pena di morte, omosessualità, adulterio, prostituzione, inquinamento dell’ambiente, guerra, individualismo e tendenza verso l’autosufficenza, corruzione ecc. Tutti questi atteggiamenti non promuovono la vita umana perché strumentalizzano l’uomo, abbassando la sua dignità di immagine di Dio e degno di rispetto.
La critica del falso ottimismo dell’uomo di fronte alla realizzazione della salvezza, si articola attorno ad alcuni poli dove questa tendenza patologica verso il male si cristallizza maggiormente, fino a diventare sorgente di dolori, di sofferenze e di mali nascosti. In particolare nell’“idolo dell’avere”, accanto all’uomo che lotta per un pezzo di pane, c’è chi mette il senso della vita nell’accumulare beni. Da questo scaturisce ogni forma di ingiustizia nei confronti dei poveri. Il senso fondamentale dei beni, che sono al servizio di tutti, viene travisato. Questo è sottolineato soprattutto nel NT. In quanto all“idolo del potere”, la Sacra Scrittura illustra quanto sia forte nell’uomo il sogno di dominare attraverso l’esercizio del potere. Ma il potere assolutizzato in misura più o meno pronunciata, diventa sorgente di infiniti mali nell’umanità. La storia del popolo d’Israele illustra drammaticamente le lotte per il potere, le guerre, l’oppressione, lo sterminio, ecc. Anche al tempo di Gesù era molto vivo l’ideale di un potere militare che facesse di Israele una grande nazione. Il libro della Sapienza può rispondere all’atteggiamento giusto verso il potere: “Amate la giustizia, voi giudici della terra, pensate al Signore con bontà d’animo e cercatelo con cuore semplice” (Sap 1, 1). L’insegnamento di Gesù va profondamente in un’altra direzione. Se l’esercizio del potere non è visto come un servizio, sarà sempre sorgente di male e di oppressione, ed alimenterà l’“idolo dell’autosufficienza” e dell’“orgoglio” della vita.
La mentalità giudaica, pagana ed antica era profondamente religiosa, facendo del rapporto dell’uomo con la natura un rapporto propriamente religioso, pieno di timore e di rispetto, talvolta perfino di terrore. Il Greco, per esempio, sentiva l’obbligo di stipulare tra la natura e se stesso una specie di contratto sacro. Violare le leggi della natura, varcarne i limiti, era rendersi colpevoli di un “abuso” sacrilego. La scienza moderna, per esempio, è nata dalla decisione cosciente di spiegare la natura con la natura nel ricorso all’esperienza, la coerenza matematica e l’esercizio sistematico del dubbio metodico, da Cartesio in poi , senza ricorrere ad interventi Soprannaturali!
5.3.3.1. Deteriorazione della mentalità e della moralità
Oggi, sotto la spinta della razionalità scientifica e tecnologica, l’uomo affronta una prospettiva che sembra implicare l’apparente eliminazione delle soglie “sacre”, sostenute dalla vita e dalla coscienza. Le nostre concezioni attuali sul mondo tendono ad una desacralizzazione, anzitutto, della soglia della materia, della vita e dello spirito. Esse ci vengono fornite dal discorso scientifico ed è questo discorso – divulgato dalla stampa, dalla televisione o dai libri della scuola – a costituire la nostra immagine del mondo, chiudendosi, così, alla scoperta della ricchezza enorme dell’immagine di Dio impiantanto nell’intimo di ogni essere umano. L’uomo moderno si trova a vivere in un mondo che pensa di dare soluzioni umani a tutti i problemi e tenta di eliminare Dio in questo universo dove si svolge la nostra finita attività umana! L’uomo d’oggi rischia di vivere senza una profonda preoccupazione di formare bene la propria coscienza!
“Oggi, la coscienza morale, sia individuale che sociale, è sottoposta, anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e il male in riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. “Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell’anima (cf. Mt 6, 22-23), chiama ‘bene il male e male il bene’ (cf. Is 5, 20), è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della più tenebrosa cecità morale” (EV 24).
5.3.3.2. Deteriorazione dei valori umani
È possibile mostrare come molti valori rivendicati dalla moderna società occidentale (libertà, uguaglianza, fratellanza, progresso, universalismo, rispetto della persona umana, ecc.) siano per una buona parte di origine cristiana. È chiaro che questi valori hanno oggi conquistato uno statuto puramente profano. Voglio semplicemente dire che i valori sono profani nel senso perchè sono abbandonati o, nel senso che chi vi si dedica può non essere conscio di dedicarsi, attraverso ad essi, a quel fine ultimo da cui ogni valore trae la propria consistenza. Essi sono, allora, l’ultimo impegno a cui si deve dedicare coscientemente e liberamente chi li promuove.
D’altra parte, qualunque cosa si dica del confronto tra Chiesa ed etica moderna, mi sembra almeno certo che l’etica rischia di non munirsi di fondamenti religiosi. Al centro assoluto attorno a cui gravitono i diversi elementi della vita morale, sociale e civica, si rischia di eliminare l’atteggiamento religioso e di affidarsi solo ai valori etici, se gli pratticano! Ci vuole un’intergrazione dell’etica e la religione, per poter trovare il senso proprio dell’uomo in Dio.
5.3.3.3. Irresponsabilità verso la natura
La scienza, per il solo fatto di spiegare la natura, ne elimina progressivamente l’aspetto mitico che riempiva i Greci di rispetto e di timore. Al rispetto e di sottomissione, oggi si mette l’accento sulla volontà assoluta di dominazione radicale. L’uomo moderno vuole sottomettere tutto a sé. Tuttavia ciò non significa che si possa toccare tutto indifferentemente e irresponsabilmente! Il progresso tecnologico ha accresciuto la nostra capacità di controllare e dirigere le forze della natura, ma ha anche finito con l’esercitare un impatto imprevisto e forse incontrollabile sul nostro ambiente e persino sullo stesso genere umano. Infatti, siamo lontani dall’avere decifrato integralmente le leggi della natura. Anzi, l’uomo moderno intende affidare alla propria libertà la cura di dare a se stessa le leggi della sua presa di possesso di un mondo che vuole a tutti i costi sottomettere.
A partire dal secolo XVI l’uomo ha deciso di spiegare e dominare la natura mediante la sola natura. Ora egli crede di capirla, di dorminarla senza ricorrere a nessuna altro ordine di realtà e conoscenza. Contemplando oggi il suo successo materiale, l’uomo giustifica il fatto di non ricorrere a Dio perché gli sembra inutile ed illusoria. Con ciò non intendo affermare che la scienza e la tecnica si oppongano, sia pure parzialmente, alla religione o alla fede. Dico semplicemente che ci abituano a pensare ad un universo senza Dio e a situarci in un universo senza Dio. Per ciò, si può dire che l’universo dell’uomo d’oggi è un universo senza Dio, un universo desacralizzato, un universo purtroppo profano. Ma il successo materiale non è tutto per l’uomo, perchè la ricchezza umana non salverà l’anima dell’uomo dopo la sua morte. L’uomo usando bene, i doni naturali, deve sempre sottomettersi alla provvidenza divina e alla volontà di Dio in tutto ciò che ha e in ciò che è.
5.3.3.4. Indifferenza verso la religione e verso Dio
La storia delle religioni mette in evidenza l’universalità del bisogno religioso e le affinità esistenti tra le varie forme culturali che esprimono tale bisogno. L’uomo moderno è fortemente tentato di rifiutare qualsiasi credenza oggettiva in una realtà trascendente, perché è considerata come alienante della libertà e contraria alla fede vera. Questo fenomeno di “assimilazione” può portare ad una sorprendente desacralizzazione cristiana, più specificamente religioso, in quanto le parole stesse di Dio, fede, soprannaturale, grazia vengono allora a trovarsi abbassate e intese sul piano orizzontale delle attività umane. Spetta alla vita di fede darsi i comportamenti religiosi che esige.
Nel ricercare le radice più profonde della lotta tra la “cultura della vita” e la “ cultura della morte”, tipica del contesto sociale e culturale dominato dal secolarismo, non ci si può fermare all’idea perversa di libertà di un potere assoluto dell’uomo sugli altri e contro gli altri. “Chi ci lascia contagiare da questa atmosfera, entra facilmente nel vortice di un terribile circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita” (EV 21). Il senso di Dio e dell’uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l’individualismo, l’ultilitarismo e l’edonismo.
La cosidetta “qualità della vita” è interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, l’uomo si riduce in qualche modo a “una cosa” e non coglie più il carattere “trascendente” del suo “esistere come uomo”. In questo senso, l’uomo “non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà ‘sacra’ affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua venerazione” (EV 22). Essa diventa semplicemente “una cosa” che egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e manipolabile. In realtà, vivendo “come se Dio non esistesse”, l’uomo smarrisce non solo il mistero di Dio, ma anche quello del suo stesso essere.
6. La via della Speranza per l’uomo
La storia dell’uomo viene descritta come una storia di Dio e degli uomini; la storia di un Amore misericordioso; la storia di un cammino segnato da continui interventi di Dio, una storia che senza Dio gli uomini non avrebbero potuto vivere. Dopo il peccato e nonostante l’accaduto, Dio appare nel giardino e intraprende un dialogo che da una parte rende manifesta la disubbidienza commessa, ma dall’altra, si mostra pieno di misericordia, annunziando una speranza di Salvezza. Nonostante tutte le tendenze disordinate e profane dell’uomo, la Parola di Dio non ci insegna la storia, la geografia, la scienza, ma la manifestazione dell’Amore di Dio che era già presente all’inizio del mondo, che è entrato nella storia dell’uomo, si è messo a camminare accanto a lui, lo ha condotto ad un’amicizia sempre più intima con sé, lo ha liberato dalla schiavitù di se stesso e lo sta guidando nel suo pellegrinaggio terreste, attraverso lo Spirito di colui che è l’immagine prediletta del Padre, Gesù Cristo, Redentore.
La condizione storica di distacco da Dio, di “offuscamento della immagine”, di non-identità, ha un assoluto rilievo antropologico. È l’uomo concreto, è l’uomo storico ad avere peccato nel senso che il suo cuore, il centro della sua vita, si identifica con il rifiuto di Dio e la pretesa di autosufficienza. Orbene è proprio questo uomo peccatore, sul quale la Sacra Scrittura non si fa illusioni, ad essere chiamato a diventare partner di Dio e a vivere in pienezza la dignità della immagine. L’immagine di Dio è allora da pensare come una conversione, come un passaggio dal peccato alla salvezza in forza di quel Dio che ha giurato fedeltà (Dt 7, 8-9), che esorta a ritornare (Ger 3, 7-12; Os 2, 8-9), che come buon pastore va in cerca delle pecore smarrite (Ez 34), che circonciderà il cuore del suo popolo perché finalmente viva (Dt 30, 6).
La relazione dell’uomo con Dio evidenzia così un Dio che prende sul serio la vita dell’uomo peccatore per rispondervi con quell’impegno amoroso e potente che vince ed annulla il male. La nuova Alleanza è il punto più alto delle intuizioni della fede. Dio darà all’uomo il suo stesso Spirito per ricrearlo a novità di vita, porrà in lui la sua legge come cuore nuovo, darà una nuova guida per le sue decisioni e per la sua vita (Ger 31, 31-34; Ez 36, 23-27). In questa nuova Alleanza Dio non è solo l’interlocutore dell’uomo, ma addirittura il Creatore della Sua vera identità: non dà solo una legge che giudichi da fuori la persona, ma pone il Suo Spirito come principio di un cuore e di una storia nuova. Qui l’agire di Dio costituisce il nucleo della consistenza umana: lasciato a se stesso l’uomo si sperimenta come negato, come fallito e perduto, mentre nel Dio di Gesù Cristo si ritrova come salvato.
1. L’uomo come coronamento della creazione
L’uomo che ubbidisce liberamente alla legge di Dio facendo il proprio dovere, tributa a Dio l’omaggio della creazione come lui solo può farlo. “Siamo come i sacerdoti della creazione: la dominiamo, la usiamo per noi, ma sottomettendoci a Dio la portiamo insieme con noi, allo scopo finale della gloria di Dio. Con la nostra sottomissione a Dio, l’intera realtà con l’uomo, suo padrone, onora Dio”. La statua dell’uomo, si può immaginare così: in piedi sulla terra e con gli occhi fissi in cielo. La sublime missione dell’uomo è di dominare la terra e di guardare sempre a Dio. L’anello del mondo si salda nella libertà dell’uomo: a lui arriva tutto da Dio ed egli tutto riconsegna a Dio.
Tutta la Sacra Scrittura è un cantico di lode per le meraviglie che il Signore ha compiuto nella creazione. Dio, l’essere infinito, creando l’universo dona all’uomo la luce dell’intelligenza e la grazia della Rivelazione cosicché gli esseri, creati ad immagine e somiglianza di Dio, possano giungere alla comprensione dello stupendo progetto divino di “ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef 1, 10). Ciò significa che al centro della creazione vi è il Verbo di Dio, per questo l’apostolo Giovanni esclama: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui” (Gv 1, 3). L’umanità stessa è stata modellata sull’impronta del Figlio di Dio, Gesù (Eb 1, 3), secondo il disegno eterno del Padre (Ef 3, 11). Con l’incarnazione l’umanità ritrova il cammino della sua pienezza: essere figli di Dio (Rm 8, 16; Gal 4, 4). La Bibbia, contro ogni esagerato pessimismo, difende indubbiamente una visione positiva della creazione e dell’uomo. Essa è molto sensibile all’appello di giustizia e di pace che pervade le aspirazioni dell’uomo storico. Essa è convinta che la storia si muova nella pienezza di Gesù verso il Dio Padre, nonostante le esperienze che sembrano contraddire la crescita verso una maggiore umanizzazione.
L’uomo creato riconosce un ordine naturale nella sua vita e si trova orientato ad un fine. Si riconosce quello che è di diritto ad ogni uomo nel vedere l’ordine naturale delle cose nel mondo. In un mondo irrazionale l’ordine si dà per la forza, in un mondo razionale si dà attraverso il diritto. L’uomo nella sua dignità di persona è tutore e fondamento del diritto. Per conoscere bene gli altri e anche il loro Dio, l’uomo deve conoscere bene se stesso.
L’uomo, pur appartenendo al mondo visibile, alla natura, si differenzia in qualche modo da questa stessa natura. Infatti, il mondo visibile esiste “per lui” e lui ne “esercita il dominio”. Per quanto in vari modi sia “condizionato” dalla natura, egli la “domina”. La domina, forte di ciò che lui è, delle sue capacità e facoltà di ordine spirituale, che lo differenziano dal mondo naturale. Definendo l’uomo “immagine di Dio”, il libro della Genesi mette in evidenza ciò per cui l’uomo è uomo; ciò per cui è un essere distinto da tutte le altre creature del mondo visibile. Nella creazione, Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
2. L’uomo: soggetto e mistero
Il fatto che sia stata la filosofia ad assumere il discorso sull’uomo può essere capito anche come un tentativo di lasciare alla teologia, alla mistica, il mistero del trascendente nella creazione, mentre altre scienze umane si assumevano l’ampio campo della conoscenza oggettuale tenendo conto del fatto che l’uomo può essere soggetto-oggetto di una conoscenza positiva. Nel riconoscimento della limitatezza di ogni bene finito, l’uomo, nell’inquietudine del suo cuore, perviene a Dio, valore Assoluto. Secondo questa analisi l’uomo, nel profondo del suo essere, è una proiezione verso il Mistero. “La dimensione religiosa fa parte della intrinseca costituzione dell’essere umano”.
Cartesio definisce l’uomo come “uno che pensa”. Alcuni positivisti, invece, dicono che non è facile definire l’uomo perché egli è un mistero. L’uomo nella sua propria quotidianità incontra: il “problema”, nel dimensione di avere e il “mistero”, nella dimensione di essere. Spesso, il problema è esterno, quindi, può avere soluzioni, ma il mistero, invece, non ha una soluzione diretta perchè è più dell’apparenza empirica. Mentre il problema non fa parte dell’essenza della persona, il mistero è nell’uomo perché esso determina la sua propria esistenza e l’essenza.
L’uomo è un essere sussistente che ha due facoltà; la volontà e l’intelletto. La volontà è la capacità della decisione e l’emozione dell’uomo, mentre l’intelletto è la capacità di sapere. Si nota che nel mezzo della realtà l’uomo “sa”, e “non sa”. La conoscenza è l’abilità di capire e di assimilare la realtà. Con il suo intelletto l’uomo può sapere, ma non può sapere tutti i dettagli di ogni essere. Certo, la sua razionalità va più in là dell’animalità. La ragione dell’uomo aiuta a riconoscere che lui stesso è un paradosso. San Agostino dice che l’uomo è dotato dell’intelletto e di volontà che gli fanno riconoscere il suo Creatore e gli altri esseri nel mondo. Benché l’uomo ha questo potere del sapere, Freud con la sua psicoanalisi ci dice che c’è un aspetto dentro di noi che non è ancora stato scoperto. L’uomo nel suo sapere si sforza di dare il significato a tutto quello che incontra nella propria vita perché lui fa parte della creazione. Ma come sarebbe il mondo senza l’uomo? Questo mondo sarebbe chiamato “il mondo” prima di tutto? È solo l’uomo creato ad immagine di Dio che può chiamare, può cercare e dare il senso della propria vita e curare responsabilmente la creazione. Se non per l’uomo, le cose esisterebbero senza essere riconosciute e senza nessun valore!
Il Cristianesimo prende tutta la natura dell’uomo e lo tocca in profondità, al di là di tutte le differenziazioni etniche, razziali, nazionali, culturali; lo prende come uomo e come tale lo eleva alla partecipazione della vita divina. Nell’antropologia, il tema dell’immagine presenta la chiave di interpretazione dell’ininterrotta amicizia con Dio che crea, chiama e permette all’uomo di rispondere all’Amore con l’Amore, partecipando con Cristo, nello Spirito Santo, alla vita della Santissima Trinità che è vita di Amore. L’Amore è il vero fattore della divinizzazione dell’uomo e dell’intero cosmo. Nel rapporto io-tu l’amore si manifesta nell’altro come “in una rivelazione”. Ma l’uomo deve definirsi e deve capirsi bene per poter rispondere e realizzare il progetto della vera immagine nell’Amore di Dio.
3. Caratteristiche dell’uomo, immagine di Dio
La realtà dell’uomo “sembra” avere contraddizioni. L’uomo è un essere creato e abilitato a percepire la chiamata di Dio mediante la sua facoltà conoscitiva, nonché a rispondere a tale chiamata mediante la sua decisione di volontà. Parlando sull’uomo, sto riflettendo sulla mia propria realtà, facendo un riferimento ad un filosofo, Gabriel Marcel, il quale dice che l’uomo è un mistero perché nell’atto di definirsi egli sta definendo lui stesso. Questo è un compito difficile. L’uomo è un insieme da antinomie. Anzi, ogni parola di tale quesito pone, da sola, un interrogativo. Si nota che la realtà si rivelerà solo quando l’uomo si sforza di capirsi, senza permettere che i paradossi rimangano oscuri a se stesso e agli altri. “Tutto l’uomo è da salvare, per il fatto stesso che egli è una sostanziale unità: anima e corpo, intelligenza e cuore, volontà e sentimenti, materia e spirito”. La persona è un’unità nella pluralità ed abbraccia l’universo: essa è l’antinomia incarnata dell’individuale e del sociale, della forma e della materia, della libertà e del destino.
3.1. Storicità dell’uomo
In ogni momento della propria vita, “l’uomo assume il passato come esperienza vissuta, si protende al futuro come desiderio e vive fondamentalmente nel tempo presente in cui è del tutto se stesso”. L’uomo è un essere in cammino verso la propria identità finale che si completerà solamente quando giungeranno a piena maturazione i semi ricevuti nel venire all’esistenza. Il tempo e la storia divengono materia necessaria per l’esercizio della libertà di cui si alimenta la peregrinazione verso l’escatologico. L’uomo è visto come un “sussistente” e anche come un “incarico”. La persona è completa in se stessa con il corpo e l’anima, con l’intelletto e la volontà, ma allo stesso tempo egli è un compito da realizzare, una potenza da attualizzare. L’uomo “in atto” è “in potenza” di fronte alla vita eterna, suo vero fine. Si può dire che l’uomo è già (sussistente), ma non ancora (incompiuto). Tutti gli uomini hanno le stesse caratteristiche, come immagini di Dio, ma ogni persona ha il suo modo unico di agire e di essere, diverso dagli altri. La differenza viene dalla qualità di vita, anche se l’essenza rimane per il fatto che l’uomo è creato ad immagine proprio di Dio. “Il rapporto del tempo con la storia assomiglia al rapporto della materia di un’opera d’arte con la forma conferitale dal lavoro dell’artista. (...). Il tempo antecede, punta a diventare storia ed arriva ad essere tale quando l’uomo assume le valenze salvifiche immesse da Dio e le porta a completamento”.
La fede cristiana è una fede ancorata nella storia. Non è solo paradigma dogmatico, morale o rituale, ma essa è una storia di salvezza. La rivelazione di Cristo è consegnata nella Sacra Scrittura. Il perché della vita, della passione, morte e risurrezione di Gesù si trova nel suo Amore che ci rivela un Dio appassionato che si identifica e vive con gli altri. Gesù diventa così il modello dell’uomo, il quale è chiamato a configurarsi a Lui, l’Uomo perfetto in questa storia e nel mondo dell’aldilà.
3.2. Unità corporale e spirituale dell’uomo
Riferendosi alla realtà dell’uomo “spirito-incorporato”, lo spirito e il corpo sono due parti della stessa realtà. Lo spirito ha la qualità di trascendere nell’uomo. Questi fatti improntano la sua conoscenza della vocazione divina e la sua capacità di rispondervi, in senso positivo o negativo, sotto l’influsso delle passioni o sotto la pressione dell’ambiente che lo circonda. Per Platone, il corporeo sta al termine di una caduta e l’uomo è uno spirito che scopre la sua prigione e la sua degradazione nel vestito di carne. L’uomo è rappresentate di Dio nella creazione. Ciò che definisce l’uomo come immagine di Dio è che egli non stringe solo un rapporto di “parentela” con il mondo inferiore (biologico), ma soprattutto con Dio. “Il corpo partecipa dell’essere immagine di Dio e l’economia di salvezza si svolge attraverso un’economia della carne unita all’economia dello spirito”.
La fede ha come nucleo fondamentale l’incarnazione ed implica pertanto una riflessione sulla carne, sul corpo, sulla condizione umana. L’Eucarestia stessa, mistero centrale della vita cristiana, è partecipazione alla vita di Dio attraverso il corpo di Cristo nella sua morte e risurrezione. Anche la Chiesa è detta “corpo” di Cristo. Il cristianesimo non è riducibile né ad un idealismo in-corporeo né al materialismo puro. L’uomo è in unità di corpo ed anima che riceve lo Spirito del Padre: questa è la creatura fatta ad immagine di Dio. La verità di tutto ciò apparve quando il Verbo di Dio si fece uomo, rendendosi simile all’uomo e rendendo l’uomo simile a Lui. Prima di Cristo l’uomo era ad immagine di Dio, ma non era chiaro il suo pieno significato. Ma quando il Verbo si fece carne, confermò e dimostrò che l’immagine era vera perché Lui stesso la plasmò e ristabilì la somiglianza rendendo di nuovo l’uomo simile al Padre invisibile per opera del Verbo visibile. L’uomo nel corpo è immagine di Cristo risorto nel corpo. La risurrezione è la chiave di lettura dell’antropologia.
Secondo Ireneo, l’anima è il principio in-corporeo della realtà creata che si chiama uomo. Corpo e anima costituiscono la “natura umana”, la quale riceve vita tramite il soffio di Dio. Tramite il soffio vitale, la vita è reale, ma solo in quanto relazionale. Si potrebbe parlare di “animazione vitale” e di “vita spirituale”. Il soffio di vita non è ex nihilo, ma viene dalla vita, da Dio come un dono. Il soffio di vita è identificabile a volte con lo Spirito Santo (la fonte della luce), a volte con l’anima (ciò che è illuminato). Mentre nelle altre creature la vita data da Dio è animazione in modo esterno, nell’uomo è la realtà che agisce dal di dentro e dal di fuori come una “presenza”. “Se la carne non fosse stato oggetto di salvezza, il Verbo di Dio non si sarebbe fatto carne. Invece si è incarnato e quindi la carne santa rappacificò la carne dell’uomo che era tenuta nel peccato e fu ricondotta all’amicizia di Dio, amicizia che è salvezza”.
Come immagine di Dio l’uomo è stabilito in una relazione particolare che unisce la creazione e il Creatore. Come persona egli unisce in sé lo spirituale e il materiale. “Nell’essere composto, psicosomatico, che è l’uomo, la perfezione non può consistere in una reciproca opposizione dello spirito e del corpo, ma in una profonda armonia tra di loro, nella salvaguardia del primato dello spirito”. Il corpo rivela l’uomo, esprime la persona ed è perciò il primo messaggio di Dio all’uomo stesso, un “sacramento”, che trasmette efficacemente nel mondo visibile il mistero invisibile nascosto in Dio dall’eternità. Per l’effusione dello Spirito l’uomo diventa spirituale e perfetto rivelandosi così l’immagine di Dio.
3.3. Socialità e fragilità dell’uomo
L’uomo è “individuale”, ma anche “sociale”. La corporeità dell’uomo, aspetto essenziale del suo essere, comporta necessariamente la dimensione sociale. Benché individuale, l’uomo è nato in una famiglia per poter realizzarsi. È un fatto evidente l’interdipendenza tra gli uomini, che prende inizio dalla stessa discendenza fisica degli uni dagli altri; lo è anche la relativa impotenza in cui si trova l’uomo quando nasce, se lo confrontiamo con la maggior parte degli animali, che accentua la sua necessaria dipendenza dai genitori e dalla società in generale. Nella descrizione dell’uomo, Aristotele afferma che l’uomo vive nella società da dove impara a diventare un essere umano e dove trova l’ambiente del compimento e dello sviluppo. L’uomo è un’animale sociale e razionale. Si può dire che esisto perché tu sei; perché tu sei, esisto. Come dice Emmanuel Levinas, nel volto dell’altro vedo il mio volto perché siamo dalla stessa radice dell’immagine.
L’uomo è “libero”, ed anche “limitato”. L’identità dell’uomo si manifesta nel suo agire libero, frutto del rapporto tra libertà, coscienza e anticipazione del senso o del bene. “L’uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l’uso della libertà”. L’uomo è libero di fare scelte giuste anche nelle condizioni peggiori, come attesta Victor Frankl, dopo la sua esperienza in un campo di concentramento in Germania. Frankl ha coltivato una libertà fortemente interiore che l’ha guidato serenamente in quella brutta situazione. L’uomo per il fatto della sua creazione ad immagine di Dio, è libero moralmente, spiritualmente, politicamente ecc. Ma la nostra libertà è limitata da fattori esterni, per esempio la società, la cultura, l’economia, la politica ecc. Nel suo libro “Il contratto Sociale”, Rousseau J., dice che l’uomo nasce libero, ma è sempre in catene. Possiamo chiederci se l’uomo può fare tutto quello che vuole (anche il male) per il fatto di essere libero? La persona come soggetto di coscienza e di libertà è responsabile in ogni atto e in ogni suo pensiero sul mondo, non solo davanti agli uomini, ma anche davanti al suo Creatore. L’uomo nella sua libertà sceglie di costruire la sua storia, da senso alla sua vita e anche a quella dell’altro. La natura sociale dell’uomo che cerca il perfezionamento richiede la comunità politica che deve emanare leggi giuste e ragionevoli secondo la dignità e il benessere della persona. La base di giustizia di una legge è la realtà della persona umana. L’uomo nella sua relazionalità è origine della società civile. Il sociale è al servizio della perfezione dell’uomo. E l’uomo lo sostiene. La comunità politica è a servizio della società civile. E la società la sostiene.
L’imitazione e sequela di Gesù conducono l’uomo alla vera libertà e ad essere se stesso. Il compimento di una legge esteriore non costituisce nessun cammino di salvezza. “La norma fondamentale di condotta del cristiano è l’Amore a Dio e al prossimo, una legge interiore certamente più esigente di qualunque altra, che però nasce dal cuore stesso del credente e non è imposta da nessuna istanza esterna”. Il cristiano giustificato per la fede e liberato da Cristo dalla legge del peccato e della morte è libero precisamente per l’Amore.
Il racconto della creazione della Genesi mette in evidenza come l’uomo non sia stato creato come un individuo isolato: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). Dio ha posto i primi esseri umani in relazione l’uno con l’altro, ognuno con un “partner” dell’altro. La Sacra Scrittura afferma che l’uomo esiste in relazione con altre persone, con Dio, con il mondo e con se stesso. Secondo questo concetto, l’uomo non è un individuo isolato, ma una persona: un essere essenzialmente relazionale.
Il dinamismo incessante che pervade la storia dell’umanità non si riduce mai alla volontà di affermare e di realizzare se stesso; è un appello alla verità, alla bontà creatrice e alla partecipazione, all’amore e alla giustizia. L’umanità non è soltanto spinta dal desiderio di felicità, ma dalla volontà di far felici anche gli altri. “L’uomo non è mosso soltanto dal bisogno di essere riconosciuto da parte degli altri, ma anche dalla gioia di riconoscere e di rispettare gli altri e di far giustizia a tutto e a tutti”. Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli. Tutti, creati ad immagine di Dio, “che da un solo uomo ha prodotto l’intero genere umano affinché popolasse tutta la terra” (At 17, 26), sono chiamati all’unico e medesimo fine, Dio stesso. Perciò l’Amore di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. Dalla Sacra Scrittura, infatti, siamo resi edotti che l’Amore di Dio non può essere disgiunto dall’amore del prossimo. La pienezza perciò della legge è l’Amore (Rm 13, 9-10; Cf. 1Gv 4, 20). Anzi il Signore Gesù, quando prega il Padre, dice: “Tutti siano uno, come anche noi siamo uno” (Gv 17, 21-22). Gesù ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e quello dei figli, fatti ad immagine di Dio nella verità e nella carità.
“L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (GS 24). Dall’indole sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Il principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere l’uomo. La vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo. Secondo la dottrina sociale della Chiesa, “la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno sempre dentro il bene comune la loro propria autonomia” (CA 13).
3.4. Sessualità e perfezione della comunione
L’intrinseco vincolo dell’uomo con gli altri membri dell’umanità si visibilizza in maniera particolarmente forte ed eccellente nella misteriosa realtà della diversità, comunicazione e nella complementarità dei sessi: “Dio creò l’uomo a sua immagine; ad immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). La crescita dell’uomo, infatti, non può limitarsi solo al moltiplicarsi (Gn 1, 28) o all’aumentare degli anni, essa si esplica soprattutto nel crescere in quanto immagine di Dio. La Chiesa proclama che la vita familiare è fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, uniti da un vincolo indissolubile, liberamente contratto, aperto alla vita in tutte le sue fasi. La famiglia è la fonte feconda della vita, il presupposto primordiale e insostituibile della felicità individuale dei coniugi, della formazione dei figli e del benessere sociale, come pure della stessa prosperità materiale della nazione. La famiglia è una scuola di umanità e di valori perenni, ambito principale nell’educazione della persona all’Amore e nell’Amore.
La sessualità, è la vocazione dell’uomo ad essere una sola cosa con il diverso da sé. L’uomo e la donna sono la manifestazione del primato della comunione interpersonale. “Cardine della sessualità è l’amore che coniuga, armonicamente le tre valenze dell’intersoggettività: la parità, la diversità, e la complementarità”. Si legge nel Gn 2, 18: “Non è bene che l’uomo sia solo (…)”. Queste parole, oltre a indicare semplicemente il valore del matrimonio, rilevano l’esigenza umana della comunione universale a livello orizzontale con gli altri uomini e verticale con Dio. Si comprende la ragione per cui la Bibbia spesso e volentieri ha formulato il mistero dell’Alleanza nei termini di un rapporto sponsale. L’uomo, infatti, raggiunge la sua perfezione in comunione con gli altri.
Il cristianesimo è la perfezione della relazione. Il regno di Dio è la complessità delle relazioni trasformate dall’Amore. Per Ireneo, la persona è inserita nella vita di comunione che si genera e si alimenta come vita spirituale, cammino di crescita dall’immagine alla somiglianza, secondo un movimento trinitario di comunione. L’uomo ad immagine del Dio Trino è un essere della comunione e nel compimento della sua perfezione. Gesù cercherà di riportare l’immagine alla sua bellezza iniziale, prima di tutto nel matrimonio. La parola “comunione” dice l’unità dell’uomo totale, misticamente restaurata nella Chiesa che perciò si può chiamare koinonia.
4. Situazione originale dell’uomo immagine di Dio, prima della caduta
Il racconto jahvista rispetto a quello sacerdotale ci presenta un Dio più familiare, più vicino agli uomini. Dio viene caratterizzato con forti antropomorfismi, alcuni comuni all’ambiente culturale dell’antico Medio Oriente: un Dio “artigiano” che agisce come un vasaio, un “giardiniere” che coltiva un paradiso, un “medico” che fa dormire e che toglie una costola. Riguardo ai racconti antichi extrabiblici, troviamo un’immagine molto più positiva dell’agire di Dio e dell’essere dell’uomo. Jhwh-Elohim è un Dio pieno di attenzione per l’uomo. Lui stesso “pianta” un giardino nell’Eden: vi fa “germogliare” ogni sorta di alberi soprattutto “l’albero della vita” e “l’albero della conoscenza del bene e del male” . Affinchè l’uomo non rimanga solo, Dio crea la donna, pari in tutto all’uomo per la vita intellettiva ed affettiva.
“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1, 31). Tutto il creato è buono. Il tutto è valutato in modo superlativo. La benedizione divina viene impartita in seguito alla creazione dell’uomo, sebbene si trova anche in riferimento agli animali superiori. Dio benedisse l’uomo perché fosse fecondo e si moltiplicasse e perché soggiogasse e dominasse sulla terra (Gn 1, 28). Dall’inizio alla fine dei tempi, tutta l’opera di Dio è sostanzialmente una benedizione. Infatti, in principio, Dio benedice gli esseri viventi (Gn 1, 22). Tutte le singole parti sono “buone” e l’universo nel suo insieme è “ottimo”. Il brano della creazione dell’uomo ha tre temi principali: creazione dell’universo (Gn 1, 1-0); creazione degli esseri viventi (Gn 1, 11-25); creazione dell’uomo (Gn 1, 26-31). Il mondo creato è come un immenso tempio, il santuario di Dio. Tutte le creature della terra sono come i celebranti di un’immensa liturgia cosmica. Al centro della realtà creata c’è l’uomo, sommo sacerdote della creazione, a cui tutto il resto è orientato e a cui tutto è subordinato. L’uomo manifesta nel mondo la presenza di Dio, perchè è creato all’immagine di Dio e collabora nel fare del mondo un immenso santuario dove viene celebrato il culto in onore del Creatore.
5. L’uomo immagine di Dio, dopo il peccato
Il peccato appare come un’offuscamento dell’immagine di Dio nell’uomo. Nella concezione tradizionale c’è stato un solo peccato, quella di Adamo, primo padre, trasmesso a tutti gli uomini. Il peccato della disobbedienza di Adamo è nella sua pretesa di impadronirsi delle cose di Dio senza Dio, prima di Dio e non secondo Dio. La caduta dei progenitori non ha distrutto l’immagine di Dio nell’uomo ma, l’ha solo velata, offuscata.
L’immagine, secondo la tradizione sacerdotale descrive il mondo come è uscito dalle mani di Dio e, quindi, l’uomo nella sua felicità iniziale (Gn 1, 1-2, 4a). Al secondo racconto della creazione segue quello della caduta. Da una situazione di armonia e serenità, in cui l’uomo dialoga familiarmente con Dio, vive in un rapporto sociale fondato sull’Amore e lavora la terra dominandola, si passa ad una situazione di attrito, pervasa dalla discordia e della dissolutezza. Il racconto jahvista spiega che la causa del male si trova nel peccato dei progenitori (Gn 3, 1-7), a cui seguì la condanna da parte di Dio (Gn 3, 8-19) e la loro espulsione dal Paradiso (Gn 3, 20-24).
L’uomo può e deve rispondere con un “sì” alla chiamata di Dio; ma invece si trova rispondendo con un “no”: il peccato. Nel confronto dell’uomo con Dio (Gn 3, 8-13), il risultato e il primo effetto del peccato è che l’uomo invece di diventare come Dio scopre la sua più profonda miseria. È “nudo”, cioè degradato. L’uomo non ha raggiunto quanto pensava. Fuggì da Dio e vigliaccamente scaricò sugli altri la propria responsabilità. Ma Dio non fugge, resta e chiama i responsabili del peccato al rendiconto. L’uomo e la donna si accusano a vicenda, perché il male divide, non unisce. Appaiono anche gli aspetti del conflitto del “cuore” umano: la morte, la concupiscenza cioè dell’inclinazione spontanea ai comportamenti giudicati cattivi e l’inevitabilità del peccato, che infetta l’esistenza umana con un senso di colpevolezza.
Ma sul peccato dell’uomo prevalse la misericordia di Dio, che nonostante tutto offrì all’umanità una sua promessa di salvezza (Gn 3, 15). “A causa del peccato, il male si diffuse su tutta la terra” (Gn 4). L’immagine di Dio è intesa come apertura dell’uomo a Dio. Anche dopo la caduta, Dio è sempre colui che nel Suo grande Amore dona l’essere, la vita e la ragione. L’uomo, dunque, anche se ferito dal peccato di Adamo e assieme a lui tutta la creazione, non cammina verso il nulla, ma è indirizzato a raggiungere il Bene Sommo, Dio. Alla fine l’umanità radicata nell’immagine di Dio sarà vincente perché schiaccerà il capo del serpente, satana. È il primo annuncio di salvezza, il Protovangelo (Gn 3, 15). Cristo ha realizzato questa vittoria, perchè “l’Amore di Dio è più grande del peccato dell’uomo”. Il giardino è chiuso e difeso, ma Dio è sempre pronto a riaprirlo e a ricondurre l’uomo alla casa dove viveva felice.
5.1. ‘Stato originario’ e privazione della grazia
“Per comprendere la mancanza di grazia con la quale l’uomo viene al mondo, dobbiamo interrogarci sull’origine da cui parte la storia di peccato, cioè dal peccato originale”. Il peccato originale ha il suo influsso negativo su ogni uomo e su tutto il mondo. È quello “stato di peccato” in cui ogni uomo si trova per il semplice fatto di essere “uomo” è quella tensione inevitabile tra ciò che l’uomo desidera essere e fare, e ciò che egli realmente è e fa. Quella tensione drammatica di cui San Paolo parla di non compiere il bene che vuole, ma il male che non vuole (Rm 7, 11-25). Il “peccato originale” può significare la colpa commessa dal primo Adamo e che tutti noi ereditiamo e lo stato di peccato nel quale vive ogni uomo, al di fuori della Redenzione realizzata da Cristo.
La dottrina sullo stato originale nella teologia patristica risultava dalla combinazione di un elemento biblico che configurava lo stato originale in modo paradisiaco alla luce del giudaismo inter-testamentario e di un dato culturale che leggeva lo stato originario come il punto di partenza di una storia vista o come decadenza da uno stato di perfezione (Origene) o come luogo dell’esercizio della libertà umana proiettata verso una meta finale (Ireneo). Così lo stato di perfezione e di immortalità venivano attribuiti sin dall’inizio all’uomo, oppure erano prospettati dentro la dinamica della storia della salvezza che va da Adamo a Cristo. In tal modo, presso i Padri lo stato originario consiste nell’unità di grazia e di libertà, con i rispettivi doni di immortalità, di integrità, di scienza e di assenza di dolore (doni supernaturali), con i quali sostanzialmente si pone l’accento sulla condizione della singolare armonia con cui l’uomo è uscito dalle mani di Dio per essere il partner del dialogo salvifico in attesa di Cristo.
Secondo l’insegnamento di Trento “il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione e perciò è proprio di ciascuno” (Cf. CCC 419). San Paolo dice: “A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché in lui tutti hanno peccato” (Rm 5, 12). Ricordiamo che il peccato originale in nessun modo ha un carattere di colpa personale. Le libere scelte peccaminose dell’uomo come l’odio, l’egoismo, l’ingiustizia, lo sfruttamento, l’indifferenza e il disimpegno nei riguardi degli indifesi, ecc., producono situazioni di male non degne dell’essere umano. Emerge con chiarezza l’identità della natura umana prima e dopo il peccato sia nella sua dignità sia nelle sue capacità naturali. La “grazia”, infatti, non ha influenza diretta sull’esercizio naturale delle facoltà della natura umana, ma ha il compito di trasportarla dall’ordine naturale all’ordine soprannaturale. Il peccato toglie all’anima e all’uomo l’entità che gli permette di raggiungere Dio e di conformarsi a Lui. Questa forma speciale tecnicamente si chiama similitudo. Il peccato, quindi, toglie o diminuisce la similitudo dell’anima con Dio, che viene ristabilita con la grazia di Dio attraverso Cristo.
5.2. Peccato come rifiuto della vita divina
Il peccato è rifiuto della comunione con Dio. Nella sua infinita sapienza e bontà Dio, per mezzo del suo Figlio incarnato, ha voluto comunicare l’unità con l’uomo. Però, l’uomo, ha rifiutato liberamente questa offerta di comunione con Dio; ha voluto autogestirsi, essere “autonomo” da Dio. Per l’uomo, rifiutare Dio significa alienarsi da ciò che costituisce la fonte della sua vita, significa morire. Il peccato, quindi, significa morte e questo non in senso etico e metaforico, ma in senso vero e reale. Si può capire che cosa significhi la salvezza se si comprende che cosa significhi peccato. “È impossibile vivere senza vita, ma la vita è possibile solo grazie alla partecipazione di Dio”. Converge il profetismo che interiorizza e personalizza il peccato fino a parlare di un cuore indocile, di un cuore falso e diviso, di un cuore incirconciso, di un cuore malvagio. Il male è disobbedienza perché attraverso di essa non ci si conforma più né a Dio né all’altro. Si interrompe il flusso vitale derivante dal fatto che siamo stati creati ad immagine di Dio.
Infatti, poiché l’essere creato ad immagine di Dio è il dato costitutivo della persona umana, anche il peccato nel suo aspetto negativo tocca l’essere stesso dell’uomo. Con il peccato viene meno per l’uomo la stessa capacità di essere se stesso, perchè il peccato distrugge la sua armonia. Basandosi sul concetto aristotelico che tutte le cose tendono verso un unico fine, si può dire che il peccato ci fa allontanare dal fine ultimo, cioè da Dio, Sommo Bene, tendendo, invece, verso un fine improprio.
L’uomo è stato creato libero e non può rimanere neutrale in questo mondo: o egli aderisce alla volontà di Dio, oppure concorre alla distruzione del rapporto. L’uomo può scegliere il bene solo se è libero, altrimenti la sua obbedienza non sarebbe più una scelta ed il bene non sarebbe più tale se fosse una costrizione. Il Creatore, per questo, non ha imposto all’uomo di sceglierlo, ma lo ha lasciato libero di cercarlo spontaneamente. Per “libertà” non si deve intendere il poter fare qualsiasi cosa, ma il cercare spontaneamente ciò che è bene (GS 17). Da questo fatto si coglie tutta la serietà della libertà umana, che consiste nella libertà di scelta, cioè nella possibilità di costruire un mondo secondo Dio, o di distruggere questo mondo e contribuire nella costruzione di un mondo di falsità. Il peccato consiste nel non mettersi dalla parte di Dio, che è l’Essere, ma dalla parte del non-essere. “L’uomo tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio” (GS 13).
La grazia è nell’essere umano in quanto partecipante all’Essere stesso di Dio. Dio è l’Essere nella Sua pienezza. L’uomo esiste in quanto riceve continuamente l’essere da Dio per partecipazione, come immagine di Dio. Cessare di comunicare con Dio – in questo consiste il peccato – significa semplicemente cessare di essere, cioè morire. La libertà è nell’uomo come una forza di crescita e di maturazione nella verità e nella bontà. La libertà raggiunge la sua perfezione quando è ordinata a Dio, nostra beatitudine. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, l’uomo si inganna da sé e diviene schiavo del peccato. “Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, spezza la fraternità con i suoi simili e si ribella contro la volontà divina” (cf. CCC 1731-1740).
5.3. Conseguenze della caduta dell’uomo
Il peccato, in un senso reale, provoca una divisione al suo interno tra corpo e spirito, conoscenza e volontà, ragione ed emozioni (Rm 7, 14-15). “Ma, la struttura ontologica dell’immagine, seppure colpita dal peccato nella sua storicità, permane nonostante la realtà delle azioni peccaminose”.
5.3.1. Rottura dell’amicizia originale con Dio
Nella prospettiva dell’imago Dei, che nella Sua struttura ontologica è dialogica o relazionale il peccato è rottura del rapporto con Dio. Questa alienazione da Dio turba il rapporto dell’uomo con gli altri perché ogni peccato ha la sua portata a livello sociale. Esso non è solo un’azione privata di un singolo, ma riguarda tutto l’ambiente dove vive l’uomo, anzi tutta l’umanità (cf. 1Gv 3, 17).
Nella patristica i temi del peccato e della libertà sono trattati indivisibilmente l’uno dall’altro, poiché entrambi si richiamano reciprocamente. Quindi il peccato ha la sua radice nella consapevole e libera scelta del male da parte della persona umana. Il peccato è ritirarsi dalla possibilità di partecipare alla vera vita che è la relazione personale e alla comunione di Amore con Dio. L’uomo, staccandosi da Dio e dalla propria vocazione esistenziale di vivere nella comunione con Lui e in Lui con gli altri uomini, si auto-aliena e si perde nell’inquietudine, nella sofferenza e nell’infelicità. Sotto il peso del peccato, l’uomo spesso assume anche un atteggiamento di sfiducia verso Dio e verso gli altri. Adamo, dopo il peccato, si rende conto della propria nudità che simboleggia questa divisione. Un altro effetto del primo peccato è la maledizione del suolo. L’uomo dovrà mangiare il pane non più come un frutto spontaneo della terra, ma a forza del lavoro duro e la donna sentirà il dolore del parto (Gn 3, 17-19). Anche la morte è il risultato del peccato originale. Con la disobbedienza, l’uomo ha spezzato il suo legame con la fonte della vita: Dio.
Karl Barth mette in rilievo con nettezza di contorni il carattere anti-divino del peccato: “L’uomo ha voluto e vuole essere come Dio e per espiare questo orgoglio Cristo si è fatto uomo. L’uomo ha voluto e vuole essere assoluto signore e per espiazione Cristo si è fatto servo. L’uomo ha voluto e vuole essere lui stesso giudice, determinando autoritariamente il bene e il male, il divino Giudice invece si lascia giudicare e appendere alla croce. Nella sua arroganza l’uomo non vuol nemmeno accettare la redenzione da Dio, ma vorrebbe esser lui stesso il proprio redentore. È anzi arrivato al punto da mettere in croce il suo stesso Redentore”.
Come conseguenza del peccato originale, la natura umana si è indebolita nelle sue forze, è sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza, alla morte (cf. CCC 418). “Il peccato è un male “morale”, cioè il male dell’uomo in quanto uomo, la distruzione della sua umanità è una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza” (GS 13). L’uomo cerca di realizzare la propria felicità disinteressandosi di Dio e guardando soltanto verso le proprie risorse. Egli crede che, con l’impegno puramente umano sarà in grado di realizzare il sogno dell’umanità verso il suo senso e il suo fine. In ultima analisi la libertà e la liberazione dell’uomo devono essere portate dalla speranza in Dio, altrimenti l’uomo sarà radicalmente perduto.
5.3.2. Inclinazione al male
La riflessione teologica ha cercato di spiegare il disordine e la disarmonia esistente nell’uomo. La concupiscenza è come una forza estranea alla vera natura dell’uomo, introdotta dal di fuori. Tale riflessione è stata notevolmente influenzata dall’ellenismo che pensò di trovare la spiegazione della scissione interna della psiche umana nell’antagonismo tra lo spirito e la materia. Lo spirito, come razionalità sarebbe di per sé eticamente perfetto; ma lo spirito rinchiuso in un corpo, patisce tendenze irrazionali, le “passioni”. La concupiscienza sarebbe, dunque, un insieme di inclinazioni spontanee e irrazionali, che tendono a valori sensitivi, specialmente al diletto e non sono sottomesse alla ragione, tanto che sopravvivono anche quando sono disapprovate dalla ragione e possono trascinarla a ciò che essa giudica male.
“La concupiscenza è vista come la soppressione o indebolimento di una forza, che dovrebbe tenere in equilibrio le altre inclinazioni, ugualmente buone”. In questo senso il male non è l’esistenza di una tendenza, ma la deficienza di una forza che dovrebbe controbilanciare e così salvare l’ordine armonico della struttura dinamica dell’uomo. “La concupiscenza, in quanto oppone una resistenza passiva all’impegno arduo, si sottrae alla magnanimità e alla generosità, oppone un rifiuto istintivo allo sviluppo, si ribella contro i rischi e si blocca in forme infantili, puramente ricettive. Infatti, nella vita umana, realizzabile solamente nel costruirsi progressivo della storia, il rifiuto all’impegno personale di svilupparsi, equivale ad una forza distruttiva”.
Il Concilio di Trento – in opposizione ai protestanti, secondo cui la concupiscenza rimane anche nei giustificati, è peccato – riconosce che nei rigenerati rimane la concupiscenza, che la concupiscenza inclina gli uomini al peccato, in modo che i giusti debbono virilmente combattere contro di essa. “Il Concilio insiste, però, specialmente nell’insegnare che la concupiscenza in coloro che non consentono ad essa non è peccato”. La concupiscenza non è talmente congiunta con il peccato da non poter esistere nei giusti; per cui, il Creatore avrebbe potuto creare uomini innocenti già con la concupiscenza.
5.3.3. Visione deteriorata dell’immagine di Dio nell’uomo di oggi
L’uomo di oggi, sotto il pretesto del sapere tutto e nell’uso disordinato della razionalità scientifica, in un modo o nell’altro tende ad abusare questa immagine di Dio e cade in atteggiamenti di indifferenza verso Dio e di irresponsabilità particolarmente nell’ampio campo della bioetica: aborto, contraccezione, clonazione, eutanasia, suicidio, trapianto di organi, manipolazioni, droga, omicidio, pena di morte, omosessualità, adulterio, prostituzione, inquinamento dell’ambiente, guerra, individualismo e tendenza verso l’autosufficenza, corruzione ecc. Tutti questi atteggiamenti non promuovono la vita umana perché strumentalizzano l’uomo, abbassando la sua dignità di immagine di Dio e degno di rispetto.
La critica del falso ottimismo dell’uomo di fronte alla realizzazione della salvezza, si articola attorno ad alcuni poli dove questa tendenza patologica verso il male si cristallizza maggiormente, fino a diventare sorgente di dolori, di sofferenze e di mali nascosti. In particolare nell’“idolo dell’avere”, accanto all’uomo che lotta per un pezzo di pane, c’è chi mette il senso della vita nell’accumulare beni. Da questo scaturisce ogni forma di ingiustizia nei confronti dei poveri. Il senso fondamentale dei beni, che sono al servizio di tutti, viene travisato. Questo è sottolineato soprattutto nel NT. In quanto all“idolo del potere”, la Sacra Scrittura illustra quanto sia forte nell’uomo il sogno di dominare attraverso l’esercizio del potere. Ma il potere assolutizzato in misura più o meno pronunciata, diventa sorgente di infiniti mali nell’umanità. La storia del popolo d’Israele illustra drammaticamente le lotte per il potere, le guerre, l’oppressione, lo sterminio, ecc. Anche al tempo di Gesù era molto vivo l’ideale di un potere militare che facesse di Israele una grande nazione. Il libro della Sapienza può rispondere all’atteggiamento giusto verso il potere: “Amate la giustizia, voi giudici della terra, pensate al Signore con bontà d’animo e cercatelo con cuore semplice” (Sap 1, 1). L’insegnamento di Gesù va profondamente in un’altra direzione. Se l’esercizio del potere non è visto come un servizio, sarà sempre sorgente di male e di oppressione, ed alimenterà l’“idolo dell’autosufficienza” e dell’“orgoglio” della vita.
La mentalità giudaica, pagana ed antica era profondamente religiosa, facendo del rapporto dell’uomo con la natura un rapporto propriamente religioso, pieno di timore e di rispetto, talvolta perfino di terrore. Il Greco, per esempio, sentiva l’obbligo di stipulare tra la natura e se stesso una specie di contratto sacro. Violare le leggi della natura, varcarne i limiti, era rendersi colpevoli di un “abuso” sacrilego. La scienza moderna, per esempio, è nata dalla decisione cosciente di spiegare la natura con la natura nel ricorso all’esperienza, la coerenza matematica e l’esercizio sistematico del dubbio metodico, da Cartesio in poi , senza ricorrere ad interventi Soprannaturali!
5.3.3.1. Deteriorazione della mentalità e della moralità
Oggi, sotto la spinta della razionalità scientifica e tecnologica, l’uomo affronta una prospettiva che sembra implicare l’apparente eliminazione delle soglie “sacre”, sostenute dalla vita e dalla coscienza. Le nostre concezioni attuali sul mondo tendono ad una desacralizzazione, anzitutto, della soglia della materia, della vita e dello spirito. Esse ci vengono fornite dal discorso scientifico ed è questo discorso – divulgato dalla stampa, dalla televisione o dai libri della scuola – a costituire la nostra immagine del mondo, chiudendosi, così, alla scoperta della ricchezza enorme dell’immagine di Dio impiantanto nell’intimo di ogni essere umano. L’uomo moderno si trova a vivere in un mondo che pensa di dare soluzioni umani a tutti i problemi e tenta di eliminare Dio in questo universo dove si svolge la nostra finita attività umana! L’uomo d’oggi rischia di vivere senza una profonda preoccupazione di formare bene la propria coscienza!
“Oggi, la coscienza morale, sia individuale che sociale, è sottoposta, anche per l’influsso invadente di molti strumenti della comunicazione sociale, a un pericolo gravissimo e mortale: quello della confusione tra il bene e il male in riferimento allo stesso fondamentale diritto alla vita. “Quando la coscienza, questo luminoso occhio dell’anima (cf. Mt 6, 22-23), chiama ‘bene il male e male il bene’ (cf. Is 5, 20), è ormai sulla strada della sua degenerazione più inquietante e della più tenebrosa cecità morale” (EV 24).
5.3.3.2. Deteriorazione dei valori umani
È possibile mostrare come molti valori rivendicati dalla moderna società occidentale (libertà, uguaglianza, fratellanza, progresso, universalismo, rispetto della persona umana, ecc.) siano per una buona parte di origine cristiana. È chiaro che questi valori hanno oggi conquistato uno statuto puramente profano. Voglio semplicemente dire che i valori sono profani nel senso perchè sono abbandonati o, nel senso che chi vi si dedica può non essere conscio di dedicarsi, attraverso ad essi, a quel fine ultimo da cui ogni valore trae la propria consistenza. Essi sono, allora, l’ultimo impegno a cui si deve dedicare coscientemente e liberamente chi li promuove.
D’altra parte, qualunque cosa si dica del confronto tra Chiesa ed etica moderna, mi sembra almeno certo che l’etica rischia di non munirsi di fondamenti religiosi. Al centro assoluto attorno a cui gravitono i diversi elementi della vita morale, sociale e civica, si rischia di eliminare l’atteggiamento religioso e di affidarsi solo ai valori etici, se gli pratticano! Ci vuole un’intergrazione dell’etica e la religione, per poter trovare il senso proprio dell’uomo in Dio.
5.3.3.3. Irresponsabilità verso la natura
La scienza, per il solo fatto di spiegare la natura, ne elimina progressivamente l’aspetto mitico che riempiva i Greci di rispetto e di timore. Al rispetto e di sottomissione, oggi si mette l’accento sulla volontà assoluta di dominazione radicale. L’uomo moderno vuole sottomettere tutto a sé. Tuttavia ciò non significa che si possa toccare tutto indifferentemente e irresponsabilmente! Il progresso tecnologico ha accresciuto la nostra capacità di controllare e dirigere le forze della natura, ma ha anche finito con l’esercitare un impatto imprevisto e forse incontrollabile sul nostro ambiente e persino sullo stesso genere umano. Infatti, siamo lontani dall’avere decifrato integralmente le leggi della natura. Anzi, l’uomo moderno intende affidare alla propria libertà la cura di dare a se stessa le leggi della sua presa di possesso di un mondo che vuole a tutti i costi sottomettere.
A partire dal secolo XVI l’uomo ha deciso di spiegare e dominare la natura mediante la sola natura. Ora egli crede di capirla, di dorminarla senza ricorrere a nessuna altro ordine di realtà e conoscenza. Contemplando oggi il suo successo materiale, l’uomo giustifica il fatto di non ricorrere a Dio perché gli sembra inutile ed illusoria. Con ciò non intendo affermare che la scienza e la tecnica si oppongano, sia pure parzialmente, alla religione o alla fede. Dico semplicemente che ci abituano a pensare ad un universo senza Dio e a situarci in un universo senza Dio. Per ciò, si può dire che l’universo dell’uomo d’oggi è un universo senza Dio, un universo desacralizzato, un universo purtroppo profano. Ma il successo materiale non è tutto per l’uomo, perchè la ricchezza umana non salverà l’anima dell’uomo dopo la sua morte. L’uomo usando bene, i doni naturali, deve sempre sottomettersi alla provvidenza divina e alla volontà di Dio in tutto ciò che ha e in ciò che è.
5.3.3.4. Indifferenza verso la religione e verso Dio
La storia delle religioni mette in evidenza l’universalità del bisogno religioso e le affinità esistenti tra le varie forme culturali che esprimono tale bisogno. L’uomo moderno è fortemente tentato di rifiutare qualsiasi credenza oggettiva in una realtà trascendente, perché è considerata come alienante della libertà e contraria alla fede vera. Questo fenomeno di “assimilazione” può portare ad una sorprendente desacralizzazione cristiana, più specificamente religioso, in quanto le parole stesse di Dio, fede, soprannaturale, grazia vengono allora a trovarsi abbassate e intese sul piano orizzontale delle attività umane. Spetta alla vita di fede darsi i comportamenti religiosi che esige.
Nel ricercare le radice più profonde della lotta tra la “cultura della vita” e la “ cultura della morte”, tipica del contesto sociale e culturale dominato dal secolarismo, non ci si può fermare all’idea perversa di libertà di un potere assoluto dell’uomo sugli altri e contro gli altri. “Chi ci lascia contagiare da questa atmosfera, entra facilmente nel vortice di un terribile circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita” (EV 21). Il senso di Dio e dell’uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l’individualismo, l’ultilitarismo e l’edonismo.
La cosidetta “qualità della vita” è interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, l’uomo si riduce in qualche modo a “una cosa” e non coglie più il carattere “trascendente” del suo “esistere come uomo”. In questo senso, l’uomo “non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà ‘sacra’ affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua venerazione” (EV 22). Essa diventa semplicemente “una cosa” che egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e manipolabile. In realtà, vivendo “come se Dio non esistesse”, l’uomo smarrisce non solo il mistero di Dio, ma anche quello del suo stesso essere.
6. La via della Speranza per l’uomo
La storia dell’uomo viene descritta come una storia di Dio e degli uomini; la storia di un Amore misericordioso; la storia di un cammino segnato da continui interventi di Dio, una storia che senza Dio gli uomini non avrebbero potuto vivere. Dopo il peccato e nonostante l’accaduto, Dio appare nel giardino e intraprende un dialogo che da una parte rende manifesta la disubbidienza commessa, ma dall’altra, si mostra pieno di misericordia, annunziando una speranza di Salvezza. Nonostante tutte le tendenze disordinate e profane dell’uomo, la Parola di Dio non ci insegna la storia, la geografia, la scienza, ma la manifestazione dell’Amore di Dio che era già presente all’inizio del mondo, che è entrato nella storia dell’uomo, si è messo a camminare accanto a lui, lo ha condotto ad un’amicizia sempre più intima con sé, lo ha liberato dalla schiavitù di se stesso e lo sta guidando nel suo pellegrinaggio terreste, attraverso lo Spirito di colui che è l’immagine prediletta del Padre, Gesù Cristo, Redentore.
La condizione storica di distacco da Dio, di “offuscamento della immagine”, di non-identità, ha un assoluto rilievo antropologico. È l’uomo concreto, è l’uomo storico ad avere peccato nel senso che il suo cuore, il centro della sua vita, si identifica con il rifiuto di Dio e la pretesa di autosufficienza. Orbene è proprio questo uomo peccatore, sul quale la Sacra Scrittura non si fa illusioni, ad essere chiamato a diventare partner di Dio e a vivere in pienezza la dignità della immagine. L’immagine di Dio è allora da pensare come una conversione, come un passaggio dal peccato alla salvezza in forza di quel Dio che ha giurato fedeltà (Dt 7, 8-9), che esorta a ritornare (Ger 3, 7-12; Os 2, 8-9), che come buon pastore va in cerca delle pecore smarrite (Ez 34), che circonciderà il cuore del suo popolo perché finalmente viva (Dt 30, 6).
La relazione dell’uomo con Dio evidenzia così un Dio che prende sul serio la vita dell’uomo peccatore per rispondervi con quell’impegno amoroso e potente che vince ed annulla il male. La nuova Alleanza è il punto più alto delle intuizioni della fede. Dio darà all’uomo il suo stesso Spirito per ricrearlo a novità di vita, porrà in lui la sua legge come cuore nuovo, darà una nuova guida per le sue decisioni e per la sua vita (Ger 31, 31-34; Ez 36, 23-27). In questa nuova Alleanza Dio non è solo l’interlocutore dell’uomo, ma addirittura il Creatore della Sua vera identità: non dà solo una legge che giudichi da fuori la persona, ma pone il Suo Spirito come principio di un cuore e di una storia nuova. Qui l’agire di Dio costituisce il nucleo della consistenza umana: lasciato a se stesso l’uomo si sperimenta come negato, come fallito e perduto, mentre nel Dio di Gesù Cristo si ritrova come salvato.
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